L’offerente di Matzanni: Ma quale “Barbetta”?

 L’offerente di Matzanni: Ma quale “Barbetta”?

 

Il sito archeologico di Matzanni si trova tra i territori di Villacidro e Vallermosa.

Nel 1892 alcuni pastori locali intravidero tra la vegetazione dei resti di costruzioni antiche.

In poco tempo la notizia si sparse per il paese e così iniziò l’assalto del sito alla ricerca di tesori nascosti.

Nel 1898 Domenico Lovisato (Professore di Geologia e Mineralogia) fece il suo primo sopralluogo non ufficiale, dove scorse delle costruzioni che inizialmente scambiò per favisse (pozzi, di solito cilindrici, atti a contenere ex voto, di solito situati in prossimità di santuari) e indicando il sito, con molti dubbi,  come di edificazione punica.

L’anno successivo Domenico Lovisato iniziò gli scavi:

Fece ritrovamenti importanti, come vasellame e cocci; scavò due pozzi che descrisse alla perfezione.

Gli furono donati da persone del luogo alcuni reperti trafugati:

Una ciotola di bronzo dorato ed un bronzetto, che fu soprannominato “Barbetta“.

Alcuni anni dopo, leggendo i suoi scritti, lo storico Raffaele Petazzoni si recò nel sito, correggendo l’affermazione di Lovisato sulla natura delle strutture.

Non si trattava di favisse del periodo Cartaginese, bensì di pozzi Sacri del periodo Nuragico.

Il bronzetto “Barbetta” oggi si trova esposto al Museo Archeologico di Cagliari:

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Primo piano del viso, tratta dal libro “Sardegna the Spirit of an Ancient Island” di Sandra Davis Lakeman. (G.P./M.C)

 

Ha un’altezza di cm. 12 e viene descritto, con notevole fantasia,  come uomo con barba, offerente, in stile orientalizzante.

Un unicum, in quanto presenta la barba (tutti gli altri bronzetti maschili ritrovati ne sono privi) e, in più, sono facilmente identificabili due seni.

Cosa del tutto nuova e mai vista.

Sono state tante le teorie più o meno plausibili enunciate su questo reperto, cercando di dare spiegazioni, talvolta quasi ridicole, sulla presenza di un segno femminile su un corpo ritenuto chiaramente maschile, vista la presenza della barba.

Ma perchè rappresentare dei seni su un bronzetto votivo maschile?

Solo uno sguardo più attento, e un magistrale scatto fotografico, ci hanno portato a svelare l’arcano su questo misterioso pezzo dell’arte nuragica:

Trattasi di una donna, vittima di ustione su tutto il capo.

Sul viso porta una fasciatura imponente, nella quale è stato ricavato un foro per la bocca; sul naso, la fasciatura passa sulla parte superiore, lasciando scoperte solo le narici.

Anche le orecchie e la parte superiore del capo sono interessati dalla fasciatura.

Porta due occhi posticci (segno di perdita della vista?) e sotto quello che sembra essere un cappello, una sorta di cuffia per gravi ustioni.

Il tutto è contenuto in un’impalcatura aggiuntiva che nella parte bassa del volto finisce a punta, quella che per più di 100 anni è stata ritenuta una barba.

Si tratta per cui di una donna, vittima di una brutta ustione e che, probabilmente, si recò a Matzanni per poter ottenere guarigione grazie alle acque curative dei suoi pozzi sacri.

Porta con sè nella mano destra una ciotola (per contenere l’acqua sanificatrice?) e sulla sinistra quella che sembra essere una pagnotta (dono per lo sciamano sacerdote?).

Sotto l’ascella sinistra un contenitore poggiato tramite una cinghia, sulla spalla.

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“Barbetta” a figura intera, dove si notano i seni .

 

Sembra impossibile che in 120 anni, i ricercatori che hanno potuto tenere in mano e studiare questa favolosa opera d’arte, non abbiano mai notato i particolari così evidenti e si siano sempre limitati alla descrizione sommaria fatta in origine.

Maurizio Coni e Giusy Perra.

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