L’ARTE DEL TEMPO DEL #COVID19

Martedì 24 Marzo, su cosa riflettiamo oggi?

Vorrei portarvi a riflettere su come gli artisti, al di la della loro specializzazione di genere, stiano vivendo questo momento storico.

Le modalità, i contenuti e le strategie di sopravvivenza con cui gli artisti stanno affrontando questa pandemia, quest’inedito della nostra storia, quest’evento che prima di noi non aveva abitato la nostra memoria.

Non so le vostre, ma la mia pagina Facebook è quotidianamente ridondante d’artisti, che per alleviare la mia e nostra pena, il fatto che si stia tutti quanti vivendo una condizione vicina agli arresti domiciliari, il fatto che si sia impossibilitati a uscire da casa,  s’esibiscono in performance live per noi, dipingono live per noi, recitano poesie per noi, in questa maniera dichiarano di non arrestarsi, di continuare a lavorare ed elaborare nel nostro interesse.

Questa fenomenologia ha una serie d’aspetti interessanti, uno è come questi artisti ci ricordino, come secondo loro, per noi l’arte sia un bene di prima necessità, qualcosa di fondamentale che ci serve nel quotidiano per nutrire il nostro spirito.

Aspetto interessante questo, dal momento che io non ho notizia, di nessun provvedimento e di nessuna menzione dell’arte come bene fondamentale primario, in questo momento della storia, da parte del governo e di qualsiasi amministrazione regionale e comunale.

Nessuno si è preoccupato degli artisti in questo momento, ci sono contenziosi feroci tra sindacati e governo sul se un certo lavoro debba essere praticato o meno, ma nessuno si è posto la questione dell’arte e degli artisti in quanto lavoro e lavoratori.

La questione dell’arte e degli artisti in questo momento storico in Italia, sembra essere confinata all’arte come intrattenimento, e questo è il punto  di vista che mi pare abbiano sposato, in maniera più o meno consapevole, gli artisti che si stanno operando via social network nel “nostro” interesse, intrattengono veicolando gli stessi messaggi e gli stessi contenuti che l’industria culturale dell’intrattenimento massmediatco in Italia propone, i loro hashtag sono gli stessi dei massmedia #iorestoacasa #andràtuttobene, i consigli che ci danno restano gli stessi, ci si propone quasi come se si stesse dedicando tutto questo non alla propria sopravvivenza e al proprio ego, non come se il fare arte servisse a chi la fa in chiave arteterapeutica (quello che faccio serve per curare me), ma come se quello che si mette in scena via social network servisse per curare noi, quasi come se il fare e condivise arte si risolvesse in un bugiardino, una aspirina, una tachipirina, uno sciroppo per la tosse, ti serve? Tieni, pronto per te, da casa mia a casa tua ecco gli alti contenuti della mia ricerca artistica, musicale, scultorea, poetica o quant’altro.

Sembra quasi non ci sia la consapevolezza di fare soltanto intrattenimento.

Questa è l’arte?

Questa è la vostra idea d’arte residente?

L’arte residente è la riduzione dell’artista a tachipirina per i mal di testa dell’altro?

L’arte serve ai malati, ai reclusi, a chi non sta bene a chi è limitato?

L’artista può essere anche altro in un momento come questo?

Quello dell’artista è un lavoro intellettuale?

Perché in questo momento nessuno s’interroga se l’arte debba essere bene primario?

I contenuti che state ricercando, le analisi che state facendo su cosa sia l’arte residente al tempo del Corona Virus, sono necessari o no?

Sono necessari per chi?

Per voi? Per gli altri?

Quello che ricercate è mosso dal fatto che il Prof. ve lo chiede e qualora quest’anno non si dovesse tornare più a scuola su queste cose vi valuterà sotto qualche forma?

Vi invito a riflettere su quest’aspetto, stacco un secondo la spina e poi v’invio via whatsapp il secondo fonogramma della mattinata.

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Di base siamo tutti agli arresti domiciliari.

Ci muoviamo tutti su traiettorie guidate, videosorvegliate, siamo rintracciabili in base alle traiettorie geolocalizzate dei nostri dispositivi di telefonia mobile, necessitiamo d’autocertificazione, non possiamo spostarci da Comune a Comune e da domicilio a domicilio, è possibile disegnare nel quotidiano rotte e traiettorie di movimento minime soltanto per bisogno, prima necessità, urgenza, malore e necessità mediche.

Questo di fatto, relega alla condizione di malati, siamo (che lo si sia o meno) tutti malati, o se volete, siamo tutti criminali, individui pericolosi per la comunità e il suo ordine sociale da controllare.

Nella pratica, in tutto questo c’è qualcosa di profondamente irrazionale dal punto di vista comportamentale, cosa voglio dire?

Voglio dire che il malato da d’esserlo.

Il criminale, l’individuo pericoloso che attenta alla società, vuoi anche per scelta o per necessità, dal momento che non tutti nascono all’interno di nuclei e insiemi sociali dove si può scegliere, in qualche modo sa d’avere sbagliato, sa d’essere controllato e ricercato, nella pratica un numero tra l’ottanta e il novanta per cento della popolazione italiana si sente bene (che sia o meno asintomatica), qual’è il rischio di tutto questo?

Quello di viversi l’attuale condizione storica come una costrizione irrazionale, il rischio è che l’inconscio muova gran parte della popolazione prima o poi a chiedersi: perché?

Perché?

 Dal momento che io sto bene, non ho fatto niente di male, in famiglia tutti stanno bene, nella mia comunità, nella mia cittadina, nel mio quartiere stanno tutti quanti bene, perché?

C’è l’interesse comune di fondo che ci muove per preservare e tutelare l’altro, a maggior ragione se l’altro (come in un primo momento) veniva indicato come essere il più debole, in un primo momento si parlava di fatto degli anziani e di chi avesse quadri clinici compromesse o patologie pregresse, sappiamo bene come poi questa narrazione sia stata rivista e ne sia arrivata un altra.

Nella pratica, il passaggio da una vita normale a una vita arrestata, perché di fatto gran parte delle attività  del nostro vivere e delle nostre consuetudini sociali si sono arrestate, escluse quelle di prima necessità, possa portare, al di la del debito pubblico che salirà e che quando tutto già sarà superato ci sarà un’emergenza sociale e una pandemia economica pesante almeno quanto questa, molti sociologi, psicologi e antropologici, ragionano su come serva assistenza psichica e psicologica per sopportare la pesantezza di quello che stiamo e state vivendo.

Esiste un modo per esorcizzare tutto questo?

Io penso di si, per studi ed esperienze personali, penso si possa evadere da tutto questo attraverso la propria narrazione e rappresentazione, attraverso la propria ricerca linguistica dell’arte, attraverso uno spazio di libertà individuale (disciplinato, autoregolato e autocertificato da voi) che vi metta in condizione d’evadere, di guardare tutto questo da altre prospettive collocando voi al centro del vostro mondo che verrà, dal momento che voi (e non io) siete il futuro.

Un’interessante lettura della tematica di lavoro potrebbe essere immaginare come dovrebbe mutare ciò che vi ruota intorno dopo tutto questo.

Come sarà il passaggio da questo inverno della storia a un’eventuale vostra primavera?

Come cambieremo?

Cosa cambierà?

Cosa v’immaginate sia dopo?

La vita dopo potrà continuare ad avere il valore di un selfie?

In questo laboratorio abbiamo ragionato molto su come anche certe esperienze creative si banalizzino all’interno di percorsi legati ad applicazioni social standardizzate (per esempio i filtri d’Instagram).

Un creativo deve fermarsi a traiettorie guidate come quelle dei social network o deve ricercare altro?

Necessario comunicare qui e ora utilizzando i social network con la convinzione che si stia alleviando la pena dell’altro, o ci si dovrebbe calare un tantino più in profondità?

Ok, l’argomento del giorno era complicatissimo e pesantissimo, ho sforato con otto minuti di vocale, stacco e vi auguro buona giornata e buon lavoro, in questo splendido, meraviglioso e fantasmagorico laboratorio M1, cuore pulsante di tutto il Foiso Fois di Cagliari.

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