L’artista solo e strumentalizzabile da tutti

L’artista solo e strumentalizzabile da tutti

Il sistema dell’arte contemporanea, comincia ad avere dei vuoti generazionali, perché i giovani artisti da tempo, nel nome del gusto del gallerista o meglio del suo collezionista privato, hanno accettato l’idea di godersi la liquidità del momento e di essere intercambiabili per questo o quel gallerista o per questo e quel collezionista (e qualcuno ha l’ardire di paragonare tutto questo ad il cortigiano artista Rinascimentale).
L’artista che fa del suo linguaggio “stile” è visto come un “ramo secco” da tagliare, un pezzo dell’ingranaggio già venduto che deve e può essere sostituito, l’unico che paga per un mercato ed un sistema dell’arte a dimensione collezionista/investitore che non funziona è l’artista.
Artista che si sente direttamente colpevole, perché gli “addetti ai lavori” o per meglio dire, gli speculatori dell’intermediazione, fanno loro credere, che la loro inadeguatezza sul mercato dell’arte contemporaneo, sia figlia proprio della loro ricerca che non si evolve, la loro impossibilità ad avere nuove idee.
Tutto questo avviene tra il silenzio generale degli stessi giovani artisti, silenzio determinato dalla possibilità che potrebbero perdere il contatto con questo o quel gallerista o curatore, qualora manifestino il loro disagio professionale.
Il mercato e gli “addetti ai lavori” si sostiene sull’unica, insindacabile legge, del tutti contro tutti, nel nome di ciò i linguaggi dell’arte hanno smesso di svilupparsi insieme, questo nel nome di strategie di visibilità e di mercato che turbano la rete di ricerca linguistica dialettica tra artisti che interpretano il loro tempo.
La verità storica e sociologica, è che le gallerie d’arte contemporanea, sono un luogo di esercizio ed abuso del potere economico dell’acquirente, il linguaggio degli intermediari di mercati ed addetti ai lavori, è il veicolo o l’arma per indicare all’artista il suo essere stato “scartato” dal collezionista.
Ricerca ed i linguaggi dell’arte contemporanea, sono lasciati soltanto alla vetrina dei social network.
L’arte contemporanea muove processi di partecipazione e di condivisione attraverso il web, l’idea di fondo è che gli artisti attraverso i social e privi d’intermediazione possano muoversi in libertà totale, ma quale libertà può esserci se l’economia della partecipazione e del consenso popolare si muove attraverso “i mi piace” che fatturano il desiderio dandogli un valore di mercato reale e simbolico?
Curatori, galleristi ed addetti ai lavori, in realtà mai come oggi dispongono della possibilità di avere sotto controllo lo studio dell’artista.
Il confine tra la sfera privata e la sfera pubblica dell’artista è sempre più sfumato, autonomia e libertà sembrano in questo secolo espanso in rete, ritorcersi contro l’artista che per determinare il proprio consenso e muovere la partecipazione, è costretto a limitare la propria ricerca con la finalità di “piacere”.

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