Michela Pisu: Arte è istinto, non ragione

Michela Pisu: Arte è istinto, non ragione

Michela, nel tuo libro “Fallo…e basta”, ragioni sulle differenze tra il piacere maschile e femminile, può esserci una relazione tra piacere sessuale e quello creativo del gesto artistico?

Il linguaggio dell’arte è o non è gender?

Il mio saggio parte dal presupposto che le differenze di genere siano una realtà antropologica, sociologica e biologica.

Come spesso mi sento di dire, non ci sono intenti didattici, semmai il desiderio di curiosare in un mondo che, pur appartenendoci, spesso si fatica a comprendere.

Se c’è una relazione tra piacere sessuale e quello creativo del gesto artistico? Certamente!

Mi vengono in mente diverse opere in cui la spinta della pulsione erotica si sublima attraverso il gioco artistico: “L’estasi di Santa Teresa” del Bernini, o “Laocoonte e i suoi figli” in cui il movimento assume una posa erotica e di dolore al tempo stesso.

Perché il piacere si declina in molteplici sfaccettature e non sempre reagisce a dei canoni standard, proprio come l’arte che non risponde a delle categorie impostate.

Gli schematismi – se ci sono – sono essi stessi una forma creativa che da realtà fluida diventa sostanza.

Ma la sostanza, per me, ha un valore aristotelico: è ciò che non ha bisogno di altro per essere, non un’imposizione dalla quale articolare le risposte alle domande che ci poniamo, ma un semplice punto di partenza.
Ecco perché non credo che il linguaggio dell’arte sia gender.

Le differenze culturali di genere sono una realtà, ma è una codifica che alle volte semplifica e altre invece complica.

Cosa vuol dire che il linguaggio dell’arte è gender?

Esistono romanzi al femminile e al maschile, giochi per bambini e per bambine, agli stessi colori si vogliono dare delle accezioni di genere per cui il rosa è per le femminucce e il celeste per i maschietti.

A mio avviso sono delle mere interpretazioni che lasciano il tempo che trovano: leggere “Piccole donne” della Alcott o “L’isola del tesoro” di Stevenson fa sognare allo stesso modo entrambi i generi.

Poi esistono le preferenze individuali ed è lì che le differenze trovano la loro piena soddisfazione: nella libertà di essere ciò che si sente di essere.

“Le differenze culturali di genere sono una realtà, ma è una codifica che alle volte semplifica e altre invece complica. Cosa vuol dire che il linguaggio dell’arte è gender? Esistono romanzi al femminile e al maschile, giochi per bambini e per bambine, agli stessi colori si vogliono dare delle accezioni di genere per cui il rosa è per le femminucce e il celeste per i maschietti. A mio avviso sono delle mere interpretazioni che lasciano il tempo che trovano: leggere “Piccole donne” della Alcott o “L’isola del tesoro” di Stevenson fa sognare allo stesso modo entrambi i generi.”

L’arte contemporanea è concettualizzazione di gesti e segni, più ragione che istinto, il sesso?

Essendo io un’istintiva faccio davvero fatica a interpretare il sesso come ragione.

Non m’intendo di arte, soprattutto dell’arte contemporanea, ma la concettualizzazione di gesti e segni non necessariamente prevede una ritualizzazione razionale: l’arte è o dovrebbe essere comunque un’esplosione di emozioni e le emozioni, anche nel loro valore adattivo, sono istinti e non ragione.

Al massimo sono la sintesi tra l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse di Pascal.

Il sesso dunque è istinto.

Poi la società ci porta a secolarizzare i nostri comportamenti: ecco che l’istinto diventa razionalizzazione.

Ci hanno insegnato che il principio del piacere è meglio di quello di realtà, che Apollo è più funzionale di Dioniso.

Ma funzionale per cosa?

Per vivere meglio in società o con se stessi?

Quando riusciremo a capire cosa è bene per noi, allora saremo davvero liberi di accogliere la felicità. Fino a quel momenti resteremo incastrati in categorie e scatole vuote che riempiamo solo perché abbiamo paura degli spazi.

“Le differenze culturali di genere sono una realtà, ma è una codifica che alle volte semplifica e altre invece complica.
Cosa vuol dire che il linguaggio dell’arte è gender?
Esistono romanzi al femminile e al maschile, giochi per bambini e per bambine, agli stessi colori si vogliono dare delle accezioni di genere per cui il rosa è per le femminucce e il celeste per i maschietti.
A mio avviso sono delle mere interpretazioni che lasciano il tempo che trovano: leggere “Piccole donne” della Alcott o “L’isola del tesoro” di Stevenson fa sognare allo stesso modo entrambi i generi.”

La masturbazione di Gué Pequeno su Instagram, la possiamo leggere come operazione di marketing per il suo ultimo album “gentleman”?

Non sapevo che Guè Pequeno avesse mostrato le sue velleità masturbatorie su Instagram e la cosa – devo dire – mi fa davvero sorridere.
In una società dove tutto è social, le relazioni interpersonali hanno assunto un carattere che è esso stesso onanistico, dunque non mi sorprende che la metafora diventi iperbole.

Nel mondo dello spettacolo poi si gioca di strategie marketing continuamente, tuttavia quella adottata dall’artista in questione mi sembra più la comunicazione dei dilettanti allo sbaraglio: se si voleva giocare sulla relazione antifrastica tra il termine gentleman e avere un atteggiamento pubblico poco gentleman, non era necessario – credo – lavorare di sgradevolezza.

Non che la masturbazione sia un atto sgradevole – anzi, tutt’altro – ma è anche vero che dovremmo ricordare a questo mondo così social che l’intimità resta un valore aggiunto e che, al di là, delle strategie marketing di vendita c’è il rispetto per l’altro.

Sempre che sia un’operazione studiata, potrebbe anche essere semplicemente un’idiozia goliardica.

“Non sapevo che Guè Pequeno avesse mostrato le sue velleità masturbatorie su Instagram e la cosa – devo dire – mi fa davvero sorridere. In una società dove tutto è social, le relazioni interpersonali hanno assunto un carattere che è esso stesso onanistico, dunque non mi sorprende che la metafora diventi iperbole. Nel mondo dello spettacolo poi si gioca di strategie marketing continuamente, tuttavia quella adottata dall’artista in questione mi sembra più la comunicazione dei dilettanti allo sbaraglio: se si voleva giocare sulla relazione antifrastica tra il termine gentleman e avere un atteggiamento pubblico poco gentleman, non era necessario – credo – lavorare di sgradevolezza.”
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