“Madamina, il catalogo è questo!”

Per chi sta seguendo il dibattito intorno al MAC (Museo d’Arte Contemporanea di Cagliari), rispondo di seguito all’intervento dell’ex assessore al cultura di Cagliari, Enrica Puggioni, riportato in calce nelle immagini a corredo di questo post.
Gentilissima dott.ssa Puggioni,
grazie per aver condiviso il suo pensiero.
Inutile dire che la sua voce in questo contesto è molto importante, direi autorevole, per il ruolo da lei svolto dal 2011 al 2016 in qualità di Assessore alla cultura del Comune di Cagliari, dunque negli anni cruciali in cui la progettazione del MAC si incrocia con la legittimazione istituzionale che il Comune ha conferito al medesimo futuro museo.
Confesso, però, di essere piuttosto deluso dal suo intervento, perché avendo potuto apprezzare in passato il suo understatement, mi attendevo da lei quella autenticità con cui ha spesso condotto il dialogo con la città. Invece, con la navigata abilità di chi padroneggia le strategie di comunicazione in ambito politico, schiva con destrezza la questione centrale di cui si va discutendo da giorni: è legittimo che il MAC, con la sua collezione privata di opere appartenenti in maniera decisamente discutibile a un’idea oggettiva di “contemporaneo”, possa essere definito “Museo d’Arte Contemporanea di Cagliari”?
E che questo accada senza un piano chiaro di acquisizioni; senza avere in prospettiva l’individuazione di un curatore accreditato e selezionato in rappresentanza della politica culturale cittadina; senza neanche un’opera della più grande artista isolana, Maria Lai; la cui sensibilità verso il contemporaneo viene annunciata dalle caricature dell’avvocato Figari?
Secondo molti no, questo è il punto.
Il catalogo di iniziative e obiettivi raggiunti nel corso del suo mandato è noto e traduce in maniera quasi plastica l’interpretazione consapevole di una amministrazione del rapporto tra cultura e territorio.
Tuttavia purtroppo nulla aggiunge nel merito della questione per cui lei è stata qui chiamata in causa.
Anzi, si pone grottescamente in contrasto proprio con l’identità del MAC, il cui progetto, nella sua rigida schematicità espositiva, non prevede neanche una pallida ombra di quella sensibilità verso una concezione dell’arte comunitaria, partecipativa, connessa con audacia alla sperimentazione di relazioni tra linguaggi, percorsi innovativi e nuove identità di confine da lei richiamata.
Se il MAC deve rispondere (e corrispondere) a una politica di sistema, abbiamo sufficienti elementi per poter dire che rischia seriamente, se non del tutto, di rimanerne estraneo.
Un monumento nazionale magari ben restaurato e restituito alla cittadinanza, con ristorante e servizi, nel cuore storico di Cagliari, poco più che “arredato” con opere di artisti sardi del Novecento.

Siamo perfettamente a conoscenza delle ragioni economiche che hanno fatto naufragare il progetto Betile.

Non siamo qui a reclamarne la riesumazione fuori tempo massimo.
Ma il modello rimane come proiezione di discorso, come ambizione legittima di una città che chiede da tanti, troppi anni un salto in avanti in termini di percezione collettiva, con dinamiche e opportunità di respiro europeo in grado di connettere una – per certi versi – irrinunciabile tradizione a una visione realmente contemporanea e internazionale.
Reputo molto grave, proprio per il suo ruolo ricordato in principio, che lei non sia a conoscenza dei contenuti del MAC, attestandosi esclusivamente su una attenzione – pur importante – relativa al progetto di riqualificazione e recupero strutturale.
Converrà che quando una amministrazione consente a un soggetto privato di rappresentare una importante funzione cittadina, è necessario quantomeno verificarne i contenuti, negoziandoli eventualmente proprio in relazione a una credibile visione culturale e di sistema.
Questo evidentemente non è avvenuto, sostituito con tutta probabilità dal (tacito?) do ut des tra chi finalmente investe in una ferita aperta della città (il privato) e chi per tanti anni non ha avuto interesse o disponibilità economica a sanare quella ferita (il pubblico).
Inoltre, non è affatto vero che – come lei afferma – “i linguaggi vengono dopo”.
Ogni buona progettazione di uno spazio destinato alla cultura, lei mi insegna, si basa sulla preventiva elaborazione di linguaggi e funzioni insieme, contenitore e contenuto, proprio per venire incontro a quel desiderio di socialità e di cittadinanza cui lei fa riferimento nel parlare del ruolo che i musei civici dovrebbero avere oggi.
Per concludere:
si cancelli l’attuale denominazione del MAC per trasformarla in MAS 900 (Museo dell’Arte Sarda del 900) o in Collezione Scano.
Il problema sarà risolto e, tolto il tappo, ci si potrà finalmente concentrare in futuro su un museo della città di Cagliari, o un centro, seriamente dedicato all’arte contemporanea.
O forse questa semplice soluzione non conviene alla generosità della Fondazione Scano-Lecca?
PS: Le dichiarazioni a cui mi riferivo sono contenute nella bella intervista pubblicata nel 2016 su Artribune, al seguente link: http://www.artribune.com/attualita/2016/03/cagliari-intervista-enrica-puggioni-maria-paola-zedda/
Fabio Acca
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Cercherò di essere cristallina, più che mai:
1) Non siamo amici neanche su Facebook;
2) Detesto le polemiche/ i chiacchiericci che poi si tramutano perfino in garrote a gioia della pancia della folla;
3) L’unica cosa per ora certa è la composizione della Collezione Privata dell’imprenditore Carlo Scano;
4) Le sue intenzioni in merito al Museo che verrà e ancora NON è, le sa lui con tutte le variabili che riterrà opportuno accogliere;
5) Lo avete già condannato ma gran parte di voi sarebbe pronto a beatificarlo se includesse come vi piace;
6) Sta ristrutturando propriamente la perduta chiesa di San Francesco di Stampace, che era stata lasciata decadere a rudere dal 1875 (data del crollo di gran parte della struttura) in poi, con poche voci nel deserto che si elevavano in sua difesa (tra cui quella di professor Coroneo, che l’amava quanto il Canonico Spano);
7) Mi è chiarissimo professor Fabio Acca, che lei si è voluto presentare alla città di Cagliari e oltre, con la maggior ridondanza possibile, e prendo atto che lei è una realtà con cui ci confronteremo, quanto e come si vedrà.
Prendo atto che gioca abilmente, e che possiede un cervello “fino”. Chapeau!
Detto ciò: la smetta di taggarmi perché NON approvo la sua “crociata”.
Ma prima o poi ci guarderemo negli occhi ne sono certa!
Rossana Corti
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Spietata e mirabile analisi e, al fine, la soluzione del cambio del nome, quanto mai opportuna se si vuole almeno credere, se non alla voce di chi contribuisce a vario titolo al dibattito contemporaneo in Sardegna, almeno alla competenza dei futuri visitatori e non rischiare di essere visti come gente con la sveglia al collo.
Si intende che il privato, in linea di massima, può fare quello che vuole delle sue collezioni e del proprio danaro.
In linea di massima, giacché, una cosa fra tante, come tu sottolinei sta restaurando un bene storico e archeologico della città comunque sia per fare in qualche modo impresa.
Se l’impresa è poi anche ad alto tasso di interesse culturale ed artistico, io credo, il dibattitto, l’analisi, l’attenzione è quanto mai necessaria.
Tra parentesi, io vivo in un piccolo paese che ha goduto di tanti e tanti finanziamenti per la costruzione di un “museo” privato ora chiuso ed in uso, giustamente e lecitamente, al proprietario, ma mi chiedo se gli stessi danari e attenzioni ci sarebbero stati con il senno di poi.
Se, anche non essendoci erogazioni di danaro pubblico, con lo stesso senno di poi i politici e i compari, più o meno locali, avrebbero gridato al miracolo, adesso chiuso.
L’attenzione e la partecipazione ad un dibattito è una cosa positiva, se non anche doverosa in un isola che avrebbe tutte le carte per partecipare alla storia contemporanea e, invece, rimane sempre indietro con noi, poveri mortali, liberi e fieramente senza padrini, a dolerci di tanto spreco.
Josephine Sassu
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