MAHMOOD, ACHILLE LAURO E LO SVUOTAMENTO DEL TRAP

MAHMOOD, ACHILLE LAURO E LO SVUOTAMENTO DEL TRAP

La vittoria al festival di Sanremo di Mahmood e le polemiche intorno a “Rolls Royce” di Achille Lauro segnano un giro di boa nel movimento trap. Per vari motivi.

Il più semplice è che lo normalizzano, facendolo diventare uno dei filoni accettati della musica tricolore.

Una patente di legittimità che però costa molto cara: né il cantante italo-egiziano né il Vasco Rossi delle borgate romane sono propriamente trap.

Certo, parlano di soldi, di periferie, di “vita difficile”, ma lo fanno in maniera così edulcorata, accettabile, con quel vago retrogusto di denuncia sociale, da svuotare la trap dell’unica caratteristica capace di renderla in qualche modo controculturale: il suo odio per il politicamente corretto e l’esaltazione parossistica del culto di potere & denaro.

L’antimachismo di Lauro e quel vago sentore di denuncia di Mahmood sono prodotti così smaccatamente artificiali da risultare quasi simpatici.

Ma sta proprio qui il problema di fondo: sia il cantante l’italo-egiziano che quello romano pretendono di essere qualcosa, di essere accreditati come “autentici”, di esprimere dei “valori”; esattamente ciò che la trap contesta:

la trap ha sempre sputato in faccia al suo ascoltatore la propria inutilità, la propria inautenticità, l’avere come solo ed unico obbiettivo arricchire chi la fa.

Senza questa caratteristiche la trap diventa un modo di produrre basi a bassissimo costo, un’estetica multirazziale, un modo di comporre barre, insomma uno stile musicale perfetto per essere mixato con qualsiasi altro genere dello spettro musicale italiano.

La scelta di fonderla con la denuncia sociale di matrice indie/cantautoriale con Mahmood e con il “rock esistenziale” con Achille Lauro non è casuale: significa andare a confezionare un prodotto per un pubblico che proviene dal brodo culturale di sinistra, smarrito dalla mancanza di icone “giovani”, “reali”, ancorate alle “periferie”.

Significa illudere una parte di pubblico di essere connesso con il proprio tempo e i suoi problemi, quando il solo riconoscersi e apprezzare questo prodotto di laboratorio significa non aver capito nulla di ciò che sta accadendo, e il voler essere rassicurati che in fondo nulla è cambiato.

La prova del 9 della validità di questo ragionamento è la polemica innescata da Salvini sul successo dei due trapper al festival sanremese: il re del sovranismo social che si scaglia contro i rappresentati delle periferie “consapevoli” dell’Ariston.

Una gara tutta social fra brand con uno storytelling opposto ma nati dalla stessa strategia di marketing.

Il nulla che contesta (fa dissing con?) il nulla… in questo sì c’è tutto lo spirito del nostro tempo.

Federico Leo Renzi

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