LAVORO D’ARTISTA? VOCAZIONE PROFONDA!

 LAVORO D’ARTISTA? VOCAZIONE PROFONDA!

Alla posta, arrivo allo sportello per spedire dei miei lavori pittorici.
Sul modulo avevo annotato “quadri”, il dialogo con l’impiegato addetto è stato surreale:

– “Quadri”, ma lei che quadri fa?
– Sono dei miei lavori molto gestuali, esercizi di ricerca arteterapeutica, lo preferisco agli antidepressivi…
– Ma i suoi lavori sono su Internet?
– Oggi è tutto su Internet, altrimenti non esiste…
– Ma sono ad olio i suoi lavori?
– C’è anche l’olio ma uso tutto quello che ho sottomano, “mixed media” si dice in gergo…
– Ma i suoi lavori sono copie?
– Non ho mai copiato se non per esercizi “scolastici” da studente, in genere insegno a non copiare, non mi va di educare alla frustrazione, cerco di non copiare neanche me stesso ma non ci riesco…
– Io invidio molto i copisti…
– Certo è un lavoro…
– Quelle sfumature, quei particolari, quei colori…
– Si, è un lavoro, ci vuole tecnica, ma oggi è meno complicato di come appare…
– ?
– Ci si aiuta con videoproiettori e con una griglia è un attimo…
– Si, ma ad olio è difficile…
– Si, è difficile…
– A Pula ogni estate c’è un pittore che è un copista formidabile…
– Come si chiama?
– Non lo so, va in giro d’estate con un pappagallo sulla spalla, vende i quadri di Van Gogh, De Chirico e ci fa sognare…
– Certo, il mercato dei falsi d’autori è un mercato che rende, che prezzi ha?
– 25, 30 euro…
– Cavolo economico, i falsi d’autore arrivano a 500, 1000, 1500 euro quando sono attestati…
– Sul serio?
Non pensavo un falso costasse tanto, dipende da come è fatto probabilmente, da quanto è uguale all’originale…
– Si tratta di un lavoro, certo d’estate venderli a 25 euro è un prezzo un tantinello basso…
. D’inverno non c’è nessuno a chi dovrebbe vendere?
– Vero, concordo…
– Buona serata e buon lavoro.
– Buon lavoro a lei.

P.S. Perché ho questa maledetta convinzione che se ci fosse un’Accademia d’Alta formazione artistica nel sud dell’isola, questi dialoghi sarebbero impossibili?

Fino alla fine del Novecento, resisteva l’idea dell’arte come lavoro, nonostante la favola del mercato e delle privatizzazioni del gusto.

L’idea dell’arte come lavoro, nasceva dalla profonda necessità di produttività e di sopravvivenza culturale d’intere comunità, nel nome di questo gli artisti radicati localmente si chiamano Maestri o Mastri, nel nome di una idea dell’arte legata alla “vocazione” che sa tradursi in peso del ruolo sociale.
Fino al secolo scorso, il lavoro dell’essere (e non fare) arte, era affermazione d’ideali, professione di fede, vocazione, inclinazione personale, una mansione da svolgere nel nome di una necessità che andasse ben oltre i bisogni materiali.

L’artista era per questo bilingue (dico “era” perché i social network rischiano di appiattire il doppio registro di comunicazione dei linguaggi dell’arte nel nome dell’etica bidimensionale dei “selfie”), da un lato empaticamente conosce la lingua della sua realtà esterna, ma ha anche un unico irripetibile ed inimitabile linguaggio grammaticale privato, che ascolta lui ma anche chi a lui si relaziona per comprenderlo fino in fondo, è il linguaggio della tensione dei suoi sogni tradotti in segni che si determinano come simbolo.

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