L’indifferenziata dell’arte a Cagliari!

Banksy, Paladino e l’indifferenziata dell’arte!

Il problema di che cosa sia o meno Arte contemporanea è questione d’addebitare agli anni Ottanta, a un tempo dove la Regione Sardegna non aveva alcuna voce in capitolo e non aveva Alta Formazione Artistica residente, in quel periodo l’arte, che aveva avviato un massiccio processo di massificazione pubblica di massa (attraverso Licei e Accademie) che vedeva la Sardegna (come ora) in uno stato di profonda arretratezza culturale comunitaria e di massa in tal senso, trasformava l’artista in una star (cosa che avveniva anche nell’isola con Pinuccio Sciola e Maria Lai a esempio, ma con una cognizione di causa sociale meno strutturata che altrove).
La trasformazione dell’artista visivo in star mediatica di massa, ha ovviamente fatto lievitare i prezzi, ci si ritrovava davanti artisti che ancora non avevano vissuto una vita e una monografia d’artista, che rivendicavano quotazioni di mercato parti a un Picasso, questo avveniva senza nessun contenuto di fondo o di ricerca culturale o sociale, si era artisti soltanto perché si “pittava” o si “scolpiva”, ci si ritrovava in un attimo giovani artisti visivi in prima pagina (un poco come avviene oggi per certi “fenomeni” della musica Trap), si vendeva l’idea che l’arte fosse socialmente pop.
L’artista in formazione era il primo a farsi sedurre da quelle copertine, contribuiva a divulgare la grande illusione che che l’arte e la cultura fossero comprese da tutti fosse una questione naturale, quelle copertine sui “Flash Art” dell’epoca indicavano a tutti che tutti potessero essere artisti.
Quel benessere diffuso e quella libertà d’emulare quegli artisti da copertina su scala differente e su narrazioni mediatiche differenti (dai media transnazionali alla pagina della cultura locale), sono stati fondamentali durante la guerra fredda culturale, era necessario indurre il desiderio d’essere artista e massificarlo, in quello scenario a esempio si materializzava Mimmo Paladino, che poteva permettersi da iscritto al primo anno d’Accademia negli anni settanta di lasciarla per andare a Milano a fare il docente di un Liceo con un semplice diploma di maturità artistica, passare dall’essere un concettuale minimalista a pittore e scultore quando in realtà pittore era Enzo Esposito, suo collega e amico che con lui era emigrato, e che interessava meno di Paladino, questo episodio è l’origine dell’attuale sistema dell’arte contemporanea.
Dagli anni Ottanta a ora, l’autorappresentazione dell’artista come pop star è stata un crescendo, il mercato e l’intellettuale al suo servizio non respingono, l’idea dell’intellettuale e della vocazione artistica democratica invita tutti al proprio banchetto e illude gli artisti che possano essere eguali tra di loro, che il loro valore sia comparabile, che un osservatore esterno non possa non notare il proprio talento.
Dagli anni ottanta a ora, c’è stata una crescita esponenziale di finti professionisti e dilettanti dell’arte, d’intermediari dell’arte che con un volo low coast passano da Londra a New York, frequentano le gallerie a costo zero, per poi glorificare le nocività del mercato e indottrinare gli artisti a essere epigoni, in questa maniera blindano la quotazione economica di quell’artista mentre loro mascherandosi da professionisti, altro non hanno fatto che blindare il loro tempo libero evoluto, professionisti del tempo libero di una professionalità mai evoluta e mai passata seriamente attraverso lo studio.
Negli anni ottanta si seminava il consenso, oggi tutti ragionano d’arte contemporanea sul mio profilo social, tutti si sentono artisti e professionisti in egual misura, lo studio e la ricerca hanno cessato d’avere valore e l’idea dell’arte critica è diventata solo una strategia di ricerca del consenso.
Lo status è oggi quello d’essere artista, sempre che uno non ambisca allo status di possedere il lavoro e la produzione dell’artista, l’arte è diventata uno status del tempo libero, una colossale macchina di finzione, il capitale tradotto in mercato dell’arte ignorante.

Un tempo collezionisti lungimiranti si arricchivano con opere che comprendevano e custodivano in magazzino con la consapevolezza che non sarebbero potute essere comprese da tutti, oggi lo status symbol è possedere una serigrafia di Banksy che su eBay costa anche meno di Bob Marongiu che ha rispetto lui un anima in apparenza più pop della quale Banksy intacca anche il mercato locale.

Insomma un caos organizzato al quale tutti sono interessati per ricavarsi uno status symbol, pochissimi oggi ragionano sull’arte come linguaggio complesso per interpretare il mondo, è tutto basato sul consenso e sulla superficialità popolare.
Le dinamiche pratiche del mercato dell’arte, sono oggi in ostaggio del principiante assoluto a digiuno di ogni nozione linguistica dell’arte.
Banksy è la dimostrazione plastica di questo, è la dimostrazione di quanto si sia espanso e globalizzato il concetto d’arte diffusa, passione e conoscenza non contano più nulla rispetto alla ribalta mediatica.
Provengo dal secolo passato, e ho coscienza profonda di come lo stato sociale dell’arte in questo millennio è stato schiacciato, il marxismo nel sistema dell’arte contemporanea è ridotto allo zero assoluto (come sulla mia pagina facebook), l’educazione allo stato sociale dell’arte resiste solo nelle Accademie, fuori dalle Accademie di Belle Arti il valore dell’arte è solo nel prezzo di mercato, in questa maniera Banksy viaggia con il suo prodotto dal facoltoso collezionista delle case d’asta all’ultrapopop collezionista che ne acquista la serigrafia su eBay, arriva (come Paladino) fino a Cagliari, dove non esiste un’Accademia che faccia una differenziata sociale e culturale dei contenuti del fare arte, è l’unico strumento di misurazione è la ricchezza, anche quando è solo potenziale.

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