LAVROV E LA PROPAGANDA (USA)

LAVROV E LA PROPAGANDA (USA)
Il ministro degli esteri russo, intervistato a Zona Bianca, ha fatto propaganda.
Chi se lo sarebbe mai aspettato.
Però la propaganda è una cosa complessa e sarebbe sin troppo facile ridurla ai casi di scuola di Goebbels e Leni Riefenstahl, di Stalin e Ejzenstejn o di Putin e Lavrov.
La propaganda occidentale è in genere decisamente più raffinata, subliminale e ideologica di quella russo/sovietica che, quantomeno, è sempre immediatamente riconoscibile.
Ognuno di noi è cresciuto guardando centinaia di film di produzione americana sulla Seconda Guerra Mondiale, con uno schema narrativo che più polarizzato non si poteva, i cattivoni nazisti da una parte e gli americani liberatori, buoni e coraggiosi dall’altra.
Del resto il Congresso sin dal 1939 aveva deciso di stanziare centinaia di milioni di dollari sulle pellicole a sfondo bellico con sceneggiature vidimate e approvate da commissioni speciali create ad hoc.
Il cinema di guerra hollywoodiano nel giro di pochi mesi centuplica le sue produzioni perché Franklin Delano Roosevelt sapeva bene che il conflitto si sarebbe vinto anche e soprattutto sul piano mediatico.
Beh, però questi film rispecchia(va)no gli eventi storici, no?
Non esattamente.
La Seconda Guerra Mondiale l’hanno vinta i russi a Stalingrado.
Lo sbarco in Normandia (ben più cinematografato) avvenne a guerra già in parte decisa.
Basterebbe confrontare il numero dei morti:
20 milioni per i russi, 400.000 per gli americani.
Eppure Benigni fa liberare Auschwitz dall’esercito a stelle e strisce e i russi nei film americani sulla Seconda Guerra non godono in genere di buona stampa e ricoprono sempre ruoli subalterni.
Ma sulla straordinaria capacità propagandistica americana basterà ricordare la vicenda del barone Wernher Von Braun, il capostipite del programma spaziale, un nazista dalla storia incredibile e con un ingegno fervidissimo.
Von Braun non è stato solo un grande scienziato (il creatore dei famigerati razzi V1 e V2 lanciati da Hitler contro Londra) ma divenne soprattutto – dopo essersi consegnato agli americani che lo graziarono in cambio dei suoi servigi – un grande narratore propagandista, autore del primo romanzo di fantascienza scientifica “Progetto Marte”, nel quale viene descritto con una precisione tecnica impressionante (stazioni spaziali orbitanti, sistemi di propulsione e di alimentazione, strumenti di telecomunicazione sofisticatissimi) quello che Kubrick e la Nasa avrebbero messo in scena più di 15 anni dopo.
Verso la fine degli anni ’50 Von Braun collaborò ripetutamente con un altro gigantesco creatore di immaginari che si chiamava Walt Disney trasformandosi subito in un personaggio pubblico di assoluto rilievo, tanto che negli ultimi mesi della presidenza di Eisenhower e poi negli anni di Kennedy venne nominato Direttore di uno dei centri più importanti della Nasa e incaricato (più o meno) ufficialmente di mettere in atto un’operazione di divulgazione culturale e ideologica capillare, con l’obiettivo precipuo di alzare l’hype e l’interesse dell’opinione pubblica statunitense sul programma spaziale americano (e giustificare le decine di miliardi di dollari investiti) ricorrendo a qualsiasi genere di strategia emozionale e narrativa, anche a carattere sublimale, perché l’unica cosa davvero indispensabile era di arrivare sulla luna prima dei russi.
I russi possono vantare diversi primati.
Ma sulla capacità di propaganda, sul persuadere ad esempio il mondo intero che l’Iraq e l’Afghanistan andavano rasi al suolo perché nascondevano armi di distruzione di massa e pericolosi terroristi pronti a tutto (in quel caso le popolazioni inermi non venivano ancora chiamate “resistenti” e l’opinione pubblica se ne fotteva delle loro vite), gli americani non sono secondi a nessuno.
Piero Tomaselli