L’isola mobile e in connessione

L’ISOLA MOBILE E IN CONNESSIONE

Eppure anche i futuristi nel secolo scorso, non furono mai presi sul serio, divertivano, scandalizzavano, ma Marinetti a parte o altri poeti coinvolti direttamente, non c’è mai stata da parte della critica un reale interesse ad aprire fronti e forum di discussione su opinioni, contenuti, propositi e progetto.

Il Futurismo nel secolo scorso in Italia, guardando altrove, è stato connettivo, da vera avanguardia subufficiale si è mosso con giovani che desideravano svecchiare e partecipare al dibattito di senso sui linguaggi dell’arte.

Marinetti e il Futurismo non ebbero credibilità alcuna in Italia  per più di trent’anni e cominciarono ad essere seriamente oggetto di studio solo dopo la seconda guerra mondiale, con Marinetti nominato Accademico d’Italia dal duce poco prima, questo giusto per mettere a fuoco come storicamente in Italia, dalla rivoluzione industriale in poi, si faccia fatica a distinguere tra Accademia di maniera ed avanguardie.

Nell’isola, non è caso che non ci sia stato futurismo, ma ci si sia fermati al simbolismo Accademico che passava per la legittimazione istituzionale della Biennale di Venezia.

Fermo restando che a leggere quello che Benito Mussolini diceva nel 1923: ”

L’arte rientra nella sfera dell’individuo. 

Lo stato ha un solo dovere, quello di non ostacolarla”.

Viene da pensare che i tempi odierni siano regressivi nella nostra rappresentanza politica, culturale ed artistica rispetto all’idea dell’arte fascista.

L’arte fascista (anche nell’isola) era figlia di una visione che comunque apriva dibattiti di senso su cosa dovesse essere arte italiana ed arte italiana isolana con le sue specificità.

Era una visione che apriva dispute di senso e di visioni tra cosa fosse in sostanza arte di Stato o meno.

Perché scrivo ciò?

Perché penso che lo stato di salute dell’arte e della cultura, in Italia e nell’isola, sia peggiore del 1923.

La discussione di senso è ridotta al minimo, si insegue l’effetto traino della notizia che si traduce in promozione di mercato e ci si omologa lentamente al gusto del mercato attraverso l’intermediazione di “addetti ai lavori” allienati a valori di mercato imposti da case d’asta internazionali che di scientifico hanno ben poco, se questo non è uno ostacolo…

Il mercato nel suo allargarsi ha progressivamente “sterilizzato” la dialettica dei linguaggi dell’arte, in Italia e nell’isola come in tutto l’Occidente, tendenze, forme d’arte e di ricerca antimercantile, che producevano fuori schema, si sono ritrovate ad essere oggetto di collezionismo e in tutto il loro essere processi effimeri con una quotazione di mercato.

Gli anni settanta in Italia, hanno annientato l’arte come processo cognitivo e concettuale, l’hanno fatto con il loro ambiguo sbocco di mercato, mosso da movimenti di protesta nel nome della libertà ed indipendenza.

Il mercato dell’arte contemporanea è fondato dalla Rivoluzione industriale in poi, sul pilastro delle case d’asta, privilegia artisti collaudati ed estende la sua azione di pari passo con l’andamento dell’economia globale.

In questo secolo è il mercato dell’arte che limita il dibattito sull’arte, non si discute più d’ideologie e correnti.

Quanta colpa hanno avuto in questo riviste e siti specializzati?

Sembra che non si riesca a raccontare l’arte andando oltre l’informazione o i problemi operativi.

“Flash Art”, fondata nel 1967, sostenitrice palese nel suo fare tendenza della Trasnsavanguardia per molti anni, che in apparenza ha un taglio critico, ma nella pratica si è rivelata incapace di confrontare orientamenti e situazioni contestuali diverse.

La rete ed il web, pongono le basi per uno spazio pubblico di discussione su cosa debba essere un linguaggio artistico, diverso rispetto al passato.
Il sistema network dell’arte è ibrido, l’artista opera inserito nel suo gruppo sociale ma è connesso alle problematiche del tutto come è stato solo all’origine del linguaggio.
La forma del sistema dell’arte contemporanea è quella del network individuale, l’artista non si muove più ad uso e consumo degli addetti ai lavori, ma appartiene ad una comunità sociale e culturale con quello che di politico questo comporta.
La sua azione ed il suo prodotto non è più “collettivo”, ma è “connettivo”.
Il suo spazio web diventa una risorsa attraverso la quale è possibile sviluppare un impegno monitorante.
L’azione connettiva comporta impatto efficace sul dibattito pubblico ed interessa nella sua azione il sistema e la società locale e globale.

L’irreversibile immobilità che parte dal proprio ego

Il creativo non sa il perché ed il per come crea.

La biologia oggi non è ancora capace di spiegarci attraverso le sinapsi da dove arriva il lampo.

In una scuola materna, il piccolissimo Klee durante un picnic all’aperto con altri bambini, annoiato perché doveva disegnare un acquedotto ad ogni pilastro mise le scarpe.

Van Gogh è stato il primo ad accostare i cipressi alle fiamme.

Ma la creatività deve recuperare il suo rapporto con la realtà, spesso arte ed artisti si allontanano dalla vita, nel nome della loro voglia di riconoscimento professionale, l’esercizio creativo quotidiano disumanizza, per questo non è difficile trovare nel quotidiano sommi artisti al servizio del disumano.

Ricordate Picasso davanti all’ufficiale tedesco?

“Guernica l’avete fatta voi!”

Picasso ha poi difeso Stalin davanti i suo massacri ed i suoi gulag.

Tutto questo per dire, che realmente nell’isola, il continente Europa non ha modelli artistici e culturali da proporre ed imporre, non regge il meccanismo che vuole l’arte e la cultura a braccetto con le barbarie, non è necessario per l’artista  isolano accettare acriticamente l’elogio del mercato dell’affare privato.

Ricordate Walter Benjamin?

“Ogni movimento culturale europeo è stato in realtà eretto su fondamenta di crudeltà e di corruzione.”

L’isola è una vasta riserva di energie artistiche non ancora liberate.

In questo secolo, anche attraverso i social network, la crisi delle arti come specializzazione senza contaminazione linguistica, sembra essere irreversibile.

La decostruzione del linguaggio dell’arte (la semantica e la semiotica) con la messa in dubbio delle verità possibili, hanno raggiunto il punto nevralgico.

Il linguaggio dell’arte tramite social, sembra ammettere e comprendere di tutto si può fare e dire di tutto, si può offendere mostruosamente l’altro pur di preservare se stessi e la propria immagine (estetica e non etica) davanti agli altri.

La verità è che il linguaggio dell’arte non può essere imposto al sound della quotazione del mercato, rappresenta l’opinione, l’istinto e il punto di vista di chi lo genera (seppure in rete di sistema “produttivo”), ma tra arte e vita è necessario che ci siano legami (anche territoriali); l’etica estetica è una delle cose più complicate, essere sinceri verso la propria produzione confinandola a sé prima di cedere alle lusinghe altrui, è cosa difficile, esige immensa autocritica.

Proclamare il contrario di quello che si desidera e si vive, per motivi di posizionamento mercato, è cosa troppo facile.

Gli artisti in “studio” si informano tramite Tv o Computer.
Posseduti che di-pendono- da informazioni che arrivano da altrove.
In tali condizioni ambientali come usare i simboli tutelando, migliorando ed evolvendo nello spirito e nella coscienza identitaria dell’universo isola?
Come relazionarsi culturalmente con la propria storia e la propria specificità alla malnutrizione mediatica fatta di spazzatura culturale somministrata ad arte?
La sensazione è che si stia ipnotizzando chi altrimenti sarebbe naturalmente interattivo versi i processi del fare arte contemporanea.
Gli artisti socialmente presenti nei mass media come “artisti impegnati”, in realtà accompagnano il sonno della coscienza, prima di vivere la propria arte sono consumatori di “altro”.
L’informazione mediatica non è “cultura semiotica” e mira a progettare ed educare all’inferiorità, questo per rendere incolmabili le distanze di “classe sociale” dettate dall’economia e dal mercato.
In questo quadro, i linguaggi dell’arte nell’isola rischiano nel tempo d’involgarirsi, si rischia che la volgarità semiotica diventi un valore condivisibile.
I media lavorano per debellare l’arte e la creatività nei luoghi che si abitano nel nome del “senso di colpa”, facendo credere a questo o a quell’artista che è soltanto lui il colpevole della sua condizione marginale, gli si fa credere che non si sia sforzato ed impegnato abbastanza, gli si fa credere che la colpa del suo insuccesso è da cercare nel provincialismo del territorio che abita, come se oggi fosse possibile limitare la ridondanza dell’informazione al territorio.
Si inibisce il non allineato alla notizia determinata dal sistema culturale economico, si confida che di generazione in generazione, gli artisti (sempre più scientificamente analfabeti) non siano in grado di conoscere se stessi.
Questo non deve avvenire e la cultura artistica di un territorio non può essere determinata dall’altrove.

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