L’autorappresentanza artistica per dire stop al potere del collezionista

 L’autorappresentanza artistica per dire stop al potere del collezionista

Biennali e grandi eventi pubblici, culturali ed artistici, sono oggi un sistema a dimensione collezionista, incentrati sulle esigenze economiche di consigli d’amministrazione ed imprese, a pagare tale condizione sono gli unici “addetti ai lavori” accreditati, ossia gli artisti visivi, i lavoratori dell’arte.
Tali eventi pubblici, sono figli dell’erroneo assunto, che il mondo degli artisti possa essere paragonato a quello di altre categorie professionali; secondo tale mitico assunto, partecipare ad una Biennale ed essere stati selezionati per questo, per la partecipazione all’evento gli artisti ovviamente non sono mai retribuiti, ma la visibilità ed il contesto materializzerebbero per gli artisti selezionati fama e successo.
Un tempo tale sistema selettivo era invisibile, oggi è sotto gli occhi di tutti, non è questo il secolo dove i grandi eventi pubblici sono in grado di rappresentare la condizione di autonomia e ricerca dell’arte contemporanea.
L’arte contemporanea è chiaramente ostaggio della finanza, gli sponsor e gli gestori di grandi spazi pubblici o eventi artistici sono sovente direttamente collegabili al mercato dell’arte.
Questo scenario si è materializzato alla fine degli anni novanta, quando il collezionismo d’arte è diventato qualcosa da manager e Dirigenti della grossa industria finanziaria, entrando di diritto nei Consigli Museali di tutto il globo.
Non a caso il capitale dell’arte contemporanea oggi si muove nei territori dove è palpabile la diseguaglianza sociale tra il dentro ed il fuori dallo spazio, pensate agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Cina o all’India, pensate all’entusiasmo politico e degli sponsor che accompagnano i grandi eventi.
A questo punto l’idea dell’artista “politico” è strettamente da relazionare alle sue utopia, la sua rappresentanza può solo passare una democrazia non rappresentativa ma di autodeterminazione (e certificazione), il suo luogo di lavoro come insegna lo zapatismo non è più l’industria culturale ma la sua profondità culturale, della memoria e del territorio sociale dove opera.
Il problema dell’arte contemporanea è oggi fuori dal sistema e dall’industria artistica e culturale, è un problema di genealogia e biologia dell’arte.