L’intervento di Bisaccia sulla situazione AFAM su “Il Sole 24 ore”

«Molto più che l’indice economico del Pil, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società».

Così John Kenneth Galbraith, famosissimo economista canadese, acutamente indica la stella polare per un progresso a trazione estetica, senza tuttavia gettarsi tra le braccia della «estetizzazione della realtà» e del «capitalismo d’artista» – di cui ci parla Gilles Lipovetsky – in cui le forme d’espressione artistica sembrerebbero ridursi a semplice attività accessoria e decorativa della vita.

Galbraith arriva a questa conclusione dopo essersi chiesto come mai l’Italia, nazione uscita della guerra in condizioni disastrose, fosse diventata una delle più importanti potenze economiche.

La risposta è tutta raccolta nell’idea – e cito ancora Galbraith – che «l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura».

In estrema sintesi – secondo questa ipotesi –, i “prodotti” sono il correlativo oggettivo del bagaglio culturale di una nazione.

Ovvero, sono la concrezione materica, l’immagine grafica e la codificazione inequivocabile degli stratificati giacimenti culturali del nostro Paese.
Possiamo dire, seguendo questo sottilissimo filo rosso, che la più importante industria di questo Paese siano i “segni”.

Saremmo allora noi, in Italia, i più accreditati produttori di “segni culturali” al mondo.
Ed è per questo che il carattere della nostra cosiddetta creatività – termine a dire il vero troppo inflazionato e spesso svuotato di senso, o addirittura indefinito quando viene citato all’interno di un Pnr (Programma Nazionale per la Ricerca, ad esempio quello del 2015-2020) –, assume, per dirla con Baudrillard, un carattere fortemente semiurgico, ovvero di produzione di segni (siano essi grafici, pittorici, scultorei, musicali eccetera).
E, a proposito di Pnr, sarebbe utile se, nell’«architettura strategica che assomma tutti gli interventi sulla ricerca» (ad esempio i Fondi europei competitivi – come il precedente Horizon 2020, i fondi strutturali nazionali e regionali Pon, S3 Por, i fondi di diretta competenza del Miur -Ffo, Foe, Far, Fisr, First eccetera) nelle bozze di 257 pagine –elaborate col contributo di centinaia di docenti universitari e ricercatori – del prossimo Piano Nazionale per la Ricerca 2021-2027 fosse circoscritta e specificata meglio l’area di specializzazione in Design, creatività e Made in Italy, considerata un «asset ad alto potenziale».

È nota l’opinione condivisa secondo cui investire in ricerca è lo strumento principe per far ripartire innovazione ed economia.

I dati che la comunità ha a disposizione sono al di sotto delle aspettative e non sono confortanti.

Frederic Jameson, nel suo bellissimo volume intitolato L’Estetica Geopolitica, aveva intuito la potenza di un’eventuale completa integrazione tra economia e cultura, nel senso che se la produzione culturale fosse completamente integrata alla produzione economica, si potrebbero aprire nuovi scenari di “politica culturale”, volti a raccogliere la sfida di una nuova “mappa cognitiva della realtà”.

Mappa il cui primo comandamento dovrebbe coniugare il tema della ricerca, declinata anche nel campo dell’arte e della musica, con le istanze peculiari del sistema di valori variabili che regolano i tratti economico-politici della nostra comunità. Valori che devono contenere anche quelli della sostenibilità ambientale.

Si sa che la diffusione di una cultura improntata al «benessere equo e sostenibile», e la creazione di «un mondo più giusto, più solidale e più sostenibile», come sostenuto dal ministro Fioramonti in più occasioni, è una delle sfide decisive della nostra epoca da cui da cui dipenderà il volto e la qualità delle nostre relazioni con l’ambiente.

Ma questa sfida non potrà essere vinta solo sul piano delle innovazioni tecnologiche, ci vuole infatti un consenso per la loro introduzione, soprattutto se questa è in grado di rompere con atteggiamenti e aspettative radicati nel tempo, producendo una nuova concezione di comunità attiva.

Il piano legislativo da solo è ugualmente insufficiente, perché un’ecologia “punitiva” ¬– o comunque burocratica – è destinata a suscitare crisi di rigetto.
La battaglia per uno sviluppo meno distruttivo richiede una larga accettazione da parte delle popolazioni e questo avviene necessariamente soprattutto sul piano dell’immaginario.

Le novità, di ogni genere, si diffondono nella società – con efficacia – quasi sempre attraverso la potenza immanente dell’immaginario che, come un cercatore d’oro, trova sempre nelle persone il modo per estrarre il pulito che c’è in ognuno di noi: con naturalezza e senza imposizioni.

Le soluzioni che possono proporre gli economisti, gli ingegneri, gli architetti o scienziati debbono non solo convincere sul piano pratico, ma devono anche apparire desiderabili.
E questo immaginario si crea e si rinnova largamente nella cultura: nella letteratura, nel cinema, nelle arti visive, nella musica.

Basti pensare a tutte quelle innovazioni che oggi ci appaiono spesso molto discutibili perché improntate da un’idea di crescita sfrenata che non si cura né delle risorse limitate né delle conseguenze per la salute dei produttori, dei consumatori e dei cittadini.

Innovazioni che si sono diffuse nella seconda metà del Novecento e che sono state accettate anche grazie alla “propaganda” in favore di uno nuovo stile di vita: impresso da tutti i media di quel periodo.
Anche le arti visive vi hanno contribuito, spesso involontariamente o inconsciamente, spesso con il loro culto della novità, del “progresso”, del continuo cambiamento celebrato in quanto tale.

Ma allo stesso tempo, c’erano in quel periodo degli artisti come Giuseppe Penone e Joseph Beuys, l’Arte povera e Fluxus che creavano le premesse di un’attenzione al mondo naturale, a un approccio slow, all’uso responsabile delle risorse e alla “sostenibilità”.

In questa prospettiva, avrebbe senza dubbio un effetto catalizzatore mettere a sistema tutte quelle innovazioni – di natura interdisciplinare o, come diceva qualcuno, indisciplinare (nel senso di strappare le discipline ai dogmi che spesso le imbrigliano e le cristallizzano) – che devono diventare vere e proprie piattaforme per salvare il presente e il futuro dalla religione del nuovismo a tutti costi (e a qualunque costo): religione che ha generato lesioni sociali e semidistrutto il pianeta.

Ecco, prima che la realtà diventi un “deserto del reale”, bisogna appunto stabilire un patto tra i soggetti attivi e coinvolti nell’impresa della ricerca.

La giornata del “Patto per la Ricerca”, il 23 ottobre presso la Sala della Regina alla Camera dei Deputati, avendo coinvolto i diversi soggetti, pubblici e privati (grandi aziende, istituzioni di alta formazione, associazioni di categoria, sindacati eccetera) ha posto il tema con un forte spirito di interazione dinamica tra le parti, che hanno missioni e interessi anche molto diversi tra loro, ma con un unico comune denominatore: alzare il livello della ricerca e aumentare i suoi fondi, sotto il comune denominatore della sostenibilità.

In questo piano ambizioso e condivisibile di rilancio della ricerca va collocato, nella giusta dimensione, il sistema dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica: Accademie, Conservatori, Istituti Superiori per le Industrie Artistiche, Accademia Nazionale di Danza e Accademia Nazionale di Arte Drammatica.

Fino a oggi si registra che i fondi per la ricerca sono per queste istituzioni una sorta di miraggio.

Come è anche un miraggio per gli studenti di queste istituzioni avere l’opportunità dei dottorati di ricerca, seppur previsti nelle norme (che nel caso Afam si chiamano “corsi di formazione alla ricerca”).

Infatti, nell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica per ora la ricerca è una sorta di “non luogo”: in senso stretto un’impossibilità logica.

Un non luogo che ancora non c’è ma che è “vissuto” – per contro – come territorio concreto attraverso il solo impegno dei docenti e dei migliori studenti che producono ricerca in condizioni molto precarie.
Ecco perché siamo di fronte all’indicazione di una condizione oggettiva che si scopre essere solo una sorta di ologramma, quindi un’illusione stricto sensu, data l’assenza conclamata di fondi cui queste istituzioni possono accedere.

Il problema si può porre in questi termini: se la ricerca sia elemento costitutivo e formativo dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica o elemento, per così dire, accidentale, rinunciabile da parte delle Istituzioni Afam.

Ebbene, fin dalla legge 508/1999 è stata riconosciuta l’appartenenza dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica al più ampio genus degli studi universitari costituendo, in sostanza, una particolare forma specificata di essi.

Il legislatore, come ormai generalmente noto, ha configurato nel 1999 le Afam come istituzioni autonome alla stessa stregua delle Università, e – in generale – degli Istituti di alta cultura di cui all’articolo 33 comma 6 della Costituzione. Ma il problema è appunto quello dell’accesso ai fondi.

A conferma della fondatezza di ciò soccorre l’attività chiarificatrice della giurisprudenza che dal sentire sociale e dal tessuto normativo trae quella spinta che a volte gli apparati amministrativi – qualche volta – tardano a fare propri.

L’Accademia di Belle Arti di Roma ha impugnato, davanti il Tar Lazio, con ricorso, il decreto Miur di approvazione del bando per il Programma Prin 2017.

I Prin sono, come è noto, i Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale. Sembrerebbe scontata la partecipazione delle istituzioni Afam alle strategie nazionali in tema di ricerca, ma così non è o meglio non è stato in passato e si spera che il Patto per la Ricerca sancisca il superamento di quell’incomprensione.

Il Bando Prin 2017, infatti, è stato impugnato unicamente «per la parte in cui non prevede(va) l’estensione alle Accademie di Belle Arti della partecipazione al finanziamento di progetti Prin».

Per il giudice amministrativo, dalla legge n. 508/99 discende una serie di indici sintomatici di una piena equiparazione delle Accademie di Belle Arti, come gli Enti di Alta Formazione e Specializzazione Artistica e Musicale, alle Università. Il Tar Lazio, infatti, nella sentenza n. 1500 del 2019 sostanzialmente ritiene che le istituzioni Afam, svolgendo al pari delle Università, attività didattica e di ricerca, siano state illegittimamente escluse, nella prassi, dal novero degli enti destinatari del sostegno alla ricerca di base.
Il compito della ricerca che la legge n. 508/99 assegna alle Istituzioni Afam non è altro, a ben vedere, che il riconoscimento normativo di ciò che le Afam sono sempre state.

I corsi tenuti nelle istituzioni dell’Alta Formazione hanno da sempre il carattere, da un lato, di laboratori creativi e permanenti nei quali gli allievi vengono stimolati a sviluppare la loro personale “ricerca artistica” e, dall’altro, di ricerca teorico-critica eccetera.

Non è un caso se nei Conservatori di musica si insegna composizione e nelle Accademie di Belle Arti i corsi di pittura e di scultura danno vita a dipinti e a sculture come conseguenza dell’avvenuta acquisizione delle tecniche artistiche in combinato disposto con la riflessione e la formazione teorico-critica.

In poche parole, il legislatore della riforma ha preso atto che formazione e ricerca artistica sono i tratti distintivi dell’Alta Formazione artistica, musicale e coreutica: il primo è presupposto indispensabile della ricerca, mentre questa costituisce il fine cui la formazione tende.

Il Patto per la ricerca sembrerebbe essere un nuovo inizio.

Gli strumenti normativi esistono.

Bisogna agire su di essi in modo che tra ricerca e le sue condizioni per assicurarla si affermi il necessario parallelismo.

La premialità della valutazione propria del mondo accademico non mi pare possa essere traslata alle Istituzioni Afam tout-court e nella sua esperienza applicativa dimostra come finisca per incentivare, anche se certamente nel solco delle migliori intenzioni, comportamenti anomali nell’attività di ricerca, basti fuggevolmente cennare all’aberratio del fenomeno epidemico dell’autocitazionismo e dell’autoreferenzialità (a prescindere dalla guarentigie che il sistema può mettere in campo per sterilizzare o comunque attenuare queste forme degenerative della valutazione).

La valutazione, relativamente alla ricerca, è connessa, a mio parere, con la ricostituzione del Cnam (Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale), perché è il Cnam, auspicabilmente assieme alla costituenda Agenzia nazionale per la Ricerca, la sede privilegiata, a mio avviso, nella quale iscrivere il compito della valutazione (o meglio il governo della valutazione) delle istituzioni Afam e della sua vigilanza, atteso lo status di tertium genus che a queste la giurisprudenza sembra riservare.

Una valutazione che sia auspicabilmente estranea dai pur legittimi desideri di carriera dei docenti dell’Alta Formazione e di finanziamento premiale delle istituzioni Afam.

Un conto è infatti l’economicità e l’efficienza dell’azione amministrativa, concetti vecchi ma sempre attuali che richiedono un’oculata gestione delle risorse pubbliche che possono essere pure declinate nel comune termine amministrativo delle “performance”, altro è la valutazione della qualità della ricerca artistica nelle prassi internazionali.

Il tema del Patto per la Ricerca non può essere disconnesso, al di là del contributo del privato, dall’impegno finanziario del pubblico. Michael Young nel 1958, nel suo volume intitolato “L’avvento della meritocrazia”, scrive: «(…) Sono loro – gli statisti e grandi teorici politici – che hanno costretto il Tesoro ad accettare la nuova concezione dell’economia: quella per cui la spesa per l’istruzione è alla lunga il solo modo per incrementare il reddito nazionale».

È questo il tema centrale con cui bisogna fare i conti. La mission delle istituzioni Afam è racchiusa in tre sintetici ma fondamentali pilastri: ricerca, didattica e produzione artistica.
In tal senso le Accademie e i Conservatori hanno da sempre lavorato per costruire le solide fondamenta di un’idea di sviluppo concentrata soprattutto nell’aprire la conoscenza all’innovazione e alla produzione.

E mentre il mondo viene codificato e costruito dal linguaggio, l’attitudine alla ricerca in ambito artistico e musicale non può che, soprattutto nella parte di ricerca teorica, obbedire alle norme scientifiche che si danno per gli altri ambiti del sapere.

«Ciò che fa scientifica una teoria – dice l’epistemologo ed estetologo Luciano Nanni – non è la sua verità o falsificabilità, ma la sua controllabilità».

Ovvero fissare orizzonti di controllo per la comunità scientifica, all’interno del principio di non contraddittorietà.

Forse è tempo per precisare meglio l’idea del Manuale di Frascati intorno all’identificazione delle attività di Ricerca e Sviluppo nel campo delle arti. Il Manuale opera una netta distinzione tra:
(a) “ricerca per le arti”, ovvero quella ricerca – ad esempio – delle imprese tesa produrre nuovi strumenti tecnologici per gli artisti, musicisti, etc., al fine di migliorare diverse tipologie di performance creativa,
(b) “ricerca sulle arti”, ovvero – esemplificativamente – gli studi sull’espressione artistica di tipo storico-teorico-critico. Viene esclusa, dal binomio “ricerca e sviluppo”, l’espressione artistica tout-court, in quanto, a parere del Manuale di Frascati, essa non supera il test di “novità” secondo i principi di R&S. Il perché è racchiuso nella formula che denuncia che le «performance artistiche sono alla ricerca di una nuova espressione e non di nuove conoscenze».

Questo punto andrebbe riformulato con una più ampia teorizzazione articolata.

Mi pare assodato, nel campo anche della ricerca artistica, che la ricerca di nuove espressioni non escluda – a priori – la produzione di nuove conoscenze.

Esse possono essere (e sono) generate anche nell’ambito delle performance artistiche.

Quanto al trasferimento delle conoscenze che sono prodotte in tal senso, si possono generare diverse tipologie che possono soddisfare il cosiddetto “criterio della riproducibilità”.

Tutte le Afam non formano solo artisti, musicisti, operatori della cultura in generale, specialisti delle nuove tecnologie applicate all’arte eccetera.

Le Afam formano una “generazione di sguardi”: sguardi in movimento che sappiano coltivare nel mondo della ricerca tutto il tessuto di relazioni tra parola e immagine, tra analisi e narrazione, tra arte e prodotto, tra progetto e realizzazione, tra conservazione e innovazione.

Abbiamo superato la fase pionieristica ed è ora di lavorare per consolidare le strutture di base, affrontando – insieme agli attori sociali e politici – i cruciali problemi di “governo della crescita” nell’ambito della ricerca.

L’arte, “questa bisillabica adescatrice”, come la fotografa icasticamente Regis Debray, è un “nutraceutico”, brutto neologismo farmaceutico ma efficace, non solo dell’anima ma anche del pugno di cellule di cui siamo fatti e di cui sono fatte le istituzioni, intese come organismi che dovrebbero essere viventi, pronte ad accogliere le innovazioni e pronte anche a lasciare il posto al cammino delle idee.

François Rabelais nel suo Gargantua e Pantagruel, già nel 1532 aveva capito tutto: «Deficiente pecunia, deficit omne», se manca il denaro, manca tutto. Aggiungo che questo non è vero fino in fondo e correggo la frase di Rabelais in «Se mancano le idee, manca tutto».
E nel modo Afam, se c’è una cosa che non manca sono proprio le idee.

La forza propulsiva della ricerca nel campo dell’arte, della musica e del design che – cosa ormai stranota tutto il mondo riconosce – è praticamente stata riconosciuta da tutti i governi passati, ma solo all’interno della comfort zone della retorica. Si spera che il Patto per la Ricerca sia il primo passo per uscire da questa paludata comfort zone e si passi all’azione concreta.

*Antonio Bisaccia, Presidente della Conferenza nazionale dei direttori delle Accademie di belle arti

Il link all’articolo: http://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2019-10-28/afam-pronte-essere-protagoniste-patto-la-ricerca-proposto-fioramonti-112823.php?uuid=ACPKQ2u&fbclid=IwAR0l7B-MXk_yR95RELO3c_w2edUcb-ASEkpedKkCPsoZ7Jqf8MuEmnaFId4

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