Flavio Soriga in vena

Mentre leggevo Nelle mie vene, l’ultimo romanzo di Flavio Soriga, uscito per Bompiani dopo sei anni di (sacrosanta) assenza dalla giostra dell’editoria, mi chiedevo cosa un non sardo avrebbe potuto comprendere di questo romanzo, o metaromanzo, alla Michel Houellebecq, alla Manuel Vilas, in cui l’autore si presenta come un anfibio, nel senso di persona dalla doppia vita: una in Sardegna e una oltremare.

Mi chiedevo in quale percentuale un non sardo avrebbe colto il suono dolciastro del gallurese/corso parlato da Pedru, personaggio chiave del romanzo, rispetto al campidanese sbracato dello scraxu o del burdo, oppure la bellezza dei luoghi come il Bastione di notte, le sere al Libarium, e soprattutto il confine netto e scosceso tra Cagliari e il resto della Sardegna, tra la città e la provincia, il Messico, come la chiama Pedru.

E chissà se il penisolano potrebbe mai capire il senso del biliardino per un sardo (mi sono posta gli stessi interrogativi per L’uomo che comprò la luna di Paolo Zucca) o la piaga della talassemia (Flavio perché non ringraziare Antonio Cao?) o quelle cresime tristi di paese, e soprattutto il paese: Uta.

Sì, perché l’anfibio Soriga narra l’epica utese con la precisione e affetto che si provano quando si ha compreso quanto sa di sale lo pane altrui , e questo pane altrui è il pane di Roma e di Milano, dove l’autore ha vissuto e vive come autore televisivo.

Nel suo metaromanzo c’è il racconto della televisione italiana degli ultimi vent’anni, che pochi autori hanno saputo narrare, mi viene in mente solo Walter Siti ne Il contagio. Anche qui Flavio Soriga mette in scena il dilemma, la doppiezza, l’anfibietà tra la TV di qualità e bassi ascolti, Per un pugno di libri di cui è autore, che nel romanzo si chiama Ginseng, e quella di stra-successo di Amici o Uomini e donne di Maria De Filippi, la moglie di Maurizio Costanzo, il giornalista tesserato P2, coinvolto in un attentato di stampo mafioso. Questi due ultimi elementi, legati all’operato nella società italiana della TV di De Filippi, accompagnati dalla lettura del programma della P2 in relazione ai mass media, non sono narrati da Flavio Soriga, che della Maria nazionale invece fornisce un ritratto tridimensionale, al di là del bene e del male, come una dea dell’Olimpo, che lascia gli umani alle proprie bassezze e debolezze, senza alcun intento di redimerli, fredda e umana, calcolatrice e generosa: il potere con tutte le lettere maiuscole.

Questi e altri racconti (del cugino Alessandro, dello zio Efisio, del vigile con il cravattino di pelle, di Irene), come scatole cinesi di narrazioni in bilico tra la fuga e l’immanenza, fanno di questo romanzo, che si legge d’un fiato, un felice ritorno alla letteratura di Flavio Soriga, onesta, sentita.

La prosa di Soriga ha la struttura sintattica del sardo, che poi è quella del latino, che Flavio sa usare con la precisione ritmica del parlato, quel sardo campidanese che lui non ha mai imparato a parlare ma ha sempre ascoltato, come una musica che sa ricantare.

Alla fine del libro ho pensato che, tradotto in spagnolo o in francese, questo romanzo sarà compreso meglio che dagli italiani non sardi. Perché somiglia a un libro che ho amato tanto e parla di una minoranza, il popolo basco, con lo stesso uso della lingua e la stessa potenza tragicomica: Patria di Fernando Aramburu.

Concettina Ghisu

https://www.bompiani.it/catalogo/nelle-mie-vene-9788830100411

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