Le metamorfosi storico geografiche dei Custodi di Matteo Pugliese

Matteo Pugliese ritorna spesso a Cagliari, dove è arrivato quando era un bambino di otto anni, e ha abitato fino alla maturità classica, conseguita al Liceo Siotto. Si è laureato in Lettere Moderne alla Statale di Milano, dove è nato nel 1969, con una tesi sulla critica d’arte. Dopo una parentesi a Barcellona, tra breve tornerà a vivere nella sua città natale, con la Sardegna come terra complementare, dove vivono ancora i suoi genitori ed è nata la sua passione da autodidatta per il disegno e la scultura.

Oggi Matteo Pugliese è uno degli artisti italiani più conosciuti e quotati a livello internazionale. Quest’anno ha esposto a New York e Seoul, tra un mese si inaugurerà la sua prossima mostra, The Guardians – dall’11 agosto 2018 al 6 gennaio 2019 –  al Boise Art Museum, nell’Idaho.

La genesi dei Custodi (The Guardians) inizia vent’anni fa, sulla spinta di una forte esigenza personale: il desiderio di dare forma a una presenza rassicurante e protettiva, una figura che gli infondesse fiducia, forza ed equilibrio.

Quando inizia la sua ricerca, Matteo è inconsapevole che una scultura destinata a proteggere lo spazio abitato non sia né nuova né originale, ma, una volta in cammino su questo percorso, scopre di trovarsi davanti a un tema millenario, ricorrente nella storia dell’umanità, che ha attraversato le epoche e le civiltà con la stessa urgenza che lui, uomo contemporaneo, avverte.

Matteo racconta che nell’isola di Java si trovano i Dvarapala (in sanscrito “guardiani delle porte”), sculture in pietra poste all’ingresso di templi e santuari della religione brahamana o buddhista: giganti e guerrieri il cui compito è quello di tenere lontano gli spiriti maligni e gli spiriti impuri, raffigurati con espressioni severe e grottesche e muniti di armi, zanne e corazze. La stessa missione era affidata ai Lamassù assiri del secolo VIII a.C., divinità protettrici rappresentate come giganti con testa umana, corpo e orecchie di toro e ali di uccello, collocate in coppia ai lati dell’ingresso del palazzo reale.

Nel cuore del Messico, invece, esse venivano raffigurate con il volto severo delle giganti teste Olmeche, a cui era demandata la protezione della comunità.

In Europa le figure apotropaiche venivano poste a guardia delle sepolture, come gli idoli campaniformi femminili ritrovati in Beozia, risalenti all’VIII secolo a.C., statuette antropomorfe (in realtà femminili, ginomorfe) in ceramica, alte circa 30 centimetri, i cui antecedenti si rintracciano a Creta, durante il Minoico antico, il cui esempio più conosciuto è la Dea di Myrtos, oggi al Museo Archeologico di Heraklion, a Creta.

E se gli Etruschi ponevano a coronamento dei templi delle antefisse in terracotta con il volto terrificante della Gorgone, gli antichi romani veneravano i Lari e i Penati, gli spiriti protettori degli antenati defunti, che venivano raffigurati con statuette anch’esse di terracotta, oppure in legno o cera.

Nei nostri contesti urbani moderni”, aggiunge Matteo, “sopravvive ancora oggi un retaggio architettonico pagano: sugli architrave dei portoni di ingresso dei palazzi infatti è facile incontrare maschere grottesche cui si chiedeva di allontanare malasorte e sventura. La religione cattolica non è esente da questi elementi apotropaici, basti pensare al significato della croce e alle figure dei Patroni (in latino Protettori)” o degli angeli custodi.

Matteo fa notare che, in tutti gli esempi elencati, la funzione protettrice sia sempre affidata ad una scultura e non ad un dipinto, deducendone che la scultura, abitando il nostro stesso spazio, è più adatta a far sentire la sua presenza e a veicolare con più efficacia il suo messaggio, risultando una presenza corporea, un po’ umana, un po’ mostruosa.

Il suo lavoro però, nonostante si ispiri a Custodi di diverse culture, non è una fedele ricostruzione storica dei loro costumi e armature, che sarebbe risultato un gesto di maniera e svuotato di senso. La sua è piuttosto una rilettura, un gioco di richiami e di suggestioni, una risonanza storica di un’esigenza millenaria e archetipica calata nella contemporaneità. Qui la materia gioca un ruolo fondamentale nel processo creativo: Matteo Pugliese lavora per assonanze nella realizzazione delle corazze e armature, come quando, per ricreare la corazza del Custode Scandinavo utilizza un migliaio di unghie finte, o, nel Custode Celtico, impiega diverse centinaia di bulloni, o ancora, per il Custode Elvetico, delle monete. Il gioco vero/verosimile si attua con materiali della quotidianità, come sfere di metallo, perline della collana della figlia, stringhe delle scarpe.

 I primi Custodi sono stati accompagnati da una poesia in cui questi, in prima persona, enunciano le ragioni del loro essere e il sacro compito che sono chiamati a svolgere, come se, pari a un Golem (ancora un mito) fossero capaci di prendere vita, per ordine del loro creatore.

 Matteo Pugliese prosegue la sua ricerca sulle figure dei Custodi perché pensa che sintetizzino efficacemente uno dei concetti base della religione, ossia la necessità dell’uomo di rivolgersi a qualcosa di trascendente per alleviare la consapevolezza della propria finitezza.

Realizzare i Custodi oggi, in un’epoca che fa della sicurezza una parola chiave dell’esistenza umana, li rende un’emblema poetico di quello che traduciamo in maniera prosaica, moltiplicando questa ossessione nei controlli degli aeroporti, nei luoghi pubblici, nelle nostre abitazioni o luoghi di lavoro, il controllo delle emozioni attraverso i medicinali, che “eliminano ogni evenienza di fatalità o incidente o disastro, senza considerare che, in questo modo, impediamo la possibilità che gli dei si manifestino o agiscano nelle nostre vite”, come scrive James Hillman ne L’anima del mondo, eliminando ogni inventio divina. Inventio divina che Matteo Pugliese riscopre, restituendoci quella credenza magico propiziatoria incarnata da un oggetto, che conferiva meraviglia alla vita dell’uomo pre-industrializzato.

Al Museo Archeologico di Cagliari, in posizione un po’ defilata rispetto agli altri pezzi della ricca collezione, è esposta una statua punica di Bes, ritrovata nel 1933 a  Bithia (Chia), nel tempio omonimo. La scultura rispecchia l’iconografia egiziana del dio del focolare, protettore delle famiglie ed in particolare delle madri, dei bambini e delle partorienti, considerato come il difensore del bene contro il male.

Scultura del dio Bes, III sec. a.C. circa, Cagliari, Museo Archeologico Nazionale

Bes era anche patrono dei ballerini, che se lo tatuavano nella coscia, un dio brutto, tozzo e deforme, con le orecchie e la coda leonine e la lingua di fuori, ornato di piume di struzzo, spaventoso ma benevolo e sapiente.

Ho mostrato la sua immagine a Matteo, che ha commentato: Il dio Bes é fighissimo! Non lo conoscevo, in più ha già le fattezze del custode: piedi grandi, robusto, ventre sporgente! Grazie di avermelo presentato.

Concettina Ghisu

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