L’arte residente al tempo del #Covid19: Giancarlo Politi

Mimmo Di Caterino:

Direttore,
è sempre un piacere leggerla, l’arte è donna, qualcuno sostiene che le prime Dee Madri siano state realizzate da donne sapiens e che l’origine del linguaggio dell’arte sia Donna e femmina.
L’artista uomo, forse, altro non fa che coltivare la sua parte femminile per autostimolare la sua creatività, non per nulla certi artisti sembrano lavorare quasi come dei metalmeccanici o tecnici che si ripetono all’infinito.
Andando oltre questo, vorrei ragionare con lei su come cambierà l’arte e l’arte residente nel tempo del Covid 19, potrebbe questa tragedia collettiva e connettiva, porre gli artisti, dovunque essi siano, al centro della comunità che vivono e abitano?

L’arte da sempre ha avuto un rapporto diretto con la comunità e il territorio che gli artisti abitavano, possibile che questo dramma dell’umano porti a sprovincializzare e internazionalizzare i linguaggi dell’arte residente rispetto l’altrove?

Scrivo questo con una buona dose d’ottimismo, dal momento che il Covid 19 ci riduce tutti ad abitare un ospedale globale a cielo aperto (privo d’infermieri) e a vivere come si fosse ai domiciliari, e ovviamente tutto questo porta ad accantonare tutto il lavoro (politico) che si stava facendo per un’Accademia di Belle Arti a Cagliari e di una Scuola civica d’arte contemporanea su pietra a Capoterra, ma in fondo, finché c’è vita c’è speranza, o non è così?

Mimmo Di Caterino, sempre apocalittico e (cass)integrato

GIANCARLO POLITI, fondatore, editore e storico Direttore di Flash Art, prima rivista internazionale d’arte in Italia e in Europa

In questo momento non servono esibizionismi da parte degli artisti
Caro Mimmo,
ben tornato.

Sei come un cane che gira attorno all’osso (l’arte) e che non lo molla mai. L’ultima tua lettera, che non pubblico, perché lunghissima, punta il dito giustamente sulll’esibizionismo di tanti artisti e la loro presupponenza, in occasione di questa tragedia del Coronavirus.

Opere dettate dal Coronavirus, messaggi profetici sul cambiamento del mondo e dell’arte, capovolgimento dei valori, arte che deve salvare il mondo.

Da parte di chi?

Da parte di artisti critici, galleristi.

Per lo più sommersi.

Sono questi i nuovi profeti.

Ma non hanno capito che l’arte non serve a nessuno se non a chi la fa e a chi ne usufruisce?

E che non potrà cambiare il mondo, come non ha mai fatto.

L’arte è solo un meraviglioso giocattolo per chi ne usufruisce (intellettuali, artisti, critici, curatori, appassionati, curiosi, ecc.).

Oppure un incredibile passatempo terapeutico per l’artista come nessun altro passatempo (forse paragonabile solo al calcio quando si è giovani).

Ma non siamo in tanti, credimi, rispetto al mondo.

La maggior parte delle folle che visitano i musei sono trascinati per i capelli da agenzie di viaggio e uffici stampa.

Voglio vedere quanti saranno gli utenti dei musei on line in questi giorni.

Un numero risibile.

Io sono vissuto felicemente di arte e per l’arte e grazie all’arte per oltre 60 anni.

Ma solo perché non sapevo fare altro.

E comunque con grande gioia ed emozione perché trascorrere la mia giovinezza e poi tutta la vita accanto (a volte solo di striscio e brevissimamente) a personaggi come Burri, Fontana, Manzoni, Vedova, Turcato, Lo Savio, Schifano, Festa ma anche Gerhard Richter, Beuys, Rauschenberg, Warhol, Jeff Koons, Marina Abramovic, ecc. è stato eccitante e talvolta inebriante. Ma tantissime volte anche deludente.

Però non mi si dica che l’arte può cambiare il mondo e che non si può vivere senza arte, perché è falso.

L’arte può cambiare la vita di un artista, di un critico di successo, di un gallerista, ma certo non del mondo.

Invece forse il Coronavirus che è appena nato e che speriamo muoia presto, potrebbe cambiare la nostra vita.

GP

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