L’Artista? A volto coperto si nota di più!

L’Artista? A volto coperto si nota di più!

Sono sempre di più, gli artisti, che nello stile e nel linguaggio si conformano a canoni ed estetiche, imposti dal sistema massmediale dell’arte (se preferite chiamatela industria culturale).

Pensate da Banksy, alla maschera di scena di Salmo, a quella di Manu Invisble, quanto sia diventata cool, l’immagine dell’artista dal volto non mostrato ai media; nel suo muoversi tra legale ed illegale, nel nome dello stile come linguaggio puro.

Non è lecito conoscere identità e vero nome dello street artista, eppure si tratta di uno che fa “public art”, un pubblico impiegato dell’arte a disposizione di tutti, come bene per tutti, nell’albero genealogico dell’evoluzione dei Graffiti dei primi sapiens, i nipotini dei muralisti Messicani (Rivera, Siquerois e Orozco), perché temere la disapprovazione del pubblico, quando si lavora per il pubblico?

Penso sia un trend del mainstream dell’arte, rivolto a chi sogna di fare l’artista e nessuno lo nota se non per i suoi disegni, da che mondo e mondo, l’arte si osteggia e se non mostro il volto, mi si nota di più; il trend dell’arte dai tredici ai trenta anni è quello dell’artista che si realizza e si manifesta, senza manifestare la propria identità, uno contro tutti i loghi e i brand, sempre che il brand non sia lui; non so quando terminerà questo trend e cosa lo potrà fermare, ma fin quando Banksy vivrà, lo si dovrà subire, ma non come arte, attenzione, ma come linguaggio di genere, dal momento che si alimenta, perché dall’alto c’è una quotazione di mercato da sostenere, che sostiene l’industria culturale editoriale specializzata globale, che propone Banksy come modello alto d’artista che nega le quotazioni di mercato (pur essendo quotazione di mercato).

Tutto questo sviluppo ipertrofico del linguaggio di genere della public art, ricorda l’esplosione dell’astrattismo e del concettualismo tra gli anni cinquanta e la fine degli anni ottanta, veicolato dall’effetto traino che materializza epigoni dei social network, vende al pubblico la finzione comportamentale dell’artista, materializza artisti che si presentano in pubblico sporchi di colore prima di cominciare a dipingere; il tutto nel nome che prima c’è la finzione da mettere in scena del ruolo dell’artista, poi c’è il linguaggio, linguaggio che si giustifica sempre, nel nome del personaggio; la regola è scrivere la mitologia dell’artista nel nome della sua immagine.

Mito e immagine sono costruiti dall’artista prima che del suo linguaggio, farsi un giro social tra le cover degli artisti che avete come riferimento per credere, sembrano stereotipati nell’interpretare il proprio ruolo nella scena del sistema.

Il palinsesto è quello della vendita di se stessi al migliore offerente; studio e comprensione del lavoro e della ricerca dell’artista, sembra passare in secondo piano, rispetto all’immagine di sé che l’artista vuole imporre e indurre nello spettatore.

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