Lo strano caso della legge sull’alta formazione artistica e museale

Su il manifesto di oggi, in un articolo intitolato Ministra Fedeli, metta fine allo scempio sull’alta formazione artistica e museale, Vincenzo Vita racconta l’elusione del dettato dell’articolo 1 della legge 228 del 2012, che attivava definitivamente i corsi di diploma di secondo livello volti a parificare il mondo dell’alta formazione artistica e musicale (Afam) al sistema universitario. Ormai siamo abituati a non stupirci più di niente, eppure dovremmo ricordarci che mettere da parte le leggi (e soprattutto le costituzioni) era una prassi cara ai nazifascismi, ritornata molto in voga da quando il finanzcapitalismo ha deciso che le democrazie europee debbano essere dei fantocci, con a capo oligarchi sostenuti da cerchi magici, protetti dall’informazione mainstream – quella in cui abbondano pettegolezzi e gattini.

Nel torpore generale, cinque anni forse ci sembrano pochi, ma proviamo a considerare che sono il tempo di una laurea triennale e magistrale.

 

Ad attendere la tanto sospirata parificazione ci sono accademie di belle arti, di arte drammatica, conservatori di musica, accademie nazionali di danza, istituti musicali, istituti superiori per le industrie artistiche.

Tutto questo ha inizio, come racconta Vincenzo Vita, “con la riforma n. 508 del 1999, che formalmente sanciva l’equipollenza dei titoli, ma rinviava ad un successivo momento attuativo (tecnicamente, un regolamento «rafforzato», come previsto dalla legge La Pergola n.400 del 1988) che però, deciso nel luglio del 2005 –n.212- si limitava agli ordinamenti didattici rinviando ad un atto successivo, mai emanato, l’attivazione dei corsi di studio”. Nella passata legislatura venne varata dal Senato (primo firmatario Asciutti) una «riforma della riforma», che finalmente rendeva applicabile la previsione del 1999. Nel passaggio alla seconda lettura della Camera il nuovo relatore infarcì l’articolato anche con elementi  di una certa irrilevanza, probabilmente con il solo intento di bloccarla. In seguito fu introdotta nella legge di stabilità la norma sull’equipollenza dei titoli, contenuta in diversi commi dell’articolo 1 della citata disposizione.

Cito ancora l’articolo di Vincenzo Vita: “Purtroppo, la sensazione di allora fu che una omologa impostazione avesse fatto presa pure all’interno dei ranghi dell’Afam (esiste ancora?) e in pezzi di sindacato. E già, meglio non finire troppo sotto i riflettori, che ovviamente sarebbero stati accesi dalle apposite autorità adibite a vagliare congruità degli insegnamenti e delle strutture”.

 

Questa è la situazione, che dovrebbero risolvere coloro che scrivono “traccie” o IBAN invece che ISBN.

Voi ci sperate?

Concettina Ghisu

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