LO STEREOTIPO CAGLIARITANO DELL’ARTISTA VELLEITARIO

LO STEREOTIPO CAGLIARITANO DELL’ARTISTA VELLEITARIO

“Mi fa paura l’inerzia dello strumento pensante e giudicante, e il numero spaventosamente grande degli uomini che non pensano e giudicano con la propria testa”.
Alberto Savino

I linguaggi dell’arte non sono scientismi, non si piegano a rigidi schemi economici e finanziari, schemi che annientano umanità ed umanesimo culturale.
I processi ed i linguaggi dell’arte contemporanea da sempre fanno i conti con l’incertezza del domani, l’arte contemporanea con la vita quotidiana si muove sullo scenario della precarietà e dell’incertezza.
Qualcuno lo spieghi agli “addetti ai lavori” d’area Cagliaritana, lo si dica chiaramente che acquistare un opera d’arte inseguendo esclusivamente il suo valore di mercato indotto ed imposto, è sempre un azzardo, acquistare arte senza ascoltare e valorizzare il proprio gusto e la propria cultura è come giocare a dadi a Las Vegas.
Vita e arte nella loro ciclicità si muovono su schemi ripetitivi, nel futuro ci saranno sempre schemi cognitivi del passato.
Avere una cultura artistica, vuole dire sapersi orientare con la propria percezione della verità, distinguendo tra realtà e finzione di propaganda, vuole dire sapersi difendere dalle imposizioni semitiche che cavalcano pregiudizi e stereotipi.
A Cagliari riguardo la pubblica istruzione artistica, regnano stereotipi infondati e discriminanti, difficili da debellare dal momento che la pubblica istruzione artistica cittadina s’innesta nella città soltanto nel 1968.
La messa in discussione della pubblica istruzione e formazione artistica come diritto negato alla comunità, può passare soltanto attraverso la pubblica istruzione artistica che esiste e resiste nell’isola tutta, istruzione artistica chiamata a difendersi dagli stessi stereotipi determinati dalla sua stessa storica assenza.
Nello specifico, il pensiero critico dell’artista Cagliaritano in questo secolo, ha il compito fondamentale di rintracciare la genesi dello stereotipo negativo dell’istruzione artistica nell’area Cagliaritana.

“Vita e arte nella loro ciclicità si muovono su schemi ripetitivi, nel futuro ci saranno sempre schemi cognitivi del passato. Avere una cultura artistica, vuole dire sapersi orientare con la propria percezione della verità, distinguendo tra realtà e finzione di propaganda, vuole dire sapersi difendere dalle imposizioni semitiche che cavalcano pregiudizi e stereotipi. A Cagliari riguardo la pubblica istruzione artistica, regnano stereotipi infondati e discriminanti, difficili da debellare dal momento che la pubblica istruzione artistica cittadina s’innesta nella città soltanto nel 1968.”

L’artista Cagliaritano deve capire e fare capire, come si è formato lo stereotipo negativo nei confronti della sua stessa figura d’artista residente, decostruendo e ricostruendo il suo stesso stereotipo nel suo habitat sociale e culturale lo può combattere.
Buona cittadinanza a Cagliari deve potere essere buona cultura, in grado d’andare oltre quella razionalità economica che condanna alla gogna social il writer per una tag su una panchina del Poetto, o rimuove una Scultura da Piazza Yenne senza discussione di contenuto nel nome della rimozione di “una cagata pazzesca” parafrasando la cultura media del Ragionier Ugo Fantozzi.
L’economia dei mercati privati, impone, ad artisti, curatori e collezionisti, la razionalità del pensiero rappresentandoli come calcolatori egoisti, così come la biologia dell’arte consente ai linguaggi dell’arte di sopravvivere contaminandosi in qualsiasi ambiente, ma una razionalità umanistica ed artistica, compiutamente umana, è qualcosa di più complesso e difficile da raggiungere.
Aggredire le pregiudiziali che ci sono sull’arte e gli artisti a Cagliari non sarà facile, è un pregiudizio condiviso dalla maggioranza, la dialettica di senso sul senso del fare arte contemporanea a Cagliari genera situazioni di conflitto politico che altrove non ci sono più.

Questo è il compito dell’arte e degli artisti Cagliaritani contemporanei, fare riflettere su come il loro ruolo sociale sia stato storicamente falsificato e mistificato.

“L’economia dei mercati privati, impone, ad artisti, curatori e collezionisti, la razionalità del pensiero rappresentandoli come calcolatori egoisti, così come la biologia dell’arte consente ai linguaggi dell’arte di sopravvivere contaminandosi in qualsiasi ambiente, ma una razionalità umanistica ed artistica, compiutamente umana, è qualcosa di più complesso e difficile da raggiungere.”

Solo esercitando il loro libero pensiero critico, gli artisti Cagliaritani residenti potranno rifiutare l’ingiustizia della loro marginalizzazione culturale.
Serve a fare crescere Cagliari, il pensiero critico dei suoi artisti, servono gli artisti che si formano e risiedono a Cagliari per determinare scintille d’interesse verso Cagliari stessa,  per alimentare e non spegnere le scintille d’interesse serve un nido adatto che Cagliari ad oggi non ha mai avuto.
Servono luoghi e spazi adeguati all’Alta Formazione Artistica.
Il pensiero critico dell’arte e degli artisti Cagliaritani è il capitale umano da coltivare, preservare e custodire nell’epoca delle tecnologie avanzate.
Pochi luoghi come Cagliari, possono vantare una singolarità ed una specificità che ponga realmente in condizione di rivendicare una propria autodeterminazione artistica e culturale, eppure arte e cultura a Cagliari sono confinate nel folklore, sono qualcosa per partito preso di velleitario o da temere, sembra stia evaporando anche la consapevolezza di essere da sempre territorio d’intrecci ed innesti culturali, tutto questo sta avvenendo nel nome di un pensiero politico sempre più omologato alle ragion di Stato e di Mercato (volutamente scritto con la lettera maiuscola come la parola Stato).

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