Marco Pivato: Usare il cervello!

Marco, coscienza scientifica e coscienza artistica pensi siano universi e vasi interconnessi?

Ho difficoltà a collocare l’arte in un’area prettamente umanistica, l’ho sempre configurata in una zona d’incontro e di limite tra l’umanistico e lo scientifico, in quel nebuloso territorio preilluminista che configura l’alchemico, parlo di coscienza artistica più che umanistica, esagero?

Mi sono occupato a lungo del rapporto tra scienza e arte in un saggio che si intitola “Noverar le stelle. Che cosa hanno in comune scienziati e poeti” (Donzelli, 2015).

Esistono due comuni denominatori tra il mestiere dello scienziato e quello dell’artista: il primo è il processo creativo e il secondo è il processo narrativo.

Durante il primo lo sforzo interpretativo del ricercatore coincide con lo sforzo immaginativo dell’umanista.

Durante il secondo, entrambi, si dedicano a spiegare l’innovazione al pubblico, a renderla fruibile: naturalmente, infatti, una innovazione – in qualsiasi campo – è tale se compresa fuori della torre d’avorio dove è stata progettata.

Inoltre, arte e scienza coincidono nel tentativo, congenito, dell’uomo di fornire ragione a un universo dato ma non spiegato.

Scienziati e umanisti hanno questa tensione: dare senso, il primo con le formule e il secondo con lo story telling, alla realtà.

Siamo, del resto, tutti orfani di spiegazioni e le cerchiamo.  

Arte e Scienza sono due territori contemporanei di lotti d’interessi privati, anche sotto forma di privatizzazione del pubblico, quanto è importante che il pubblico riesca a delimitarne l’interesse comune?

In un due nodi di sistema così delicati, non sarebbe plausibile una rotta di definizione verso un pubblico interesse che non sia sottomesso al mercato dell’investitore privato e le sue regole?

Parlo per la scienza, perché in questo caso al rapporto tra stato e scienza ho dedicato il saggio “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni Sessanta” (Donzelli, 2011).

Lo stato, da indispensabile committente, ha inventato la Big Science, ovvero quella parola che intende i grandi progetti scientifici del 900.

Per esempio, il progetto Manhattan (che servì alla titanica impresa di costruire la bomba atomica, impresa servita poi allo sviluppo del nucleare civile), oppure il Progetto genoma umano (che è servito a decifrare la funzione di tutti i geni umani), o ancora la costruzione del Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle più grande del mondo che nel 2012 ha identificato il Bosone di Higgs).

Si tratta di imprese mastodontiche dal punto di vista del capitale economico e umano che quindi possono essere finanziate soltanto dagli stati o, meglio, da consorzi internazionali di stati.

L’impresa privata non riuscirebbe.

La Big Science è il motore dell’innovazione e del progresso ed è necessaria.

Pensiamo ancora al Programma Apollo, che ha portato l’uomo sulla luna.

Ognuna di queste imprese “Big” ha consentito non semplicemente l’obiettivo in sé (per esempio scoprire il bosone o arrivare sulla luna), ma una serie di brevetti e di ricadute scientifiche a cascata che hanno generato miliardi di dollari.

Quindi la Big science, che genera PIL, si fa con il pubblico.

Anche se, in questo decennio, si sono fatti avanti alcuni scienziati-imprenditori che hanno dimostrato che anche l’impresa privata può fare molto.

Per esempio, Craig Venter, oppure Eilon Musk.

Spesso lo stato non è lungimirante come le singole menti e sperpera molto.

L’ideale sarebbe una sinergia (funzionante) tra pubblico e privato. 

Ho letto il tuo libro “usare il cervello”, in quest’ottica, di evoluzione cognitiva che sia anche prospettiva e visione d’insieme, ti chiedo se riesci a immaginarti una città metropolitana come Cagliari (capoluogo Regionale e unica città metropolitana dell’isola), ancora priva nel 2019 d’Alta Formazione Artistica, ti pare plausibile?

A quanto pare in tutta Italia non sono mai abbastanza gli investimenti in cultura, parolone che comprende certamente le attività di ricerca scientifica e tutto l’universo artistico e umanistico.

Purtroppo, la coperta è corta, e credo che nessuna ricetta di destra, sinistra o centro sia in grado con due lire di fare miracoli.

Gli italiani (il nostro è un paese storicamente fazioso, dai tempi di Guelfi e Ghibellini) si giocano le occasioni di crescita puntando come avvocati sulle differenze anziché avere a mente il bene comune.

Negli altri paesi quando la crisi morde oppure si avverte la mancanza di un importante obiettivo si concentrano le poche forze verso quello. Noi piuttosto ci arrocchiamo e perdiamo anche quel poco che avevamo messo da parte.

Questo ragionamento non è mio, ma di Rita Levi Montalcini che intervistai, tra i tanti scienziati italiani, per chiedere spiegazione della miseria scientifica, tecnologica e culturale del nostro paese.

Ancora oggi lo condivido molto.

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