LETTERE A CAM: RICHIESTA DI CHIARIMENTI

LETTERE A CAM:

RICHIESTA DI CHIARIMENTI

Da:    @email.it
A: mimmodicaterino@cagliariartmagazine.it
Cc:
Data: Mon, 23 Jan 2017 18:20:26 +0100
Oggetto: Fabio Atzori richiesta di chiarimenti

Gentile Mimmo Di Caterino, mi chiamo Fabio Atzori, leggevo i punti principali del programma di CAM e devo dire di aver trovato significativa l’esigenza di stabilire un ‘patto di fratellanza’ , o gemellaggio, con analoghe realtà extraisolane dalle quali, auspico vivamente, possano ramificarsi nuovi poli d’aggregazione, confederati fra loro, ma non necessariamente omologati.

Rimango convinto, infatti, che ci si debba attenere ad una forma di progetto condiviso ed in costante evoluzione o, se preferisce, ‘in movimento’.

Una rete nella rete.

Quando si dice che la cultura e il linguaggio artistico dovrebbero affrancarsi dalle logiche del libero mercato privato, si rischia di cadere in una contraddizione evidente, perché, se da una parte si intende relazionare il processo di genesi artistica al contesto sociale e alla cultura, non lo si può relegare ad un sistema di valori che rifiuta, per partito preso, quello vigente, che se ne tira elegantemente fuori, ignorando il fatto che l’ economia di mercato impone da sempre le sue regole, controlla e detta i tempi, storici, delle comunità e del loro sviluppo.
Se insomma l’Arte vuol far parte di questo mondo, deve comprenderne le ambiguità e sforzarsi di parlare anzitutto un linguaggio condiviso, piuttosto che cercarne uno nuovo di zecca, originale magari, ma incomprensibile.

L’arte dovrebbe insomma tentare un approccio comunicativo, com’è nelle sue prerogative e puntare a una formula espressiva (plurivalente) con cui mettere in crisi i paradossi della modernità i suoi metodi arbitrari e insindacabili.

Questo è il significato fondamentale della comunicazione!

L’Arte allora dovrebbe, come ha già fatto in passato, rielaborare nuove strutture comunicative (anche e soprattutto promozionali) capaci di inglobare, e non rigettare, il linguaggio della Scienza e quello della teologia. Il mercato tanto dileggiato, deve infatti la sua autorità all’attitudine di manipolare i significati e, attraverso quelli, la comunicazione.

Ecco perché oggi pretende e riesce a spadroneggiare l’universo culturale, drogarlo e comandarlo a suo piacimento.

Analoghi disastri hanno coinvolto la letteratura, la scienza e, come ben sappiamo,la medicina, col risultato di annichilire le forme d’arte più autentiche e perfino le cure, anch’esse sottomesse al ferreo pragmatismo del profitto.
Le logiche del mercato, oggi deviate dalla originaria prospettiva liberista a favore del monopolio , hanno infatti storicamente foraggiato e incentivato la produzione artistica e persino fatto la fortuna di molti autori a noi cari. Pensiamo per esempio al patrimonio pittorico che ci è pervenuto dalla committenza ecclesiastica, dal connubio cioè di ideologia ed economia.

Non si può pertanto pensare a una nuova de-globalizzazione nel totale rifiuto dell’ apporto che ci è pervenuto dal passato.

Occorre, casomai, ripensare daccapo uno svecchiamento dei metodi e delle strategie comunicative tenendo sempre bene a mente quali sono i principi, quali gli irrinunciabili presupposti scientifici su cui fondare un tale impegno riformista.
I grandi movimenti artistici che si sono distinti in questo senso, le avanguardie degli due ultimi secoli del millennio, hanno affrontato decisivi temi scientifici ma ne hanno, secondo autorevoli ma occultati pareri, anche suggerito spesso le soluzioni.

Si pensi all’ottica newtoniana messa alla berlina dai pittori impressionisti o alla felice intuizione del cubismo rispetto all’inadeguatezza del metodo di indagine meccanicista.

Il mio miglior auspicio segue infatti il solco di queste felici esperienze, forse le ultime, prodotte dalla cultura occidentale propriamente detta.
Allora non è il mercato in sé ad aver generato le attuali derive di pensiero, ma proprio l’alterazione e la manipolazione delle sue stesse logiche, del contesto relazionale in cui avrebbe dovuto emanciparsi.

Intendo dire più specificamente, che le norme del libero mercato, se fosse rimasto tale, quindi ‘libero’, avrebbero potuto agevolare il naturale processo di evoluzione artistico e sociale e non, come è accaduto, drogarlo a fini di controllo.

Dobbiamo pertanto focalizzare il problema nel cuore dei processi cognitivi contaminati che hanno destrutturato nelle fondamenta lo sviluppo delle arti, così come quello del sapere e di conseguenza, dei valori civili.

Mercato, Sapere, Arte e Religione non sono maturate in misura asettica, si sono spontaneamente influenzate a vicenda e, solo ultimamente, sembrano essere state relegate ad ambienti chiusi non più comunicanti fra loro.

Solo ristabilendo un sistema intercomunicante si potrà contribuire alla ri-costruzione di una società in armonia.
E’ compito dell’artista dunque – come soggetto rivelatore – riprendere il bandolo della matassa, ristabilire cioè un contesto comunicante di relazioni, adoperandosi magari a ricostruire i termini di un rapporto più intimo fra arte e scienza, scienza fede , fede e arte, dopo aver distrutto – questo sì, qualcosa bisogna pur distruggerla – le forme adulterate che pretendono di dettare, sotto falsi principi, i tempi e i ritmi delle dinamiche umane, ovvero della cultura.

Domanda:

Fermo restando che i linguaggi dell’arte sono una forma di ricchezza da tutelare, rimane da definire la strategia da adottare affinché possano essere proposti all’attenzione comune, o i criteri a cui debbono attenersi per poter essere presi in considerazione, valutati e rapportati alla produzione artistica che gode dei favori della critica ufficiale sulla quale gravano pesanti quanto ragionevoli dubbi.

un saluto Fabio Atzori

I LINGUAGGI DELL’ARTE SONO SEMPRE D’ATTENZIONE COMUNE

Fabio, ma tu sei sicuro che il linguaggio dell’arte non sia già qualcosa che quotidianamente è proposto all’attenzione comune?
Ma poi perché parlare di attenzione comune e non privata?
Lo spazio comune è sempre fatto e costituito da interazione d’interessi privati.
Non vedo e non sento neanche l’esigenza di una presa di distanza dalla critica “ufficiale” i ragionevoli dubbi sono proprio nell’apertura di un fronte di ragionamento che sappia essere dialettico e didattico rispetto al fare arte.
Non mi piace limitare ed arginare, mi piace espandere i processi dell’arte e fare dell’interazione tra punti di vista patrimonio comune (che è cosa ben diversa dell’attenzione comune). 

Mimmo Di Caterino

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