Michele Mereu: L’incoerenza come insofferenza al “sistema”.

Michele Mereu: L’incoerenza come insofferenza al “sistema”.

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“Faccio arte quando è necessario e l’affronto come un viaggio pieno di incognite, su cui lavorare giorno per giorno senza dare per scontato ciò che farò domani, e in questo l’uso dei media mi agevola.”

 

Michele partiamo dal tuo rapporto con l’arte: non ha limite di genere, di media e di relazioni; la tua ricerca è intrecciata con quella della tua compagna di arte e di vita, Chiara Schirru, e va oltre il media d’utilizzo, pittura, scultura, videoarte, performance, fotografia; fai un uso disinvolto dei media integrati e con Chiara hai creato uno spazio di rete a Solarussa che funge da incontro dialettico e da polo di ricerca comune tra gli artisti dell’isola.

Ma se un artista è in grado di fare tutto questo da solo (e con altri artisti), allora a che cosa servono gli “addetti ai lavori”?

Con questa domanda hai colto perfettamente il senso del mio fare artistico, in effetti il filo conduttore che mi contraddistingue oggi è l’incoerenza accompagnata da una insofferenza verso il sistema.

Mi impegno fortemente a mantenere questa linea perché mi trovo a mio agio.

Ho fatto un patto con me stesso in questo momento di maturità artistica ed è quello di sfuggire ad ogni tipo di cliché.

Faccio arte quando è necessario e l’affronto come un viaggio pieno di incognite, su cui lavorare giorno per giorno senza dare per scontato ciò che farò domani, e in questo l’uso dei media mi agevola.

In certi momenti la pittura non mi basta e la fotografia e il video mi offrono gli strumenti congeniali per esprimermi in completa libertà di stile (anche copiando chi mi piace, copiare non è cosa facile bisogna studiare tanto).

Da ragazzo mi ispiravo agli impressionisti e ai macchiaioli e spinto dalla pulsione tipica dei novelli artisti dipingevo giornate intere riuscendo ad avere anche un risultato economico.

Già da allora comunque si intravedeva la mia insofferenza nella ripetizione e per sopperire a ciò, nella stessa mostra, esponevo diverse tecniche di pittura con soggetti sempre diversi.

Unione di desideri e competenze, è stato quello che ha stimolato l’avventura artistica con Chiara.

La collaborazione è un must del nostro tempo.

La forza e la bravura degli altri non devono provocare invidia, ma al contrario devono aumentare la forza.

E l’incontro con lei è stato determinante per dare vita, prima a un’associazione no profit, che si chiama Askosarte e che ci ha permesso di rapportarci anche con le Istituzioni, e poi del pool artistico Progetto Askòs, con cui agiamo quando condividiamo un progetto visivo.

Una cosa l’abbiamo capita subito.

Avevamo fretta, volevamo uno spazio espositivo sempre pronto ad accogliere idee, uno spazio dove poter agire in piena indipendenza. Abbiamo sempre creduto nell’assoluto bisogno di libertà dell’arte che rifugge cliché e confini troppo angusti ed è così che è nato il Project Space di Solarussa, sempre pronto per ospitare le idee dal giorno alla notte, prima che queste perdano la loro forza iniziale.

Intenzionalmente trasversale ai luoghi istituzionalizzati per l’arte, casa nostra, ripulita e adattata a spazio espositivo, è diventata luogo protetto per gli artisti che insieme alla loro arte portano sé stessi e la loro intimità.

Ma lo spazio, anche se importante, non è imprescindibile.

Prova ne sia il fatto che le nostre mostre sono state realizzate con il coinvolgimento di numerosi artisti, anche in altre locations.

La sfida era, semmai, riuscire a creare degli happening al di fuori dei soliti percorsi dell’arte, e dunque, dalle sedi deputate per ospitarli. Perciò abbiamo utilizzato le torri costiere di Torre Grande, di San Giovanni di Sinis, la stazione ferroviaria di Solarussa, case padronali come Casa Sanna, ecc. Il Web ci ha offerto uno strumento fondamentale per le relazioni che intessiamo ogni giorno, sia attraverso il sito, il blog e attraverso fb.

Usato creativamente è una potenza per la comunicazione, ci ha dato modo di ospitare in periferia molti artisti che agiscono anche su canali più noti (non parlo solo di valore artistico, ma di visibilità).

Mi chiedi a cosa servano gli addetti ai lavori?

Teorizzare e storicizzare l’arte è indispensabile perché ne resti testimonianza.

L’arte per l’arte mi sta bene, ma oltre che essere una spinta personale e narcisistica, la creatività ha anche una funzione politica e sociale, e dunque pubblica.

L’artista contemporaneo oggi ha molti più strumenti per promuove il suo lavoro, strumenti che possono essere dispersivi e confusi se non hai un’identità ben definita, ma che, rispetto a prima, ti possono rendere più autonomo dai soliti addetti ai lavori.

Mi sembra che l’oggi appartenga di più agli eclettici, agli artisti che sono tutt’uno con la propria opera, che ne sanno esprimere il senso.

A chi gioca in prima persona, insomma, a chi non sa distinguere ciò che crea dalla propria vita.

Noi concretizziamo eventi dall’inizio alla fine, nel senso che elaboriamo un tema, individuiamo una rosa di artisti, realizziamo testi critici, oltre che mettere a disposizione lo spazio espositivo, provvedere, e con piacere, al rinfresco, e in certi casi all’ospitalità, elaborare e realizzare cataloghi, occuparci della stampa, della pubblicità e del trasferimento delle opere, e sempre con i nostri mezzi.

Quando invitiamo un critico o un curatore, lo facciamo con grande rispetto, perché lo vediamo come un interlocutore, una collaboratore che aggiunge valore con una visione altra di ciò che è già connotato.

Ci sono, però, artisti che sono bravissimi tecnicamente ma mancano di forza propulsiva per promuovere i loro progetti e hanno bisogno dei classici meccanismi e di qualcuno che scopra il loro stile e la loro poetica.

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“L’artista contemporaneo oggi ha molti più strumenti per promuove il suo lavoro, strumenti che possono essere dispersivi e confusi se non hai un’identità ben definita, ma che, rispetto a prima, ti possono rendere più autonomo dai soliti addetti ai lavori.”

 

C’è un filone comune nel tuo muoverti tra un media dell’arte e un altro, quello di non prendersi troppo sul serio e, mi sembra, di non prendere troppo sul serio l’arte contemporanea, sembra che tu dica a questo o a quel pittore, a questo o a quel artista, “riesco a farlo anche io”, quasi a fargli il verso ironico o a rispondergli; mi spiego meglio, con il suo linguaggio sembri con ironia confutarne la tesi, mi sbaglio?

L’arte contemporanea è affare serio, forse il sistema che la muove non lo è, a me, di certo non soddisfa.

Ho rispetto per tutti gli artisti ma intravedo nel mondo dell’arte, troppa supponenza, troppo egoismo, scarso impegno sociale e poca umiltà, me compreso.

Gli artisti oggi sono troppo impegnati a costruirsi il curriculum alla stregua di un manager, attenti a non mischiarsi (Accademie, gallerie, critici ecc.) e a costruire il proprio lavoro secondo le tendenze attuali di moda e mercato.

Per questo cerco di ironizzare e sembra che faccia il verso a quello o a quell’altro genere.

E’ il mio modo di esorcizzare le frustrazioni provocate dal sistema.

La mia fortuna sta nel non sentirmi per niente legato a ciò che produco e di non dovermi sostenere economicamente con l’arte; è molto probabile che in uno dei miei ultimi lavori pittorici vi siano, sotto, altri cinque o sei strati di pittura.

Se avessi tenuto tutto quello che ho prodotto negli ultimi anni, avrei avuto bisogno di un capannone industriale.

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“Gli artisti oggi sono troppo impegnati a costruirsi il curriculum alla stregua di un manager, attenti a non mischiarsi (Accademie, gallerie, critici ecc.) e a costruire il proprio lavoro secondo le tendenze attuali di moda e mercato. Per questo cerco di ironizzare e sembra che faccia il verso a quello o a quell’altro genere. E’ il mio modo di esorcizzare le frustrazioni provocate dal sistema.”

 

Ragioniamo sull’isola, quanta reale attenzione c’è da parte delle istituzioni, sul lavoro e le ricerche degli artisti che animano il territorio? In un momento di profonda crisi sociale, economica e culturale, in fondo basterebbe partire dai propri artisti per creare didattica e dialettica dell’arte contemporanea ed esportare contemporaneamente un modello linguistico dell’arte con le sue specificità identitarie come quello isolano, sbaglio?

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“Ora, se è vero che chi agisce in modo trasversale come noi, autofinanziandosi, è poco interessato ai classici sistemi dell’arte, è altrettanto vero che chi ha il compito di rilevare le realtà artistiche dell’Isola, ha il dovere di riconoscere che esisti.”

 

La vicenda del Man di Oristano, a cui tu, Barbara Ardau e molti altri artisti avete collaborato, è la risposta alla tua domanda.

La nostra è stata un’operazione artistica performativa per stimolare attenzione e dibattito, e per difendere la “trasparenza” con cui dovrebbe agire un’istituzione come il Man di Nuoro.

Un’ironica provocazione per irridere il “sistema” e l’organizzazione di coloro i quali, erano stati individuati per elaborare una programmazione e una mappatura delle realtà dell’arte contemporanea nell’Isola.

Da cui noi, ma anche voi, e molti altri, eravamo stati esclusi.

Ora, se è vero che chi agisce in modo trasversale come noi, autofinanziandosi, è poco interessato ai classici sistemi dell’arte, è altrettanto vero che chi ha il compito di rilevare le realtà artistiche dell’Isola, ha il dovere di riconoscere che esisti.

Non credo possa cambiare nulla, o che possa arrivare niente di buono, perpetrando e alimentando questo sistema.

E non apprezzo chi si fionda sulle opportunità, a discapito degli altri. Valorizzando gli altri, valorizzo anche me stesso, ma evidentemente non siamo tutti d’accordo.

Sicuramente non si capiva come quel gruppo di eletti fosse stato “investito” di siffatto potere, escludendo qualsiasi realtà artistica nell’oristanese (sottolineo che tra gli invitati non era stato rilevato nessun artista, né tanto meno associazioni artistiche che operassero nel settore), visto che i dati sul web parlano chiaro.

In ogni caso il Man è già un regalo per quest’Isola, o almeno, lo è stato in molte occasioni, un’oasi in un deserto.

Purtroppo, tranne qualche amministrazione illuminata, le istituzioni sembrano interessate solo al folclore e alle sagre.

Tutt’al più investono nell’arte storicizzata e sicura.

Credo che si tratti, soprattutto, di mentalità.

La maggior parte delle persone vuole queste cose e dunque, non si può dare torto a chi le accontenta.

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“Purtroppo, tranne qualche amministrazione illuminata, le istituzioni sembrano interessate solo al folclore e alle sagre. Tutt’al più investono nell’arte storicizzata e sicura. Credo che si tratti, soprattutto, di mentalità. La maggior parte delle persone vuole queste cose e dunque, non si può dare torto a chi le accontenta.”

 

Parlare di collezionismo poi è ancora più complesso e lontano dalla realtà locale.

Come dicevo prima ci si ritrova ad avere molti potenziali strumenti per far conoscere quello che fai, ma è l’attenzione di un pubblico che manca, che non è preparato e che non ha tempo per l’arte. Bisognerebbe ricominciare tutto da capo.

Dagli input che diamo ai nostri figli, ricominciare a parlare del valore della creatività, di sensibilità, e di intelligenza emotiva.

Di quali specificità identitarie parli?

Dai, scherzo, cercando di scavare sull’identità, proprio l’anno scorso, nel Project Space di Solarussa, spazio inquieto ma che agisce naturalmente, anche per favorire l’inserimento in una dimensione globale dell’arte pensata nell’isola, Askosarte ha presentato un ciclo di mostre all’interno della rassegna “Isola Mutante”, curata dalla giovane Alice Rivagli, che ha che ha invitato gli artisti a indagare la propria identità attraverso i segni e i simboli che spesso, e prepotentemente, filtrano dalle loro opere, per individuare cosa sia ancora sentita come sacra memoria, cosa sia davvero rimasto degli archetipi del passato, saldamente radicato nel DNA di chi appartiene per nascita o per scelta a questa terra, e cosa sia invece in trasformazione.

Come scriveva Chiara nel testo di presentazione della Rassegna, una sorta di osservatorio di queste massime alterazioni, nella consapevolezza che esista un continuum spazio temporale e che l’intreccio tra memoria e contemporaneo, sincroni nella creatività artistica, obblighino a reinventare un diverso spazio visivo, che fugga le retoriche turistico – celebrative per condurci, invece, in una sorta di segreto e intenso percorso.

Anche se, onestamente, agiamo convinti che la periferia non esista più: l’arte in paese non è arte paesana e la Sardegna è un Isola, ma non è isolata, come non lo è nessun angolo recondito della terra.

La nostra si limita ad un’osservazione di ciò che è il momento della creatività “locale” contemporanea.

Succede spesso, che gli artisti portino proposte personali che dimostrano che esiste tra di loro, un percorso fatto di discordanze ma anche di affinità, che rivela l’infinità di somiglianze che ci portiamo dentro in qualsiasi parte del globo.

Attraverso le informazioni che passano dalle opere (e che questi siano sardi, “continentali” o stranieri, poco importa), emerge, spesso, una familiarità tra i lavori portati in mostra, che sicuramente è data dalla presenza di un tema, ma spesso, il vero motivo è un altro: gli uomini, in qualsiasi posto della terra, inserendosi in determinate frequenze ed esposti agli stessi stimoli, si esprimono con opere artistiche che presentano forti analogie.

 

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