L’impossibilità di definire. David Lynch e la pittura metafisica

L’arte non ha mai limiti, è una frase già sentita, ma è sempre bene ripeterla: non si può bloccare qualcosa che vive in ognuno di noi, che ci circonda tutti i giorni, che custodisce veglia e sogno. Giorgio De Chirico e David Lynch sono due artisti che hanno dato una loro versione della non-realtà, tra i più importanti al mondo, nonostante ci siano quasi 60 anni a separarli. De Chirico è stato un grandissimo pittore, il maggiore esponente della pittura Metafisica nata prima del Surrealismo senza essere mai considerata avanguardia poiché non portava un linguaggio figurativo rivoluzionario nell’arte, nonostante rivoluzionasse il modo di vedere le cose conosciute. Si può dire che la metafisica sia un concetto, che abbia come scopo il far ragionare, dare uno stimolo per il bel pensare. Magritte, infatti, riferendosi ad “il canto d’amore” di De Chirico disse: i miei occhi videro il pensiero per la prima volta. De Chirico invece definì la metafisica come il mezzo per capire che ogni cosa ha due aspetti: uno corrente, che noi tutti recepiamo e conosciamo, e uno spettrale, che non tutti vedono e riconoscono, a meno che non siano in un momento di chiaroveggenza; quest’ultimo suscita un senso di smarrimento e profonda inquietudine, sconfina nell’immaginario, si perde in labirinti. Lynch è considerato uno dei più grandi registi del cinema moderno, ma non è mai stato solo un regista, infatti ha fatto lo sceneggiatore, il fonico, il produttore, lo scenografo, il montatore e persino l’attore. Ormai il suo genio è universalmente riconosciuto e fa parte della Storia del Cinema. Nei suoi film emerge l’intento di mettersi in contatto con la parte più oscura di ciascuno di noi; tutto quel che noi non diciamo, teniamo segreto, lui lo ha raccolto, intrappolandolo per poi mostrarcelo come neppure noi siamo in grado di vedere. Lui afferma di amare i sogni ad occhi aperti perché li pilota, e che le idee arrivano nei modi più impensati, basta solo tenere gli occhi aperti. Tra De Chirico e Lynch ci sono altri artisti che hanno ragionato a lungo sul pensiero della non realtà, come Dalì, che da surrealista voleva definire il reale funzionamento del pensiero, così provvedeva ad imprimere sulla tela i frammenti di sogni che gli erano rimasti in testa, provando a psicoanalizzarli e quindi arricchirli di significato. Anche Fellini, ad esempio, sviluppa approfonditamente il tema del sogno in correlazione alla realtà (8 1/2), tanto che una volta disse che per lui erano più vere le cose che si era inventato di quelle effettivamente reali. E Michelangelo Antonioni, in Blow Up, racconta il confine incerto che unisce e separa la visione dalla verità, rappresentazione del carattere ingannevole della realtà, ma lasciando tutto irrisolto poiché certi misteri semplicemente non possono essere spiegati. Cosa si evince da ciò? De Chirico e Lynch potranno pure aver vissuto in tempi diversi, ma il sogno, le allucinazioni, i desideri, le perversioni, sono sempre esistite e loro dimostrano l’urgenza, che ci accomuna, di cercare significati che attingono dentro e non fuori di noi, non avendo, in realtà, interpretazioni definitive.

Giulia Scioni

Giulia Scioni studia al quinto anno del corso audiovisivo e multimediale del Liceo Artistico e Musicale “Foiso Fois” di Cagliari.

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