L’ARTE “DISOBBEDIENTE” NUTRE IL BENE COMUNE DEPREDATO DAL PRIVATO

 L’ARTE “DISOBBEDIENTE” NUTRE IL BENE COMUNE DEPREDATO DAL PRIVATO

Mi sono sempre piaciute l’etichette con la quale mi si bollava tra gli “addetti ai lavori” tra la fine degli anni novanta ed i primi anni del secolo.
Alcune in particolare modo, come “agitatore sociale” e “disobbediente”.
“Disobbediente”, oggi passati i quaranta, nutro la consapevolezza (che è stata giovanile), che soltanto la “disobbedienza” può rappresentare e conservare artisti con un’idea del fare arte, che possa dichiararsi localmente Europea.

Da studente d’Accademia, accusavo l’ingiustizia di un sistema culturale ed artistico globalizzato e privatizzato allo sbaraglio.

Non bisogna avere timore di mettere in discussione il potere economico dei privati nel mondo dell’arte e della cultura contemporanea, soltanto in questa maniera si può preservare una idea di pubblico, di comunità, di territorio e d’identità che è alla base del valore dell’essere localmente Europei.

Disobbedire all’omologazione di stile e linguaggi determinati dagli interessi è necessario, ma la disobbedienza creativa deve sapere essere localmente costruttiva, deve configurare alternative di percorso e di sistema che tendano all’universale.

La disobbedienza linguistica e culturale degli artisti locali, fortemente radicati nei territori e nelle comunità, necessita di tradursi in dialettica politica, per innestare un reale processo di mutazione di sistema.
Il sistema dell’arte è una riproduzione del sistema economico imperante, questo vuole dire che l’1% più ricco del pianeta controlla il 95% dell’economia.
Grandi corporations tengono centinaia di miliardi di euro di profitti bloccati in paradisi fiscali offshore, un sistema economico della cultura dominato da caste economiche di collezionisti finanziati dal pubblico per alimentare economie private; un sistema che indebolisce l’idea pubblica dell’arte e dell’artista operante nel Comune e nei Comuni che è all’origine del Rinascimento, incapace di cambiare il suo modello produttivo che sta depredando arte e culture.
Quello che sta avvenendo in questo secolo non è lucido, eppure gli artisti giovanissimi che stanno nascendo e si stanno formando in questo secolo chiedono come gli artisti che li hanno preceduti abbiano potuto accettare tutto questo.

Tutte le conquiste artistiche e culturali nel pubblico e nel comune, non sono mai avvenute per grazia ricevuta, ma grazie ad artisti che si sono battuti nel nome di una visione forte dell’arte didattica, dialettica ed al servizio del Comune, fino a divenire diritto Costituzionale.

Va recuperato tutto questo, per potere dire senza vergogna, che quando tutto ciò accadeva, si era dalla parte giusta a fare la nostra parte con dignità culturale e professionalità artigianale.
L’utopia delle avanguardie storiche del secolo passato, sembra essersi schiantata contro se stessa.
Il linguaggio dell’arte passato attraverso la globalizzazione economica e tecnologia, si è ridotto all’istantaneità che lo fa percepire come un continuo ed immutabile presente (niente di più retorico ed Accademico).
Il motore della diffusione dell’arte è diventato il suo consumatore culturale o il suo collezionista (nei casi economicamente più materiali).
Le interconnessioni digitali, sono diventate ambiente di consumo mediatico dove è sempre più complicato fare filtrare contenuti culturali, i simboli perdono d’attrattiva e su di loro sciacallano i media.
In questo secolo gli artisti possono rispondere a tutto questo, soltanto chiedendosi:
“Viviamo aspettando cosa?”.
I linguaggi dell’arte hanno valore quando circolano, la circolazione dei linguaggi dell’arte non li riduce a bene di consumo, non si comperano, ma si comprendono.
I linguaggi dell’arte come ricerca di comunicazione, sono il fondamento della rete sociale, determinano luoghi dove le identità individuali sappiano confrontarsi, per questo i social media non servono a null’altro che intermediarne i contenuti.
Nel secolo scorso, certi spazi costituivano la “frontiera” tra ciò che era arte e ciò che non lo era, siamo adesso in un tempo della storia dove lo spazio dell’arte e della sua circolazione, appare dilatato.
Nonostante questo la frontiera di certi spazi resiste e si definisce anche attraverso gli spazi che dovrebbero negarla.

La comunicazione web celebra luoghi come la Biennale di Venezia ed anche quando lavora per dequalificarli li omaggia, eppure i social media ed internet sono oltre il luogo, sono linguaggio dell’arte in ogni dove, potenziale capitale culturale e libero mercato.

Il sistema dell’arte che verrà sarà fatto di anfratti e passaggi, dove l’unico limite reale sarà quello della conoscenza e della coscienza.
Serve che gli artisti che verranno, abbiano gli strumenti culturali per muoversi in questo ramificato sistema dell’arte che porta la Biennale di Venezia direttamente sui desktop dello smartphone con la pretesa della conservazione di un limite/frontiera culturale che distingua tra arte e non arte.

I linguaggi dell’arte hanno bisogno della relazione con gli altri per esistere, altrimenti sono impossibilitati a costruire ed affermare un’identità simbolica condivisa.
I media digitali drogano e dopano i processi condivisi dell’arte.
La seduzione della finzione digitale sta penetrando il simbolismo identitario e percettivo dei linguaggi dell’arte.
Il simbolismo si sta spostano progressivamente dai territori e le comunità alle reti sociali, per questo l’unico strumento per tutelate la differenza culturale e simbolica dei linguaggi dell’arte è la valorizzazione l’osservazione delle arti e delle culture residenti.

Nel mondo interconnesso e globalizzato che viviamo ed abitiamo, l’osservazione dal vivo dei linguaggi dell’arte residente è patrimonio unico ed inestimabile, l’unico monito possibile alle oligarchie del pensiero unico, per fare riflettere su come i rapporti tra particolare ed universale non siano copie di prodotto culturali locali e/o globali.

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