L’EDITORIA SPECIALIZZATA ON LINE

L’EDITORIA SPECIALIZZATA ON LINE:

Tra la fine degli anni novanta e fino ai primi anni di questo secolo, collaboravo con una testata web d’arte specializzata, si proponeva come la maggiore testata d’arte contemporanea via web.

Le connessioni diventavano di massa e rispetto all’editoria specializzata classica e la sua capillarità era locale.

C’era un collaboratore (a costo zero) da ogni parte d’Italia che aveva il compito di mettere a fuoco lo stato dell’arte del suo territorio.

Non facendo altro che mettere a fuoco quello che vivevo e vedevo mi sono guadagnato nel giro di qualche anno la mia belle diffida legale con tanto di allontanamento.

Ma sapete quale è stata la cosa che ha mandato fuori di testa?

Chi si occupava di questo progetto, in realtà molto locale, aveva (ed ha) la semplice idea di veicolare e non disturbare il mercato dell’arte in Italia.

Non preoccupava tanto che io attaccassi le Accademie di Belle Arti ed i Maestri con la loro didattica Napoleonica, neanche che colpissi agli “addetti ai lavori” che si rimbalzavano trasversalmente in una l’editoria specializzata e non italica (da “Flash Art”, a “La Padania” a “Il Manifesto” le firme ed i pareri autorevoli erano gli stessi), non disturbava neanche mirare alle marchette degli artisti e la messa a fuoco delle strategie di mercato.

Il reale motivo per cui fui allontanato e diffidato, ed accusato di essere un No Global (cazzo che reato), un Camorrista (a causa del mio cognome Casalese in tempo di Savianesimo) e non so cosa altro, è stato attaccare quella che era la prima rivista d’arte contemporanea in Europa e connettere la sua politica editoriale alle strategie di mercato delle case d’asta internazionale ai danni dell’investitore collezionista.

Questo mandava fuori di testa, in fondo questo avveniva perché la politica editoriale della webzine con la quale collaboravo (che si apprestava a diventare cartacea ed invadere gli spazi pubblici dell’arte contemporanea) era la medesima della testata in apparenza concorrente.

Venni diffidato allontanato per essere poi invitato a collaborare proprio dalla prima rivista d’arte contemporanea in Europa, quando si dice che il diavolo è nei particolari.

Il Direttore di questa nota testata d’arte contemporanea non aveva molto in simpatia certe mie posizioni sul pubblico a sua detta troppo “comuniste”, dilagava il perbenismo Berlusconiano ed L’Ulivo-DS stava per diventare il PD.

Quando gli davo del democristiano mi rispondeva con toni come questo, per inciso “fare mostre” e “scrivere nei forum” erano per lui puttanate (ma non era il Direttore di una testata d’arte?) e con fondi e contributi pubblici si sosteneva la sua testata:

“Bhe io ho sempre pensato che la Dc ne ha fatte di minchiate, ma che ha pure preso un paese vetero rurale e sottosviluppato (e dopo una guerra civile che per un pelo non lo porta sotto sovranità sovietica) facendone una nazione fin tropo benestante, dove gente come voialtri ha la possibilità di passare la giornata ad occuparsi di puttanate -fare mostre, scrivere nei forum…- contando sui soldi di babbo o sui fondi di qualche ente pubblico. 

Detto questo, Dc io non l’ho mai votata. 

Ma nonostante tutto mi prendo del ‘democristiano’ senza offendermi, figuriamoci. Ché l’unica cosa davvero offensiva, politicamente parlando, l’unica cosa grave, imperdonabile, inaudita, impresentabile ed indecente è essere o esser considerato “comunista”. 

Per il resto, affibbiatemi qualsiasi appartenenza”.

Se una rivista d’arte contemporanea specializzata, racconta come funziona il mercato, approfondisce il punto di vista del collezionista e del curatore, le quotazioni delle case d’asta, sponsorizza eventi privati a carico del contribuente che cosa fa?
Comunica o fa reale informazione?
Passato il secolo degli addetti ai lavori, questo è il secolo dei brand jornalist, ossia i venduti a questa o quella rivista d’arte specializzata, talvolta in quota politica.
Si tratta di semplice comunicazione aziendale, nulla a che vedere con una reale informazione sullo stato dell’arte e degli artisti.
Possono convivere comunicazione aziendale e storia, ricerca e cultura artistica di una comunità?
Attraverso il digitale, aziende via social network, con i loro impiegati lavorano in prima persona per rendere certe posizioni aziendali “accettabili”, Luca Rossi è una finta intelligenza critica collettiva creata appositamente per questo.
Non esiste più una linea di confine tra il critico d’arte e lo stakeholder, se l’artista squalifica l’azienda viene squalificato.
On line piattaforme, comunicano con i loro stakeholders producendo inutile informazione artistica, gli “addetti ai lavori” confinati al ruolo di produzione di contenuti per la comunità degli “interessati all’arte contemporanea”.
Da un lato si alimenta la consapevolezza sui processi del mercato dell’arte contemporanea e dall’altro si costruisce una buona reputazione per il brand aziendale, in questi spazi non esiste un reale margine di movimento per l’artista.
Questo ha ovviamente gettato in crisi irreversibile gruppi editoriali storici, chi tra i giovani artisti contemporanei è ad esempio ancora interessato ad una recensione sulla rivista d’arte internazionale più importante d’Europa?
Un inedito ulteriore in questo secolo, è nel fatto che anche artisti contemporanei privi di filtri ed intermediazioni, sono in grado di fare in autonomia brand journalism, la finestra della storia dell’arte contemporanea è inedita.
Non frega un emerito cazzo a chi è interessato a comprendere l’arte contemporanea, se la notizia arriva dalla redazione della webzine d’arte più seguita d’Europa, dal blog di Luca Rossi o da Cagliari Art Magazine, la cosa importante è raccontare qualcosa.
Nel secolo scorso l’artista era un utente dell’informazione specializzata e dell’intermediazione degli addetti ai lavori, adesso l’artista è un diretto concorrente di chi il secolo scorso intermediava il suo lavoro, se sa usare i social network opera sullo stesso fronte comune dell’informazione e della comunicazione.

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