“Lilith” di Federico Bellini

<<Lilith apparve inizialmente in un insieme di Demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come nel caso della Lilitu sumerica (3000 a.C. circa), l’accadico Lilitu (Signora dell’Aria) potrebbe riferirsi alla divinità femminile sumerica Ninlil, Dèa del Vento meridionale e moglie di Enlil, mentre l’accadico e l’ebraico che compongono il nome, sono aggettivi femminili che derivano dalla radice linguistica proto-semitica L-Y-L (notte) e che tradotto letteralmente significa “essere femminile della notte/demone”, sebbene le iscrizioni cuneiformi associate si riferivano anche a degli Spiriti Aerei che portavano le malattie.

“Ma figure simile si possono riscontrare anche anche tra: gli Egizi la conoscevano con il nome di Nephtys, o semplicemente con quello di Nut; gli Arabi con il nome di Giul, e che trasformato in Goule o Ghoul, significa letteralmente Vampiro, ma anche con il nome di Lilah, che significa notte, mentre presso gli Zingari della Transilvania era nota con il nome di Liliy, la Regina degli Spiriti.; infine venne identificata presso svariate cultura con il nome di Ecate, Persefone, Pandora, Proserpina, Circe, Medea, Nemesi, etc.”

Da Lil, deriva anche Lulu, Lalu, divinità che presiede la sfera sessuale, mentre presso i babilonesi era nota come Ardat-Lili, o presso gli ebrei con il nome che la renderà celebre: Lilith.

Ma figure simile si possono riscontrare anche anche tra: gli Egizi la conoscevano con il nome di Nephtys, o semplicemente con quello di Nut; gli Arabi con il nome di Giul, e che trasformato in Goule o Ghoul, significa letteralmente Vampiro, ma anche con il nome di Lilah, che significa notte, mentre presso gli Zingari della Transilvania era nota con il nome di Liliy, la Regina degli Spiriti.; infine venne identificata presso svariate cultura con il nome di Ecate, Persefone, Pandora, Proserpina, Circe, Medea, Nemesi, etc.

La stessa radice in ebraico e nell’arabo Layla/Leyla, Lela o Lel, significano “sera, notte”, anche se la Lilithe ebraica non verrà a formarsi da un unico corrispondente, ma attraverso la fusione con altre figure coeve. Lilu, Lilitu e Ardat-Lili in aerea mesopotamica, comunque, formavano una sorta di terna di Demoni ; la mitologia mesopotamica era spesso formata da terne divine dove Lilu era il demone maschile, Lilitu quello femminile e Ardat-Lili la giovane figlia.

Lamassu era il demone mezza donna e mezza vacca, la controparte femminile del Lamashtu, il famoso bue alato con volto umano barbuto dell’iconografia assira; la Lamassu divenne la Lamia greca e la sua sola presenza significava distruzione e l’immagine veniva utilizzata come simbolo apotropaico, per incutere terrore, anche se la caratteristica di irresistibilità del fascino femminile arrivò da Ishtar (la sumera Inanna) conosciuta agli Ebrei attraverso la Astarte siriana (altrove Astariel o Astaroth) per la quale si praticava la cosiddetta prostituzione sacra.

Così come la cananea Asheráh sarà persino venerata in un primo tempo come Dèa dagli stessi Ebrei, addirittura da alcuni identificata come la sposa di YHWH.

Perché è qui che si inserisce l’idea dell’esistenza, in tempi antichissimi ed arcaici, di un’unica divinità mediterranea e poi europea, riconducibile ad una “Dèa Bianca”, signora e padrona dell’amore e della morte, ispirata e rappresentata dalle fasi lunari (quindi Dèa Lunare), indissolubilmente collegata all’antico culto rituale in onore della Dèa stessa e del suo Figlio divino.

“Lamassu era il demone mezza donna e mezza vacca, la controparte femminile del Lamashtu, il famoso bue alato con volto umano barbuto dell’iconografia assira; la Lamassu divenne la Lamia greca e la sua sola presenza significava distruzione e l’immagine veniva utilizzata come simbolo apotropaico, per incutere terrore, anche se la caratteristica di irresistibilità del fascino femminile arrivò da Ishtar (la sumera Inanna) conosciuta agli Ebrei attraverso la Astarte siriana (altrove Astariel o Astaroth) per la quale si praticava la cosiddetta prostituzione sacra. Così come la cananea Asheráh sarà persino venerata in un primo tempo come Dèa dagli stessi Ebrei, addirittura da alcuni identificata come la sposa di YHWH. Perché è qui che si inserisce l’idea dell’esistenza, in tempi antichissimi ed arcaici, di un’unica divinità mediterranea e poi europea, riconducibile ad una “Dèa Bianca”, signora e padrona dell’amore e della morte, ispirata e rappresentata dalle fasi lunari (quindi Dèa Lunare), indissolubilmente collegata all’antico culto rituale in onore della Dèa stessa e del suo Figlio divino.”

Dal Galles e dall’Irlanda, passando dall’Europa e arrivando sino in Medio Oriente, come il saggista inglese Robert Graves, aveva intuito quasi cento anni fa nel suo libro “La Dea Bianca” (1948), si evince l’esistenza di un culto arcaico di una Dèa unica (conosciuta tra i vari popoli sotto diversi nomi) che ad un certo punto viene soppiantata dal Dio monoteistico, in quanto maschio dominante che con la forza prende il sopravvento rispetto alla precedente società governata dallo Spirito Femminile, causando la caduta e la sparizione di questa divinità lunare come forma di venerazione conclamata, ma divenendo un mito che nel corso dei secoli continuerà a rinfocolare l’immaginario collettivo (Lulù in Frank Wedekind, Biancaneve in Walt Disney, Leyla o Leia in Guerre Stellari, etc).

Una donna o Dèa, sovente con in testa un copricapo o una acconciatura del tutto unica, dalla pelle bianca o vestita di bianco, sovente ribelle, generatrice di maschi a loro volta dominanti o dominati dal Male, proprio come la componente maschile in guerra perenne contro gli altri maschi, in quanto personificazione del Dio-Maschio, demiurgico e guerriero, sempre assetato di sangue.>>

“Notate nell’ultima immagine, tratta dal film “Biancaneve” di Walt Disney, la scritta “Snow White”, che nei suoi ghirigori dal sapore gotico, quasi sembrano scrivere la parola “Lilith”…”

PS Notate nell’ultima immagine, tratta dal film “Biancaneve” di Walt Disney, la scritta “Snow White”, che nei suoi ghirigori dal sapore gotico, quasi sembrano scrivere la parola “Lilith”…

(Tratto da: “Il Cammino del Viandante” di Federico Bellini. Prossimamente)

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