Massimiliano Vacca: Spazi espositivi nell’isola? Affittacamere.

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“Mi piace pensare alle mie maschere posizionate in un epoca lontana, molto lontana, dove il tempo si è fermato e non esiste il progresso, ma si fa intenso l’ odore della terra, delle ginestre, del mirto, di elicriso…”

Massimiliano, il tuo lavoro e la tua ricerca plastica affonda le sue radici nella ancestrale tradizione della maschera isolana e mediterranea.

Ne fai però elemento d’espressione artistica contemporanea e salti la finta linea di demarcazione tra arte ed artigianato tanto funzionale a “posizionamenti” di mercato.

Quanto e come nel tuo lavoro conservi l’aspetto simbolico e rituale fortemente presente nella tradizione isolana?

Voglio sottolineare che le mie maschere nascono dalla mia fantasia e la voglia di coniugare ad essa miti e leggende della mia terra, peró non è una regola, perchè mi è capitato anche di rappresentare dei grandi della musica come David Bowie e Peter Gabriel.

Con “Cnidophobia” ho toccato anche il tema delle fobie umane, rappresentando la fobia degli spaghi.

Mi piace pensare alle mie maschere posizionate in un epoca lontana, molto lontana, dove il tempo si è fermato e non esiste il progresso, ma si fa intenso l’ odore della terra, delle ginestre, del mirto, di elicriso…

Infatti da qui nascono maschere come il “Mercante di Ginestre”,  “Il Signore degli Ulivi” e “Tzia Figumorisca”, quest’ ultima vuole rapresentare un anziana signora che si alza all’alba.

Esce la mattina presto quando ancora è silenzio.

Tra l’aria che profuma di cisto e ginestre raccoglie i fichi d’india che posa in una cesta di canna e di rami d’ulivo intrecciati, che venderà fuori dall’uscio della sua casa.

Mi piace far viaggiare nel mio mondo chi si avvicina e prova interesse per le mie maschere.

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“Mi limito a far vivere personaggi di miti e leggende della nostra terra, come le “Janas” o il “Folletto delle sette Berrette”. Tra l’ altro quando ho pensato al progetto delle Janas mi piaceva dare loro un nome importante, per cui mi vennero in mente tre nomi di relative donne sarde di rara sapienza che hanno dato lustro alla nostra terra. Ho chiamato loro Chiara (Chiara Vigo), Dolores ( Dolores Turchi) ed infine Maria ( Maria Lai).”

Altro aspetto fortemente caratterizzante del tuo lavoro, sta nel fatto che le tue maschere, seppure eseguite in maniera originale, in quanto “copie uniche” come da tradizione artigianale isolana, sono eseguite con materiali figli della rivoluzione industriale, come il das, in genere associati ad attività di tipo ludico.

Sbaglio a fare con te una riflessione sul piacere ludico come motore e strumento di scatto tra l’artigianato e le ricerche artistiche contemporanee? Il piacere del fare arte prima del “dovere” fare arte forse è questa una distinzione tra te e i Maestri della tradizione isolana della maschera…

Il DAS………eheheheh.

Si è vero il Das comunemente viene associato ad attività ludiche e forse è così che ho cominciato a manipolare questo materiale.

In realtà lo usai da bambino, ma nel 98 in famiglia io e i due miei figli passamo la varicella, ed allora per cercare di impegnare il tempo mi venne in mente di fare delle piccole maschere in Das, volevo far provare loro la bellezza e la sensazione del plasmare.

Le maschere cominciarono a prendere forma, da piccole diventarono grandi, e la voglia di comunicare e di esprimermi mi pervase, poi la svolta, un carissimo amico mi chiese di esporre con lui, ma in un primo momento non pensavo la cosa fosse fattibile, ma poi tra lui e mia moglie ci misero proprio poco a convincermi.

Questo accadde nel 2000 due anni dopo le prime maschere.

Come asserisci tu, per me è il piacere di fare arte.

Citi spesso i maestri mascherai isolani, per me loro sono sacri e non penso lontanamente di varcare la soglia della loro arte.

Questi sono votati alla divulgazione delle nostre tradizioni, e trovo sacrilego dover usare il Das per far maschere della nostra tradizione. Come già ho asserito mi limito a far vivere personaggi di miti e leggende della nostra terra, come le “Janas” o il “Folletto delle sette Berrette”.

Tra l’ altro quando ho pensato al progetto delle Janas mi piaceva dare loro un nome importante, per cui mi vennero in mente tre nomi di relative donne sarde di rara sapienza che hanno dato lustro alla nostra terra.

Ho chiamato loro Chiara (Chiara Vigo), Dolores ( Dolores Turchi) ed infine Maria ( Maria Lai).

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“Mi chiedi come si pone l’ isola nei confronti delle ricerche e degli artisti che vi risiedono? Se si parla d’ istituzioni o di spazi espositivi, non vorrei far polemiche, ma come ben sai le istituzioni non ti aiutano per niente! Esporre a Cagliari in certi luoghi ” BLASONATI” è solo per pochi, se invece riesci ad entrare alla “Cittadella dei Musei” allora è l’ orario a tagliarti le gambe, perché alle 19 devono essere tutti fuori!!!”

Il tuo lavoro e la tua ricerca si presta a molte contaminazioni di genere, non a caso le tue maschere compaiono anche in un videoclip degli Almamediterranea.

Sei un artista che oramai ha un vasto bagaglio di esperienze espositive oltre l’isola.

Quello che vorrei chiederti è però: Come l’isola si pone nei confronti delle ricerche e degli artisti che nell’isola risiedono?

Il tuo lavoro in qualche maniera è anche eretico, se lo relazioniamo a quello dei tradizionali artigiani della maschera isolani…

Si è vero, quella con gli Almamediterranea è stata un esperienza fantastica, mi piace affrontare sempre nuove sfide, non a caso son proprio di ritorno da Napoli dove nella vetrina di Gino Ramaglia mi sono esibito per la prima volta in una performance con le mie maschere.

Mi chiedi come si pone l’ isola nei confronti delle ricerche e degli artisti che vi risiedono?

Se si parla d’ istituzioni o di spazi espositivi, non vorrei far polemiche, ma come ben sai le istituzioni non ti aiutano per niente!

Esporre a Cagliari in certi luoghi ” BLASONATI” è solo per pochi, se invece riesci ad entrare alla “Cittadella dei Musei” allora è l’ orario a tagliarti le gambe, perché alle 19 devono essere tutti fuori!!!

Gli spazi espositivi spesso sono affittacamere che prendono i soldi senza impegnarsi a vendere le opere degli artisti.

Come ho già spiegato non voglio esser messo in relazione con i grandi maestri mascherai tradizionali, loro fanno qualcosa di veramente sacro, nutro tanta stima in loro.

Preferisco comunicare i miei sogni e i miei mondi che avventurarmi a scopiazzare maschere della tradizione in Das!

Ad ognuno il suo.

 

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“Non voglio esser messo in relazione con i grandi maestri mascherai tradizionali, loro fanno qualcosa di veramente sacro, nutro tanta stima in loro. Preferisco comunicare i miei sogni e i miei mondi che avventurarmi a scopiazzare maschere della tradizione in Das! Ad ognuno il suo.”