L’isola che rifiuta il provincialismo internazionale.

L’isola che rifiuta il provincialismo internazionale.

“Quando metti in mostra il tuo lavoro, devi essere pronto al buono, al brutto e al cattivo.

Più saranno le persone che si imbatteranno nella tua opera, più numerose saranno le critiche che dovrai affrontare.”

Austin Kleon

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Sarebbe interessante, se storici e critici dell’arte isolani, al di là dei manuali di Storia dell’Arte Italiana, approfondissero la Storia dell’isola “giudicale”.

Forse quelli che ci raccontano come “i secoli bui” non sono stati più bui nell’isola come l’asservimento allo straniero Aragonese o alla Stato Sardo di fatto dei Savoia.

Forse, dico forse, dal momento che nessuno riesce a raccontare questa altra storia dell’arte…

Un antico documento dovrebbe fare riflettere gli isolani anche sulla loro condizione contemporanea l’orazione “Pro Scauro” di Cicerone, Cicerone da buon avvocato era il difensore di un suo ricco cliente, pur davanti alle evidenti e reali accuse dei sardi.

Si parla nel suo testo di Sardi venales, “sardi da vendere” o “esposti in vendita”, giudicati uno peggiore dell’altro (venales alius alio nequior).

Lo stato coloniale era stato imposto a un popolo di pastori e contadini dalle legioni romane, la libera concubina di Nerone possedeva vasti latifondi nell’entroterra di Olbia (il fenomeno era addirittura già cartaginese), come Nerone e Claudio, gli stessi imperatori possedevano anche le officine ceramiche dell’isola (a proposito di colonizzazione dei linguaggi artistici), in diverse località dell’isola si sono trovati mattoni col bollo di Atte (il marchio di fabbrica del tempo).

Lo sfruttamento coloniale che passava per la produzione dei linguaggi dell’arte, era in atto con il latifondo (privato e privatizzato), si giustificava con l’attenuante della coltura da intensificare per l’economia locale (ritmi di produzione) e tutto questo si traduceva nelle fornaci di Atte, che attestano insieme allo sfruttamento delle risorse minerarie, lo sfruttamento artistico ed industriale delle produzioni Sarde da parte di non Sardi.

Due millenni da allora passeranno prima che i Sardi si accorgessero che quelle argille potessero venire utilizzate per la loro edilizia, stesso discorso per la riscoperta dell’argilla, laterizzi e ceramiche negli anni sessanta nell’isola, determinata anche essa da iniziative esterne.

Quanto tempo ci metteranno gli isolani a capire che la loro colonizzazione è permanente e che in questo momento storico passa per un modello di arte contemporanea imposto dall’altrove e determinato dall’economia e dal mercato globale, attraverso il grande gioco delle case d’asta a carico del contribuente?

« La razza più ingannatrice, come ci attestano tutti i documenti dell’antichità e tutte le opere storiche, è quella dei Fenici. 

I Punici, loro discendenti, non si sono mostrati, se pensiamo alle molte ribellioni di Cartagine, alle numerose violazioni e rotture di patti, figli degeneri.

 I Sardi, che discendono dai Punici grazie a un incrocio di sangue africano, non sono stati condotti in Sardegna come normali coloni ivi stanziati, ma come il rifiuto di coloni di cui ci si sbarazza. »

Fallacissimum genus esse Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes historiae nobis prodiderunt. 

Ab his orti Poeni multis Carthaginiensium rebellionibus, multis violatis fractisque foederibus nihil se degenerasse docuerunt. 

A Poenis admixto Afrorum genere Sardi, non deducti in Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni.

 Cfr. Cic. Pro Scauro, 19.42.

La ricerca artistica isolana moderna sembra sia arrivata tutta di un botto, l’arte moderna sembra sia arrivata nell’isola in parallelo con la grafica diffusa tramite Rivoluzione industriale?
Possibile?
Possibile che una cultura ed un linguaggio artistico arrivi colonizzando senza alcun tipo di contaminazione?
Eppure i maggiori pittori residenti nell’isola d’età moderna, nascono occupandosi di grafica.
Faccio qualche nome e cognome?
Dato che si tratta di morti faccio i nomi senza remore, almeno in questo caso, davanti alla Storia, non temo diffide:
Filippo Figari e Giuseppe Biasi hanno cominciato lavorando presso il giornale satirico sassarese “Massinelli”.
Mario Delitala debutto come grafico pubblicitario a Milano e Stanis Dessy riempì di caricature tutti i fogli umoristici di Cagliari e Sassari.
Anche Carmelo Floris cominciò la sua attività come illustratore.
A un certo punto, questi pittori, che Accademici non sono mai stati, sembra si siano vergognati di esercitare una “arte minore” che ostentava li avrebbe resi d’avanguardia, invece un provincialismo di ritorno isolano li ha fatti “Accademici di genere” senza che nell’isola ci fosse neanche l’Accademia.
Nel 1929, Tarquinio Sini, nato a Sassari nel 1891, pubblicò un romanzo umoristico illustrato dal titolo “A quel paese…” che dedicò “a Primo Sinòpico e Giovanni Manca, pittori sardi che toccarono le somme vette dell’arte senza l’ausilio del folclore”.
Ma perché ci si vergognava del proprio folklore?
Tarquinio Sini, rientrato nell’isola negli anni trenta attraverso tempere di grande formato, i “contrasti”, ridicolizzava il folklore.
Eugenio Tavolara, sparse per il mondo i suoi “pupazzi sardi” ed anche Nivola elaborò gustosi disegni.
Tutto sospeso tra folk pop e Accademismo, quasi come fosse impossibile per l’artista visivo isolano moderno “contaminarsi”, quasi schizzofrenico nel suo registro produttivo, come se si vergognasse di rivelarsi per eccesso di provincialismo, questo almeno fino alla fine del secolo scorso, o no?

L’arte contemporanea isolana è per questo ed altri motivi, infinitamente complessa, inesauribile per tipologia ed intensità di sintesi tra memoria linguistica di stile e contaminazione contemporanea.

Limitarsi a leggerla in termini di qualità del prodotto di mercato è non renderle giustizia davanti alla storia della sua memoria.

L’artista isolano che vede il web come una nuova possibilità o una terra di frontiera sbaglia, non siamo più negli anni novanta, il web è uno spazio che l’arte che risiede nell’isola è tenuta a conoscere, è uno strumento in dotazione per intermediare la sua figura “istituzionale e professionale” (perché l’artista lo è) e la sua figura pubblica “social”.
La pagina web è per lui una necessità (vista la carenza delle istituzioni politiche nel sostenerne e riconoscerne la ricerca ed il linguaggio), la sua ricerca va veicolata attraverso aggiornamenti, link, informazioni, immagini e riflessioni sui propri processi creativi ed i suoi contatti di rete, altri artisti con i quali fare sistema e coinvolgere progressivamente un pubblico sempre più ampio alla sua fenomenologia e specificità culturale.
La pagina social, mostra il “dietro le quinte” dei processi e dei linguaggi artistici contemporanei nell’isola, condividere l’intimo del proprio processo artistico con gli internauti, facendone condivisione e scoperta.
La sua rete è il suo rimbalzo di sistema.
Ma l’imperativo dovrà essere sempre quello del non fermarsi sugli allori, come chi l’ha preceduto nel secolo passato e nel suo nome ha monopolizzato la storia dell’isola, confinandola nel nome del suo presunto internazionalismo a periferia dei processi dell’arte contemporanea, la rete dell’artista isolano di questo secolo non dovrà mai fermarsi e la sua posizione e il suo linguaggio non dovranno mai presentarsi in una posizione di rendita certa.
La riconoscibilità del proprio linguaggio è fondamentale, la prevedibilità è deleteria, l’opera che nasce da una posizione di rendita storica, culturale, artistica, politica ed economica, è opera che nasce annoiata, che ripete il sé, che non coinvolge e dialoga, si ferma ad essere decorazione senza interazione.
Per l’isola ed i suoi artisti residenti, in questo secolo, prendere le distanze dai suoi Maestri internazionali che l’hanno legittimata nella sua provincialità, è una necessità.12072663_1674937102749927_2856386901455196999_n

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