Mignonnes/Cuties: paura della sessualità femminile?

MIGNONNES/CUTIES:
COME L’ESTREMA DESTRA MANOVRA “MAMME FEMMINISTE” “CATTOCOMUNISTE” PER DISTRUGGERE LA SOVVERSIONE RIVOLUZIONARIA POST-FEMMINISTA , USANDO LA PAURA DELLA SESSUALITA’ FEMMINILE
Uno dei fenomeni di questa era di capovolgimenti socioculturali è determinato dalla letale ma purtroppo comprensibile alleanza tra certo femminismo essenzialista e certo lesbismo di sinistra con le componenti più retrive del cattolicesimo cristianista reazionario antifemminista e omofobo, il tutto sotto l’egida paternalista e fintamente “comprensiva” di quell’ “Egemonia Culturale di Sinistra” guidata dal PD & dal “papa rivoluzionario”, in nome dell’altrettanto letale patto “cattocomunista”, che finisce poi per concordare anche con le posizioni ma soprattutto le strategie comunicative dell’estrema destra razzista, antifemminista, e soprattutto omolesbotrasfobica.
Non è una alleanza voluta & sancita ufficialemente, ma di fatto mostra una totale convergenza di interessi e analisi politiche, benché in teoria provengano da ideologie diametralmente opposte.
La stessa cosa sta accadendo ora nel reame del “politically correct”, e lo possiamo vedere chiarissimamente nel caso del film “MIGNONNES / CUTIES”, per cui, negli innumerevoli articoli (ma non in genere, recensioni) su una gran quantità di siti, giornali, periodici di area cattolica cristianista e pro-islam e di “sinistra” cattocomunista, ma anche femminista essenzialista, nel migliore dei casi ci si trova davanti alla parola “disgustoso”, quando non invece ad una dura condanna e relativa accusa di proporre e istigare l’ipersessualizzazione del corpo femminile e soprattutto la PEDOFILIA.
Ora chi si occupa di sociologia, ma anche semplicemente studia i processi comunicativi DELL’ESTREMA DESTRA, sa che l’accusa di pedofilia è il sistema preferito per diffamare e delegittimare l’avversario politico, e l’incitazione a “DIFENDERE I BAMBINI” lo spot preferito per far proselitismo e raccogliere consensi di massa.
Basterebbe studiare il caso della galassia turbocomplottista di QAnon per averne prove a palate.
Parliamo quindi del film pomo della discordia.
Si tratta di una produzione indipendente distribuita da NETFLIX, opera prima della regista donna afrofrancese, per la precisione francosenegalese (per chiarirci, nera, cittadina senegalese ma nata e cresciuta a Parigi), Maïmouna Doucouré, che appunto con questo film ha vinto pure il premio come “Miglior Regia” al Sundance Film Festival 2020, festival che non è certo un carrozzone di cinema commerciale fasciospettacolare, ma al contrario a cui partecipano solo i films di produzione indipendente, di fatto orientati a sinistra e portatori di valori politici e culturali, oltre che artistici, e pure una “Menzione Speciale Della Critica” (Orso di Cristallo) al Berlin Film Festival 2020.
Nonostante ciò (o forse anche a causa di ciò) il film è stato preso di mira da un numero enorme di associazioni, da quelle delle “mamme” a quelle “a protezione dei bambini”, da gruppi cattolici e islamici, femministi, di sinistra e di destra, e ovviamente anche dagli immancabili ormai QAnon, che sulla pedofilia e la difesa immaginaria di bambini immaginari prigionieri in altrettante immaginarie basi sotterranee militari gestiti dalla “cabala di sinistra” stanno da anni costruendo il loro folle mito turbocomplottista.
Davvero una brutta compagnia.
Il risultato è che l’argomento è diventato trending topic su twitter in vari paesi, e ne è nata una campagna internazionale (e “bipartisan”) #CancelNetflix in cui si chiede agli abbonati al servizio di cancellare il loro abbonamento, oltre a una raccolta di firme analoga su change.org che ha raggiunto quasi 650mila firme in un giorno. Il tutto 4 giorni fa rispetto a oggi che scriviamo.
L’unico risultato reale è stato far perdere un grossa somma di capitalizzazione in borsa di Netflix (il che, se fossimo noi complottisti, potrebbe farci pensare a una mossa coordinata da un’azienda complottista.
Cose del genere già succedeno), e di contro mettere il film nella classifica dei più visti di Netflix in buona parte dei paesi occidentali, tolti quelli, soprattutto islamici o filo tali, in cui è stato comunque bandito.
Il tutto va detto, in poco più di un giorno, e basandosi soltanto su alcuni frammenti del trailer del film, tolti completamente dal loro contesto, e perfino dal contesto del trailer stesso, in cui il tutto si capisce in modo molto chiaro, senza fraintendimenti di ipersesssualizzazione, pornografia infantile o peggio propaganda alla pedofilia.

Perché è successo tutto ciò?

Purtroppo le ragioni sono poche e semplici, e, per chi conosce o studia appunto le pratiche comunicative dell’estrema destra (e le sue relazioni con quel coacervo post-moderno -nel senso negativo, per una volta- di fondamentalismi religiosi e femminismo essenzialista), decisamente molto chiare.

Di cosa parla il film?

E’ la storia di una ragazzina senegalese si 11 anni che vive a Parigi con la madre e il fratellino, dormendo nella stessa stanza, più la madre assente non per sua colpa, e la nonna islamista tradizionalista che cerca di farle da madre, ma ovviamente inculcandole valori tutt’altro che femministi.
Amy quindi si trova costretta a pregare in moschea e a seguirne i sermoni reazionari, di controvoglia e ribellandosi (fortemente evocativa la scena in cui appunto invece di pregare, nella moschea guarda i video di twerking nascosta sotto al velo), e venendo invece fortemente affascinata da un gruppo di coetanee ribelli e indisciplinate che ha formato un gruppo di sexy dancers, le Mignonnes appunto, con cui vorrebbero vincere un concorso di ballo.
L’elemento chiave di tutta la vicenda, stranamente grandemente sottoconsiderato anche nelle recensioni positive, è che il padre sta tornando dal Senegal con un’altra donna che sposerà, e che la prima moglie, la madre di Amy, costretta dalla tradizione islamica, dovrà per forza accettare tutto ciò.
Ma è proprio Amy a ribellarsi al padre e non accettare tutto ciò, come non accetta nessun’altra aspetto dell’educazione islamica.
Il gruppo delle 4 teppiste ribelli sexy a cui si unirà, sarà quindi la sua strada di liberazione.
Il film anche se nessuno l’ha notato, sembra a questo punto l’attualizzazione di una altro splendido lavoro, persino simile nel nome, “We Are The Best!”, un film svedese ambientato nel 1982, all’apice della scena punk originale, che narra la storia di tre ragazzine 13enni socialmente emarginate, ma anche politicizzate in senso anarchico, che formano una band punk, pur rimanendo di fatto delle bambine di 13 anni.
Attualizzazione perché la ribellione del punk anarchico antiautoritario e politico degli anni 80 viene traslato nel ribellismo protodelinquenziale e antipolitico, ma supersessualizzato, del 2020.
Entrambe storie di “coming of age” (in italiano si dice, ma rende meno l’idea, di “formazione”) attraverso la ribellione della rispettiva era.
Laddove le tre bambine svedesi erano di similare background socioculturale di sinistra, con stimoli artistici e controculturali ma socialmente emarginate, le nostre dancers sono invece di fatto inserite in una realtà working class multiculturale (due bianche di cui una ispanica e l’altra oversize, e due nere), pur se ribelli nel loro milieu comunque socialmente disgregato, e quindi ribelli in quanto insofferenti.
Laddove le tre punk svedesi cercano come donne di inserirsi in un ambiente alternativo di fatto preponderantemente maschile, mantenendo però in ciò le loro specificità femminili, pur se infantili, le parigine hanno invece a disposizione un modello femminile di ruolo vincente ma socialmente inaccettabile, cioè quello delle pop stars femminili 2020, dedite al twerking e appunto all’ipersesessualizzazione del corpo.
E in questo appunto anche le nostre Mignonnes sono punk, un punk femminile attualizzato al 2020, che usa il sesso come grimaldello per il successo e l’accettazione, anche se poi di fatto, come nel caso delle punk svedesi del 1982, si rendono conto di non saperlo gestire e di essere di fatto ancora bambine.
Ma solo a tratti, in un continuum frammentato post-moderno e rizomatico, in un conflitto perenne tra il diventare modello di donne per se stesse, e il sapere di essere ancora bambine.
Amy però porta la sua ribellione fino in fondo, ruba soldi per comprare vestiti e lingerie anche alle amiche, tenta di sedurre un cugino per averne il cellulare, usa tutto il potere dell’allure sessuale femminile per ottenere consenso e rispetto….
Ma la sua vera ribellione non è uno sterile desiderio di likes, e non è nemmeno contro/dentro il Mondo dello Spettacolo che oggettualizza la donna.
La sua vera rabbia ribelle è contro l’oppressione tradizionale islamica della donna, e l’imposizione sessuata oppressiva della figura del Padre
Padrone Poligamo.
E per mettere in essere questa battaglia, Amy scopre che l’unica arma che ha sta nel suo IO DESIDERANTE ultrafermminile (nel senso di ACCELERAZIONE DI GENDER, OLTREUMANO FEMMININO), e quindi nella fetishistizzazione di se stessa e della sua femminilità erotica.
Ora, senza spoilerare troppo, domandiamci:
E’ più osceno il costume da cheerleader sexy adulta che indossa nei suoi 11 anni, o è più osceno il sontuoso abito da cerimonia, di fatto da sposa detronizzata, della madre, della nonna e delle parenti, per la recita del “giorno più bella della vita (altrui)”?
Sono più osceni i suoi mini tops o il rapporto tra gli abiti di ricca sontuosità, pizzi, broccati e gioielli per un giorno, e poi una vita vestita da suora comunque sempre sottomessa delle donne sottomesse all’islam?
Sono più oscene le danze liberatorie attraverso una sessualità usata come arma di affermazione ma non percepita come tale delle Mignonnes 11enni, o i balli delle invitate di nozze, nell’unico carnevalesco giorno di libertà?
E’ più osceno l’illegale furto caciarone di Aranciata in un minimarket, o la proibita camera da letto matrimoniale coniugale, in cui è impossibile entrare, e che viene “profanata” con gioia infantile?
Certo, il film E’ un atto d’accusa contro l’ipersessualizzazione delle minorenni, e contro i modelli tossici di femminilità dal modello dei social proposto dalla Società Spettacolare, ma lo è molto di più nei confronti delle altrettanto tossiche imposizioni della tradizione islamica conservatrice.
La parola “conservatrice”, in questo caso non è affatto un mero rafforzativo, ma si riferisce proprio a questa specificità degli usi e costumi (soprattutto quelli imposti alle donne) dell’islam tradizionale.
Infatti una speranza di cambiamento c’è.
L’unica persona davvero politicamente matura di tutto il film è proprio un uomo, e di religione, un Imam, che, chiamato per esorcizzare la figlia probabilmente “indemoniata”, fa l’unica dichiarazione chiaramente femminista del film negando demoni e tradizioni, ma invocando la libertà della volontà femminile.
La regista, sempre senza spoilerare troppo, vede quindi possibili vie d’uscita a tutto ciò, cioè a queste narrazioni entrambe tossiche, e le vede sia andando al cuore della religione, sia attraverso un naturale crescita laica nell’Europa del 2020.
Però anche le parole che vengono dette nel sermone in moschea diretto alle donne, Amy compresa, sono molto chiare e dirette:
“E’ per questo motivo che le donne devono essere pie.
Perché all’inferno saranno molto più numerose degli uomini.
Perciò dobbiamo seguire le raccomandazioni di Allah, perché noi siamo preziose agli occhi di Allah.
Sapete dove si manifesta il male?
Nelle donne in abiti succinti.
Noi dobbiamo essere modeste.
Dobbiamo obbedire ai nostri mariti.
E dobbiamo essere timorose quando educhiamo i nostri figli”.
Quindi Amy deciderà infatti di non obbedire al marito di sua madre, cioè il padre poligamo che in ciò la rende una figlia “oggetto” (e che non vedremo mai ma attorno a cui ruota tutto il film), cosi come la madre di non “educare timorosamente la propria figlia”.
E Amy si ribellerà a questo islam maschilista patriarcale, divenendo, cioè transvalorandosi nietzchianamente, proprio nel MALE, cioè la “donna in abiti succinti”.
E sembra quasi che queste parole, e l’accettazione supina, passiva e repressiva, quindi antifemminista delle stesse, siano rivolte non solo ad Amy, non solo alle spettatrici, ma anche a tutte le donne che non avendo la forza di ribellarvisi come lei, attaccano il film, lo mistificano e lo accusano falsamente di ipersessualizzare il corpo femminile, cioè in sostanza in termini reazionari di DIFFONDERE E PROPAGANDARE IL MALE TRAMITE LA RAPPRESENTAZIONE DELLE DONNE IN ABITI SUCCINTI.
Che poi è la pietra dello scandalo, a partire dalla locandina originale che mostra ciò, della crociata contro il film, cioè in sostanza il sacro terrore del potere DELLA SESSUALITA’ FEMMINILE come narrativa postmoderna di superamento del patriarcato.
In sostanza un’opera stupenda, e pure estremamente politica, radicale, sovversiva e post-femminista insieme.
E forse stai proprio qui il problema.
E’ un film “non politicamente corretto”, non “buonista”, Neorealista 2.0.
Un film politico appunto, post-femminista, rivoluzionario.
Un film intriso del post-strutturalismo tipicamente di scuola francese, che sottende le teorie rizomatiche e nomadiche di Deleuze/Guattari, ma anche il pensiero caustico e consapevole dell’irrazionalità fluida dell post-modernismo di Boudrillard e Lyotard…
Un film che aggiorna questa rivoluzione di pensiero mai digerita dalla gouche moderata e dal cattocomunismo ora imperante, e che cerca di impedire che vengano attualizzati pensieri scomodi, siano essi post-modernismo, post-strutturalismo, e pure il grido anarchico non politically correct del punk e il senso della narrativa vera e scomoda del neorealismo.
Tutte praxis situazioniste nemiche sia della Società dello Spettacolo che del buonismo recuperante gauchista.
Chiaro che quindi la locandina di Netflix (con l’immagine della performance ipersessualizzata finale), la raccolta di firme con una motivazione generica tanto quanto falsa, e le accuse di propaganda pedofila o antifemminista siano tutte armi (spuntate) dell’estrema destra cattolico/islamica, quella post-nazista (eh, si, un altro “post”, ma siamo nel terzo millennio disincantato non nell’ottocento dell’idealismo ingenuo) Dugin-iana, alleata appunto dei no-vax, dei no-mask, degli Evangelici (questi si gay e pedofili), e portatrice della famigerata congiura della “teoria del gender” e della “lobby gay”, e soprattutto della negazione dei processi di liberazione della sessualità femminile e LGBT che divengono anche processi accelerazionisti di liberazione tout court.
IL mondo è cambiato radicalmente, siamo in piena Rivoluzione Industriale 4.0, benchè negata o volutamente ignorata dai rimasugli passatisti di destra e sinistra tradizionali, inghiottiti ormai dalla pattumiera della storia.
Ma così facendo, e rimestando nella conservazione di sistemi valoriali ormai obsoleti & contemporaneamente negando i cambiamenti epocali in atto, finiscono per dare importantissimi assist alle forze oppressive post-naziste, compresa quella salviniana.
Mentre costoro, tramite alleanze trasversali e irrazionali di ogni tipo, inquinano le nuove praxis di libero pensiero usando ogni possibile strategia, compresa quella di denigrare, mistificare & accusare di “sessismo & pedofilia” in nome della “difesa dei bambini” ogni istanza post-moderna realmente liberatoria, che non passi, e che di fatto non passa più, per le ideologie granitiche e ben definite del Costrutto Magico/Ideologico.
Questo film è dinamite Nietzchiana, pone problemi attuali, reali, e leggerlo anche solo con le lenti scure marxiste ottocentesche castranti e censorie significa dare potere ai nemici di tutti noi, e anche ai nemici dei cattolici e dei marxisti.
Vederlo potrà solo aprire la mente, e inaugurare nuovi percorsi di liberazione nel chaos creativo dell’oggi.
Helena Velena
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