“Mario Pesce a Fore” reazione alla Transavanguardia!

“Mario Pesce a Fore” è stata una reazione istintiva al boom economico degli anni Ottanta, la reazione al fatto che negli annI Novanta si fosse ridotto il tutto a una visione dell’arte come investimento, l’arte vista esclusivamente come fonte di guadagno.
Nel “Mario Pesce a Fore” non si amava l’idea della facile commerciabilità della Transavanguardia, imporre il mercato della Transavanguardia come ritorno alla pittura, voleva dire negare la pittura come linguaggio e che si fosse sempre dipinto.
Negli anni novanta una serie di distorsioni e di miraggi di volere essere come Mimmo Paladino o Francesco Clemente, aveva fatto proliferare gli spazi espostivi, esistevano almeno una se non due gallerie private per quartiere.
Il proliferare del mercato, elevato a sistema linguistico dell’arte, non sembrava arricchire il dibattito estetico, anzi sembrava stesse tutto regredendo.
Maestri d’Accademia dicevano alle studentesse “tu non sarai mai un artista, sei una donna”, l’arte sembrava una questione esclusiva per maschi stereotipati, uomini o bisessuali.
“Mario Pesce a Fore” stava per Fore come località, ma anche come messa a nudo del linguaggio senza distinguo di genere e sesso.
I passamontagna e le maschere delle performance, muovevano non dall’evidenziare il proprio essere anonimi, ma era l’esatto opposto, si sapeva chi fossimo, e si diceva noi non siamo “nessuno” e se lo siamo, siamo un pericolo per chi ci nega.
Volevamo essere in maniera chiara e codificabile, la voce fuori dal coro, la coscienza del mondo dell’arte (non solo Napoletano).
Il primo spazio che prendemmo in ostaggio, fu la Casina Pompeiana, dove fummo invitati a rappresentare la contemporaneità della performance nei linguaggi dell’arte contemporanea Napoletana, all’interno di un percorso storico; d’allora comparimmo ovunque, non eravamo sistematici, potevamo accadere dovunque e comunque.
L’interazione tra di noi, determinata dalla diversità consapevole, dei linguaggi e della ricerca di ciascuno, ci sollevava da una serie di fesserie, non abbiamo mai avuto un marchio registrato, nonostante capitasse che Bonito Oliva ci presentasse in certe situazioni istituzionali.
Se c’era una causa comune nel “Mario Pesce a Fore” era nella sua stessa militanza, anche se dall’interno in sostanza, tutti lavoravano per scardinarlo in cerca dell’affermazione artistica individuale, per questo era impossibile l’anonimato, troppo ego e fame di fama, e in fondo perché nascondersi dietro l’anonimato?
Si stava rappresentando la privatizzazione artistica e culturale della città che era fin troppo evidente, ma che tutti negavano.
L’anima della posse non si è mai istituzionalizzata, le mostre erano autogestite e ciascun artista era curatore e responsabile di sé; si era con consapevolezza, espressione di una cornice storica di un sistema di potere, che si muoveva subdolo tra cultura underground e industria culturale internazionale globale.
Tutto questo nacque in maniera molto ludica, dalla prospettiva di studenti d’Accademia, prospettiva dalla quale era evidente che gli anni anni settanta erano invecchiati precocemente, che Napoli non offrisse nessuna reale possibilità per i giovani artisti, che non venerare il presente che era già il passato.
Prima del “Mario Pesce a Fore”, a Napoli, e non solo, nessuno rifletteva sul sistema dell’arte, dovunque (Accademia compreso), si dava per scontato che fosse come doveva essere; nella realtà si sentiva tutto (e lo era) come retroguardia.
Avevamo una giovane consapevolezza e capivamo che l’altra strada possibile era il pubblico, pubblico e comunità potevano arginare il mercato e il privato, nel nome di questo, qualcuno di noi interessava a qualche gallerista, e forse per questo nacque e si espanse il gruppo, per qualcuno divenne una scorciatoia per farsi notare (che miseria umana).
Decidemmo di puntare il nome inizialmente, proprio contro le gallerie, era il nodo di rete che intermediari e sdoganava gli interessi privati nel pubblico, oggi questo schema è forse saltato, il privato entra direttamente nel pubblico e nei musei.
Una cosa interessante da scoprire, fu che tutti gli interessi di mercato fossero politicamente a sinistra (era la Napoli di Bassolino).
Quello che accomunava era la militanza, il passamontagna in pubblico era simbolico, ciascuno sapeva chi fossimo e perché indossassimo il passamontagna; volevamo realmente dare fastidio e per questo l’arte la studiavamo sul serio.
Il mondo dell’arte per noi era ristretto, alto borghese e classista, e a noi piaceva essere popolani (ma non popolari).
Ancora oggi, intorno a quell’esperienza c’è molto fastidio e paura, eravamo sul serio irriverenti (non era una rappresentazione) e strategicamente dei provocatori di professione.
Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather