“Mario Pesce a Fore”, il fallimento dell’alter ego connettivo

“Mario Pesce a Fore”, il fallimento dell’alter ego connettivo

 
Ancora di tanto in tanto, la mia produzione artistica di fine secolo scorso, viene toccata da un equivoco di fondo, quella che io fossi un teorico di un movimento d’artisti, quello del “Mario Pesce a Fore”, mai storia è stata scritta e rappresentata in una modalità così falsata.
“Mario Pesce a Fore” è stata una rappresentazione e lettura di un universo che sentivo nell’aria, ossia quello dellre’artista in grado d’autodeterminarsi saltando le intermediazioni di sistema (curatore, gallerista, critico, giornalista, Maestro d’Accademia o chi volete voi), questo nel nome di un ruolo sociale e intellettuale dal quale era stato spogliato nel nome del mercato dell’arte dal secondo dopoguerra.
In buona sostanza “Mario Pesce a Fore” era il frutto del mio percorso di studio sull’arte all’epoca, era un mio alter ego, il racconto del mio lavoro, quello che facevo allora faccio oggi, perché ancora oggi questo penso debba essere un artista e un attivista dell’arte, uno che studia delle problematiche e da le sue risposte, oggi come allora quando scrivo qualcosa non lo faccio da giornalista, da curatore, da critico o teorico, ma da attivista dell’arte che produce.
Si produce quello che si studia, apprende e osserva entrando nel flusso del proprio lavoro e della propria produzione.
La mia produzione artistica in quel momento della storia era una risposta al sistema di mercato dell’arte, che per essere reale necessitava di un’applicazione reale, per questo all’interno di quello che all’epoca era un mio universo poetico c’è stato molto traffico, dai Maestri d’Accademia, ai critici, ai galleristi e agli artisti miei coetanei in uscita dall’Accademia in cerca di visibilità che neanche sapevano cosa fosse il sistema dell’arte e che con il “Mario Pesce a Fore” si orientavano, ancora oggi (che il sistema dell’arte è mutato), mi fanno tenerezza certi miei compagni di percorso dell’epoca, paiono incapaci di leggerne le dinamiche e le problematiche del contemporaneo e sembrano muoversi come fossimo ancora negli anni novanta incarnando quello che allora criticavano.
“Mario Pesce a Fore” è stato un fallimento, quello che pensavo fosse possibile fare allora è stato superato da applicazioni come Facebook, che consente a tutti una vetrina e un consenso privo d’intermediazioni, la differenza tra “Mario Pesce a Fore” e Facebook era che Mario Pesce a Fore negava le identità, il problema dell’identità artistica (autodeterminata o acquisita) passava esclusivamente per il linguaggio dell’arte, la ricerca e lo studio individuale su tutto, questo consentiva a tutti di dire io sono “Mario Pesce a Fore” quando in realtà nessuno lo era perché il vero contenzioso era linguistico, non era un laboratorio collettivo era uno scannatoio connettivo (mi sono sempre alimentato di conflitti creativi).
Perché puntualizzo questo?
Perché non sono mai stato un teorico ma sempre un artista attivista, molti degli artisti che bazzicavano il mio studio in quel periodo, cercavano di scavalcarmi e d’esorcizzarmi dandomi del “teorico” nel nome di un loro presunto innato talento, talento che la storia ha dimostrato non essere mai stato, dal momento che oggi vivacchiano di consenso facile sui social e di legittimazioni reciproche attraverso nicchie di protezione, vendendosi il “Mario Pesce a Fore” come gruppo cosa che non è mai stata.
Non sono mai stato un teorico del loro lavoro di nessuno, a dirla tutta, la gran parte del lavoro dei miei compagni di percorso di quegli anni la trovo banale e priva d’interesse storico se presentata priva di una protezione di nicchia d’interesse, nata esclusivamente per essere venduta, la loro tragedia è stata il non avere mai studiato nulla che non fosse come posizionarsi in un mercato.
Un artista attivista o attivista dell’arte, lo pensavo allora e continuo a pensarlo ora, deve sapere leggere il proprio lavoro e quello degli altri e deve saperlo contestualizzare in contesti più ampi del proprio orticello, il fatto che io riuscissi a fare questa cosa, scomoda, che mi consentiva di tenere testa a galleristi, curatori, critici e ai Maestri, faceva si che i miei stessi compagni di percorso mi leggessero come teorico, in questa modalità potevano prendere le distanze da me, esorcizzarmi e proporsi in giro come artisti, è una brutta bestia l’artista che non studia e investe sul farsi trainare dall’altro nel nome del suo presunto talento.
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