Negavamo l’Accademia degli anni sessanta

Negavamo l’Accademia degli anni sessanta

 

Negli anni novanta l’onda dei movimenti generazionali, che n attraversò e determino il “Mario Pesce a fore”, connettendosi agli anni sessanta, ne negava gli equilibri di peso e potere che avevano determinato, negavamo l’idea dei Maestri che ci trattavano e giudicavano come fossimo bambini irresponsabili che necessitassero della loro guida, quando era chiaro che si era dinanzi a una rappresentazione di un’idea di arte e cultura che nel nome di una “Rivoluzione” mai stata si consegnava al mercato e nel nome del mercato negava il pubblico come istituzione.
“Mario Pesce a Fore” negli anni novanta aveva compreso, come l’interesse generale e generazionale del belpaese si stesse plasmando a immagine e somiglianza degli anni sessanta.
Questo per non parlare di mezze figure e caricature della storia, che avevano come merito storico e culturale, esclusivamente quello anagrafico, e vivevano di rendita per la mitografia del periodo, che attraversava trasversalmente Università, Accademie, interessi privati e movimenti sociali.
Dall’osservatorio di ciò che era il “Mario Pesce a Fore”, tutto sembrava ingigantito, la mediocrità e l’ipocrisia di una generazione era edificata dai media e nell’immaginario di una generazione che si arricchiva negando quella che aveva generato, i padri negavano lo spazio artistico ai figli, iconoclasticamente si negavano le icone delle nuove generazioni, per rendere Accademia e vecchia scuola le proprie.
Da quel momento, dagli anni settanta che hanno represso i novanta (sempre che non fossero imposti dal mercato), lo scenario della cultura contemporanea è diventato di anno in anno, progressivamente, sempre più bigotto.
Certe suggestioni artistiche, sono state espulse dal dibattito, considerate di cattivo gusto e rivoltanti, nelle migliori delle ipotesi ridotte a narrazioni di comodo semplificate, tutto questo ci ha portato dinanzi a uno scenario contemporaneo, dove il contemporaneo non lo si comprende più, dove si rinnegano i nuovi linguaggi nel nome del “non ci capisco nulla”.
Eppure è il trauma dello scontro generazionale che scardina convenzioni, canoni e abitudini grammaticali dell’arte, accettate come indiscutibili, senza lo scontro generazionale e la passione del confronto generazionale, i linguaggi dell’arte non hanno passato e neanche futuro.
“Mario Pesce a Fore” mirava a fare smuovere l’interpretazione di un contesto e un’idea di arte e cultura, che nella Napoli di quegli anni si stava apprestando a essere da cartolina, dove l’unico profilo artistico professionale possibile, era quello di coltivare rendite di posizione personali; l’idea era quello di abbattere le pareti e i riferimenti per porre l’arte in quanto linguaggio al centro del reale dibattito pubblico.
La sfida artistica di una generazione a quella che la precede, controlla e governa, è il fissare il punto del dove è e chi è, senza questo la storia non ha storia, con la propria storia si possono comprendere i movimenti e i linguaggi dell’arte che seguono, per questo, provocatoriamente mi sento di dire, che gli anni sessanta sono stati anni d’indeterminazione storica, che oggi si traduce nell’insignificante, di artisti che nascono e muoiono in tempi così brevi che neanche ci si accorge che siano nati.
Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather