L’arte residente al tempo del #coronavirus

Tutti al lavoro su come l’arte residente stia mutando nel nome del #coronavirus.

Aumentano i casi nel Cagliaritano (tre nuovi casi), siamo intorno ai 13 casi di Corona virus nel Cagliaritano, Cagliari città sembra essere il luogo dove è più alto l’addensamento di chi ha contratto il virus.

Riflessioni sul tema:

Il virus si muove come la cultura contemporanea della viralità, a notizie (fake news comprese) che si diffondono in tempi rapidissimi.

Corona virus e comunicazione virale si muovono con le stesse modalità, l’interconnessione porta a condividere tutto, annullando i confini tra pubblico e privato, con rapidità si è mosso il corona virus sorprendendo tutti, la pandemia si è diffusa anche più velocemente della comunicazione istantanea contemporanea, al punto d’essere restati tutti indietro rispetto alla diffusione del virus, di chi è la colpa?

Di nessuno.

Dal punto di vista generazionale si sta vivendo un inedito della storia, l’azzeramento dei distinguo generazionali, anche in questo il corona virus è vicino ai social network e alle culture digitali, ci stiamo alfabetizzando tutti e non è una questione d’età o d’esperienza.

Il corona virus non distingue tra vecchi e giovani, i codici comportamentali vanno appresi, nella pratica siamo tutti agli arresti domiciliari, proprio come chi s’illude di trovare tutto nei social network, il corona virus ci rende l’avatar di noi stessi, più semplice relazionarci attraverso i social network che nella realtà, nello spazio fisico siamo in questo momento impossibilitati a muoverci in autonomia, autonomia che non è preclusa (anzi è incentivata) nell’utilizzo dei social network.

La riflessione è questa tematica di lavoro sonda i confini tra virus e viralità, concetti che si riflettono nel loro indurci a una presa di distanza dall’altro e all’asetticità della comunicazione.


Altra riflessione è quella della mutazione del concetto d’area metropolitana, la città da centro d’aggregazione diventa centro di disgregazione, un luogo dove non ci si può aggregare, le città con la rivoluzione industriale e il boom economico hanno sempre indotto l’emigrazione verso di loro, questo per ampliare le possibilità lavorative e professionali, per migliorare le proprie condizioni di vita.

In questo momento storico, la città è se vogliamo, insalubre rispetto le aree periferiche, dove la densità di popolazione minore meglio tutela la salute del cittadino.

C’è il divieto d’aggregarsi, i locali pubblici sono chiusi, non frequentabili, attentano alla nostra salute, la dimensione della commensali si perde anche privatamente, non si può cenare con chi non risiede a casa tua, quando questo è mai successo nella storia dell’umanità?

Quando si è fatto divieto di libera aggregazione?

La frontiera di tutto questo, ci consegna un’estetica dell’immagine e dell’immaginario di un grande ospedale interconnesso umano, ospedale dove siamo tutti malati e sono assenti gli infermieri.

A fronte di questa richiesta d’aiuto mancano i veri infermieri, insufficienti.

In sintesi siamo tutti  malati potenziali, il dovere dei pochi esercizi commerciali aperti per prima necessità è quello di distanziarci per tutelare la nostra salute, nella pratica i pochi spazi aperti sembrano sedi distaccate di un immenso ospedale centralizzato, scenario estetico e laboratoriale intrigante, perché ci porta a riformulare lo spazio città e la sua relazione con la comunità.

Città e comunità si blindano e diventano ad alto rischio, pericoloso evadere dalla comunità ed evadere dalla periferia verso la città.

#culturavirus #sculturavirus #andratuttobene #arteresidente

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