Le faide del Mario Pesce a Fore

Come mai un movimento, così di rottura come il “Mario Pesce a Fore”, realmente dissidente e disobbediente, l’unico fenomeno realmente AntiAccademico che la Storia dell’Arte Napoletana, abbia mai avuto, si dissolse lentamente nel passaggio di millennio?
La comunanza d’intenti, dei giovani artisti, che lo frequentarono, bazzicavano, attraversavano, entravano e uscivano, era di matrice politica e profondamente artivistica.
I punti cardine erano due:

1) La critica a un pensiero unico, d’artista professionista, che appiattiva e omologava, sradicandole nel contenuto, le libere ricerche artistiche, muovendole verso mode e trend di mercato privato, che poco o nulla avevano a che fare con lo spirito delle Avanguardie del Novecento, che muovevano da un AntiAccademismo che non bramava di consegnarsi a un mercato ancora più Accademico dell’Accademismo dal quale si prendevano le distanze.

2) La critica all’Accademia di Belle Arti di Napoli, in quanto Istituzione pubblica, che passivamente si consegnava, a una deriva didattica, che nel nome del merito e a discapito del talento tradotto in studio e dedizione, consegnava giovani artisti a quel mercato, disconnettendoli dalla propria tradizione, cultura ed economia.

Cosa diventò questo tra il 1996 e il 2009?

Una vera guerra semiotica, che dal locale Napoletano, inseguendo le logiche del mercato globale e interconnesso dell’arte, arrivava in ogni dove.
Guerra della quale ancora oggi, pago qualche effetto collaterale, con una nomea che incautamente mi precede, in certi ambienti e certi salotti dell’arte; guerra fatta di tante battaglie, che ha attraversato esami d’Accademia con Maestri sotto scorta; schiaffi e gesti performatici imprevisti; demonizzazioni mediatiche; Centri Sociali e Laboratori Okkupati; Festival internazionali di Poesia: Biennali; testate d’arte specializzata come Exib Art, Undo.Net, Flash Art e Equilibriarte; e che dal Micro al Macro ha determinato nel sistema dell’arte dal basso, una serie di mutazioni e qualche emulazione che ha anche ridisegnato la geografia e gli equilibri culturali di un territorio complesso come quello Napoletano.
Prima del Mario Pesce a Fore, nessuno aveva sollevato la scomoda questione, dell’arte e degli artisti residenti, come bene comune da preservare e tutelare dinanzi ai giochi, gli investimenti, le bolle economiche speculative e le balle culturali del libero mercato privato.
Il Pan di Napoli, ad esempio, nasceva come spazio pubblico in maniera anomale gestito dalle gallerie private Napoletane; il Madre era fondato su prestiti di collezionisti privati; ma dalle nostre parti si leggeva e riportava fedelmente tutto, e non da luoghi qualsiasi, ma da testate altamente specializzate come Exib Art e Flash Art, insomma si era veramente entrati in rotta di collisione.
Da allora, adesso il PAN è a disposizione delle libere ricerche artistiche residenti senza filtro galleristico; si sono autodeterminati spazi come Lineadarte e la storica vetrina di Gino Ramaglia, poste a servizio della ricerca artistica residente, ma molto si è anche perso sul campo.
Obiettivi comuni a parte, tra cui in origine quello di una Riforma Accademica che ne facesse polo istituzionale e territoriale delle ricerche artistiche residenti da preservare e tutelare, il movimento del “Mario Pesce a Fore” è stato attraversato da faide interne, tatticismi, protagonismi, scontri e conflitti subdoli e striscianti fatti di passaparola e processi alle intenzioni; per molti artisti affamati e in cerca di fama, è stato anche utilizzato come trampolino di lancio individuale, per farsi notare e farsi visionare; uno strumento per accrescere il proprio portfolio o la propria credibilità in un’area politica che dai tempi di Bassolino a Napoli faceva e fa il buono e cattivo tempo.
La frustrazione e la cultura dell’ego d’artista, che viaggia e si veicola nei peggiori laboratori Accademici, si annidava anche nel Mario Pesce a Fore, si covavano mille serpi in seno.
Nessuno dei protagonisti di quel movimento ha oggi una cattedra Accademica, qualcuno è anche riuscito a perderla, perché si contestavano proprio quelle cattedre nepotiste, dinastiche e baronali, che faide interne avrebbero poi rivelato a mezzo stampa qualche anno dopo.
Quella che il Mario Pesce a Fore criticava, era un’Accademia che stroncava i talenti nel nome del merito, dove il merito da premiare era portare la borsa degli attrezzi da lavoro del Maestro, dove s’inscenavano conflitti di genere tra Laboratori e Maestri, dove ci si divideva per legittimarsi a vicenda tra Avanguardisti e Conservatori sulla pelle della libera ricerca in formazione dello studente; si disciplinavano giovani artisti a inscenare ridicole performance, Accademiche provocazioni fini a se stesse, che miravano soltanto ad alimentare una credibilità istituzionale Accademica persa già negli anni Sessanta; credibilità che negli ultimi anni del millennio scorso, barcollava dinanzi l’autodeterminazione, di un esercito di giovani creativi in formazione tra i 18 e i 25 anni, che con la propria libera ricerca individuale, tradotta in libero scambio ed esercizio formativo collettivo dialettico e didattico, mettevano a nudo l’istituzione e la retorica dei suoi Maestri.
Questo è stato lo scenario di formazione e d’autodeterminazione di Gennaro Cilento, che rispetto a chi scrive, non ha mai disperso, quella rete di relazioni e affetti simbolica, che dopo più di vent’anni, nel salutarlo, si è ricompattata in suo nome: attribuendo al suo corpo, al suo lavoro, al suo linguaggio, alla sua ricerca, ai suoi gesti, quel giusto valore simbolico e culturale, che la stessa Accademia, ancora oggi, si ostina a fingere d’ignorare in maniera ignobilmente rancorosa; eppure Gennaro lascia, anche a chi finge d’ignorarne la grandezza storica, a tutti un bene da riscattare, quello di una rivoluzione generazionale mai avvenuta, osteggiata da egotismi e individualismi, che quella generazione hanno attraversato, per trovare poi conforto e comprensione nell’effimero mondo dei selfie e dei social network.
Gennaro Cilento è oggi bene comune, su cui nessuno dovrebbe sciacallare, per cui nessuno dovrebbe mettersi in piazza sostenendo d’essergli stato amico più di qualcun altro, per cui nessuna dovrebbe dire d’averlo amato più di qualcun altra, dopo più di vent’anni il suo valore è un valore culturale, la sua forza è quella d’essersi tradotto un qualcosa di comune, qualcosa da sostenere e non demolire per biechi protagonismi; il Mario Pesce a Fore, lo si polverizzò isolando chi nella causa comune credeva, e Gennaro Cilento nella causa comune del suo essere artista tra gli artisti della sua generazione, ha sempre creduto.

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