L’arte al tempo del #Covid19

L’arte al tempo del #Covid19

Mi fanno sorridere artisti che erano isolati prima del Corona virus e che continueranno a esserlo dopo, isolati dal loro cattivo studio, dalla fama e brama di successo, dalla volontà d’autoaffermarsi sull’altro.

Utilizzano i social network autorappresentandosi come sciamani.

In realtà sono teste etero dirette da mass media e media specializzati in grado di trasformare vocazione, talento, dedizione, ricerche e studi d’artista, in un lavoro come un altro per tirare a campare.

Scrivono via social: “io l’avevo detto”, “io l’avevo predetto” “io vi avevo avvisato” e quant’altro.

Il Corona Virus non so se abbia la capacità di resettare la memoria collettiva, ma quei lavori che narrano come profetici nascevano come riverbero di narrazioni massmediatiche.

Raccontavano il DDT, Chernobyl, l’inquinamento, tragedie termo nucleari, l’industrializzazione, il senso di solitudine che pervade l’uomo moderno, l’inquinamento petrolchimico, i grandi conflitti di guerra del pianete e le istanze di Greta Thunberg.

Lavori invecchiati in un attimo, che nulla hanno a che vedere con quanto stiamo vivendo.

L’hashtag #iorestoacasa sembra arrivare direttamente da chi sa quale tomba dei giganti piuttosto che per decreto.

Il loro #andràtuttobene sembra presupporre fiducia smisurata verso l’altro che deve rispettare le norme con se stessi ridotti a veicolo di comunicazione via videoselfie.

La sensazione (triste) che ho, è che il Covid 19 ridurrà ulteriormente i contenuti dell’arte contemporanea, attentando a quel barlume di spiritualità applicata ai gesti linguistici dell’arte che in qualche artista ancora esiste.

Gli artisti  leggono dalla loro prospettiva il tempo e la memoria e questo consegnano al futuro e all’evoluzione della specie, questo rende l’arte servizio essenziale rivolto alla società umana, servizio simbolico che l’umano da 40000 anni a questa parte si dona il privilegio di concedere a se stesso.

Il momento storico è serio, e in un momento come questo, c’è finalmente l’opportunità di smettere giocare a fare gli artisti e di proporsi come artisti.

Si può provare a indagare il senso del proprio linguaggio, di curarlo da un contagio che è diffuso da ben prima del Corona virus.

Si è artisti nella stessa modalità con cui si è scienziati, questo insegna la storia evolutiva dell’umano.

  Se si è uomini d’arte e cultura, in qualunque luogo ci si trovi e operi in questo momento serve sondare e cercare risposte alla domanda “perché ?’”.

Serve ragionare su come l’arte sia un bene di prima necessità (lo è ancora?).

Serve chiedersi: cosa si è in un mondo privo di Musei, gallerie, critici, scuole e Accademie?

Serve chiedersi: quali sono o saranno gli spazi relazionali e i laboratori di gestazione dell’arte che verrà?

Vi prego, cessate di narrare la favola d’avere predetto e visto in anticipo tutto questo, raccontatela a chi non sa vedere e leggere il proprio tempo.

 

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