NOTE DALL’IGNOTO: IL PROFONDO NORD-EST

NOTE DALL’IGNOTO: IL PROFONDO NORD-EST

Dai messaggi arrivatemi in privato dopo aver raccontato la storia di S., ho capito che per molti il profondo nord-est è -a scelta- o un luogo incomprensibile, o un luogo che esiste solo nella mia fantasia.

Provo dunque a tratteggiarlo rapidamente, senza farne né l’apologia né la caricatura, ma tentando di renderne la complessità.

Il profondo nord-est è quel luogo geografico-metafisico che si staglia per km e km appena fuori le prime cinture urbane di Padova, Treviso, Udine, Trento e -sebbene geograficamente non appartengano a questo aggregato- Brescia, Bergamo, Varese.

E’ composto da decine di paesi e paesini sotto i 5000 abitanti, in cui il centro è composto dalla chiesetta e dal bar.

Stop.

Chi ci abita è coltivatore diretto, piccolo artigiano con bottega a conduzione familiare, oppure operaio dequalificato che fa il pendolare fra il proprio paesino a la zona industriale della città più vicina.

In questi paesi si parla dialetto duro, diverso da paese a paese, “foresto” (trad “forestiero”) è chi viene due paesi dopo il tuo, gran parte delle persone tengono in casa un fucile (la pistola è da fighette cittadine), tutti ti conoscono e tu conosci tutti.

Ti conoscono così bene, che quando il paese è attraversato da un auto dalla targa ignota la gente se l’annota; se la vede passare due volte e non c’è un’ottima ragione per questo evento, si allarma.
I giovani di questi paesi sono quelli che riempiono gli istituti alberghieri, gli istituti agrari e i professionali dei paesotti più grossi, e le loro prospettive sono diventare agricoltore, meccanico, estetista, commesso/a.

Stop.

I più intraprendenti (e furbi) sognano di rilevare il bar o il tabacchino del paese, perché lì si lavora poco e si prende bene.

Sono ragazzi/e che nei loro profili social postano foto di trattori, di cui conoscono a memoria le specifiche tecniche, moto da enduro (idem), quad. Le ragazze a questo aggiungono albe e tramonti sui campi, cani e gatti, foto di trucchi, vestiti e unghie.

Chi ha l’allevamento mette anche foto dei suoi maiali, vacche e galli, i più benestanti invece hanno il maneggio con i cavalli, con cui spillano un sacco di soldi ai “ricchi&colti” della città che vanno a farsi dare lezioni di equitazione.

I 3/4 di questi giovani ha un percorso scolastico accidentato, con una o più bocciature messe in preventivo dai genitori fin dalle medie: la scuola è un obbligo imposto dallo stato, che bisogna sbrigare per poi tornare alla vita vera dei campi e delle botteghe, dove la scuola italiana non entra né vuole entrare.

Dopo la scuola c’è direttamente il lavoro, spesso nell’azienda di famiglia, il matrimonio o la convivenza (che è intesa come il matrimonio ma senza la benedizione del prete) e naturalmente i figli.

I divertimenti sono pochi: il bar, la corsa con moto o quad, sparare a casaccio nei campi, andare a far serata “molesta” alle sagre o nelle discoteche dei paesi più grossi.

Rimane in auge l’antichissima usanza della “camporea”, ossia andare a far sesso in mezzo ai campi di frumento, al riparo da occhi indiscreti; per lo stesso motivo gli incontri “romantici” si svolgono ancora nei pressi o addirittura all’interno dei cimiteri…

La repressione sessuale è sconosciuta tanto quanto la filosofia nietzschiana in queste lande.

L’unica forma di cultura “alta” a cui c’è una grossa partecipazione è l’opera: “Carmen” fa più spettatori paganti quando viene rappresentata in questi luoghi che a Milano.
La filosofia che impregna questi paesi è semplice e dura come i suoi abitanti: la chiesa da’ bene o male un’etica di base, la vita è lavoro duro 7 giorni su 7, se lavori tanto forse camperai bene, altrimenti c’è la povertà e l’emigrazione. La malattia fisica o mentale, la povertà, il lutto, ecc sono problemi tuoi e solo tuoi, disgrazie per cui gli altri provano compassione (che si manifesta nel voltare imbarazzato lo sguardo quando passi) ma per cui non faranno nulla, perché ognuno ha i suoi drammi, e nessuno deve entrare in quelli degli altri. “lavora e taci” è più di un motto, è un precetto religioso a cui nessuno trasgredisce.

Ecco, questo è un rapido ritratto dall’ambiente da cui traggo storie come quella di S.

Un mondo semplice e feroce, che sta a pochi km dalla città ma che ha poco a che fare con quest’ultima.

Un mondo che ha i suoi drammi, le sue evoluzioni, le sue contraddizioni di cui da decenni nessuno si occupa più, perché sembra l’immagine remixata con un tocco di postmoderno dell’Italia di 70 anni fa. Quella da cui -con grande imbarazzo- proveniamo.

Federico Leo Renzi

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather