L’ISOLA DELLO “SCARTO” INTERNAZIONALE

L’ISOLA DELLO “SCARTO” INTERNAZIONALE

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Il processo storico è evidente, arte e creatività stanno sostituendo il lavoro.

Il proletariato non lo si può più liberare nel nome del mezzo di produzione collettivizzato.

Il proletario lo si libera attraverso la sua individualizzazione dell’atto creativo.

Nessuno si spacca più la schiena ed in pochi raccolgono pomodori nel nostro mondo.

Realtà come Berlino sono fondate sull’accumulo di creativi che realizzano se stessi, ma che riescono con quello che guadagnano appena a vivere.

Sempre a Berlino un reddito minimo garantito consente all’individuo di essere creativo senza la dipendenza dal sussidio.

Non è ovviamente questa la soluzione, qualcuno rende possibile questo reddito minimo destinato al creativo, anche il debito pubblico Greco ed Italiano.

Eppure nel secolo scorso l’artista era potenzialmente pericoloso, quando nel 1933 Paul Klee fuggì in Svizzera, le autorità non gli concessero la cittadinanza, oggi è un ideale di vita.

Quanti sono gli artisti che vivono ed abitano l’isola?

In Germania gli artisti iscritti alla previdenza sociale per artisti, crescono di anno in anno, questo dimostra che la loro occupazione sia in crescita.

Il problema dello sviluppo artistico tedesco (che paga il contribuente di tutta l’Unione Europea) è che si auto alimenta con il sussidio e la pressione sulla pubblica amministrazione, insomma un sistema a debito che indebita l’isola che lavora per quegli artisti “internazionali”.

In altre parole è l’aiuto statale in Europa che illude dell’espansione perpetua del mercato dell’arte (proprio come si aiutano le banche private, incredibile), questo perché senza la giustificazione del mercato non si creerebbe il mito dell’artista da emulare.

A Berlino, luogo dove si consiglia a molti artisti sardi di emigrare, il 6% degli artisti sopravvive senza reddito, il 31% guadagna meno di 12000 euro l’anno, il 78% degli artisti professionisti vive sotto la soglia di povertà, il 7% è inserito in un circuito produttivo e solo il 10% ha una galleria che espone le sue opere, gli altri si auto promuovono, sembrano dati da Rinascimento?

Negli Stati Uniti i dilettanti dell’arte sono passati da 54 milioni nel 2003 a 60 milioni nel 2008.

In Francia il 70% dei Francesi si occupa di fotografia, il 27% gira filmati.

Insomma c’è una sovra produzione di artisti “internazionali” ed una mancanza di reali politiche programmatiche per gli artisti che risiedono nell’isola, assurdo in relazione a come è cambiata la società e la sua cultura in questo secolo.

Bisogna svincolare l’arte dall’agenda politica delle sovvenzioni e porla a sistema permanente, per fare questo accettare che l’arte nell’isola non goda di buona o cattiva salute ma sia semplicemente in divenire,.

Superare l’idiozia programmatica degli ultimi quarant’anni e svoltare verso uno scetticismo culturale verso i valori economici culturalmente imposti, questo porrebbe il creativo isolano in una condizione di normalità.

Cagliari e l’isola, non hanno in questo secolo, bisogno di essere alfabetizzate da arte ed artisti “internazionali”, si dovrebbe uscire dalla logica dell’offerta e del produttore, non si può procedere in questa direzione.

Non è la direzione giusta, sugli inserti culturali dei maggiori quotidiani isolani, da parte del pubblico e della politica, sempre più pressanti saranno le richieste di rendicontazione:

– Chi partecipa realmente alle tante iniziative culturali Cagliaritane?

– Chi è il finanziatore?

A queste domande risponde realmente chi si muove sulla traiettoria della “sovvenzione?

Ovviamente no,  in una isola connotata artisticamente da politiche assistenziali, il sostegno pubblico all’arte ed alla cultura è una ovvietà che parte dagli anni sessanta, ma nel prossimo futuro?

Nel prossimo futuro, il ruolo del consumatore e dello spettatore diventerà centrale, arte e cultura dovranno forza maggiore riferirsi alla propria comunità, una impresa artistica e culturale esiste se ha clienti prima che profitto.

Un programma interessante nasce dal sapere coniugare domanda ed ambizione artistica, il meccanismo delle sovvenzioni rende impossibile ragionare sulla domanda.

Servono politiche culturali ed artistiche nell’isola, fondate sull’estetica della ricezione, che si completino attraverso l’azione dello spettatore.

Gli artisti producono “forme chiuse”, immaginano i lavori compresi per come sono stati concepiti, nella realtà l’interazione del fruitore è uno stimolo che passa per la sua istruzione, il suo gusto sensoriale ed i suoi pregiudizi, insomma tutto passa per una prospettiva individuale.

L’opera rivive ed è contemporanea soltanto attraverso lo spettatore, su questo bisogna lavorare per determinare una cultura artistica del presente a Cagliari e nell’isola.

Questo vuole dire orientarsi al “pubblico” per contrastare e bilanciare l’omologazione linguistica dettata dal mercato.

Per questo gli specialisti della “intermediazione” sono un impiccio, riducono la ragione della cultura sempre dalla parte di chi la offre, questo porta naturalmente il pubblico a girare le spalle e pone gli “addetti ai lavori” sempre dalla parte del non-pubblico, il pubblico è sempre dalla parte del torto culturale.

Da un ventennio a questa parte, sul tema arte e cultura, c’è stato un taglio evidente alla spesa pubblica e si è guardato (e tristemente si continua ancora a guardare) all’attività privata come il territorio della produzione del plusvalore.

Si è cominciato a ragionare sull’economia dell’arte e della cultura, leggendo la ricerca artistica come un settore economico tra gli altri, di questa “paraeconomia” fanno parte tutte quelle attività commerciali fondate sul lavoro degli artisti.

Il mercato dell’arte di un territorio o di una comunità, funziona prima di tutto se ci sono degli artisti, altrimenti viene meno il principio dell’opera nuova come merce di scambio, da questo punto di vista quanto persa l’assenza di una Accademia di Belle Arti a Cagliari?

Quanto pesa la mancanza di uno spazio pubblico per le arti residenti?

Quanto pesa la mancanza di “messa a sistema” degli artisti che vivono e animano Cagliari?

Senza questi tasselli a Cagliari e nell’isola si imporrà sempre di più, un mercato dell’arte con le sue peculiarità, che si occuperà esclusivamente di se stesso trattando il bene e lo spazio pubblico come vetrina e del riciclaggio permanente di vecchi beni ed artisti.

Progetti e istituzioni sostenuti da fondi pubblici, sembrano incapaci di fare economia culturale, eppure il settore è molto ampio.

L’economia della cultura, per profitto e possibilità occupazionali è qualcosa di molto più ampio del sistema delle sovvenzioni a tempo ed a progetto.

Il successo economico di una città metropolitana, starebbe proprio nel trovare ed aggregare i membri di una classe creativa (creative class).

La classe creativa è il richiamo per gli investitori attratti da un potenziale interessante, serve sviluppare i talenti che risiedono nell’isola, promuovere la tolleranza e le moderne tecnologie, questo per una promozione economica sul piano Comunale.

Possibile che non si sia ancora capito a Cagliari che l’economia si smuove per “nuove combinazioni”, il fattore produttivo necessita della “distruzione creativa del vecchio”, ma a Cagliari la questione sembra essersi fermata tra Pinuccio Sciola e le sue pietre sonore e la street art, discussione datata e fuori dalla dialettica artistica contemporanea che porta ad un naturale fallimento culturale dell’economia culturale pubblica.

Una vera economia di mercato, presuppone che tutti i soggetti della comunità sappiano essere creativi, altrimenti si fallisce.

Urge un piano strategico, è chiaro che gli attuali ragionamenti amministrativi Cagliaritani ed Isolani su arte e cultura non materializzano possibilità uguali per tutti gli operatori, gli incentivi pubblici sono a tempo e le nuove generazioni creative non arriveranno mai ad attingere a quei fondi  artisticamente consolidati.

L’arte a carico del contribuente ha i giorno contati, i giovani creativi sono da subito indirizzati verso una economia della cultura, sono già sul mercato ancora prima di attivarsi produttivamente, sono il conflitto generazionale destinato a crescere tra chi si muove sul mercato e chi è “incentivato” dal pubblico.

La Cagliari creativa e residente che verrà si muove già fuori da tutto questo, quella è l’area da battere per un rinnovamento artistico e culturale Cagliaritano ed isolano, rinnovamento che le amministrazioni spesso invocano ma che in realtà temono ed esorcizzano.

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