Opera invisibile della Collezione Ugo: Tonino Casula

Parliamo delle opere invisibili della Collezione Ugo; opere andate distrutte per l’incuria della loro conservazione o scomparse per motivi mai chiariti e che non rivedremo più , o forse potremo vedere chissà quando, se verrà mai preso l’impegno di recuperarle con serie ricerche e adeguati restauri.
Opere che comunque pur nella loro “invisibilità” rappresentano una risorsa importante, un bene che potrebbe avere ancora la forza di arricchire la collettività anche solo attraverso una loro immateriale presenza.
Iniziamo con l’opera di Tonino Casula “Transazione a tre punte”, del 1969.
Si trattava di un lavoro di ampie dimensioni di cui ricordiamo il suo potere di coinvolgimento dello spazio e dello sguardo, dalla forma avvolgente creata unendo tre grandi archi in legno come a formare una sorta di stella sui quali era dipinto un vibrante motivo di linee ondulate.
Un’opera molto rappresentativa della ricerca di Casula e particolarmente significativa all’interno di quel linguaggio sulla percezione visiva che ormai, sul finire degli anni ’60, aveva abbandonato i codici bidimensionali del quadro invadendo lo spazio: una scultura che era anche pittura ma che poteva essere pure un oggetto di design o una architettura.


Abbiamo chiesto a Tonino di raccontarci di questo suo lavoro, che nella Galleria comunale si confrontava con le opere degli artisti più innovativi di quegli anni, ma lui ha preferito risponderci con una pagina del suo recente libro “Una festa per gli occhi” (http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=6578) in cui dettagliatamente descrive l’origine e il significato di “Transazione a tre punte”:
“Era inevitabile che gli ampi spazi vicereali dello studio allargassero i mie spazi mentali, da fare corrispondere a opere dagli ampi volumi.

A noi artisti piace essere visti attraverso le nostre creature e, quando possono, ti fanno vedere le più imponenti. Quella che destinai alla Galleria d’Arte comunale di Cagliari, imponente lo era davvero.

Era una specie di stella a tre punte, che dovetti calare dalla finestra, perché dalle scale dello studio, per quanto vicereali e ampie, non passava.
La sua costruzione fu un’impresa di grande difficoltà, perché bisognava curvare nella parte centrale, e incollare, tre fasce di masonite alte 60 centimetri e lunghe 5 metri e 60.

La masonite è un cartone pressato che, se la tratti con quelle dimensioni, non ci mette nulla a spezzarsi.

Riuscii nell’impresa, facendo tutto da solo, senza romperla.

Sulla sua superficie, con la pistola del carrozziere, raggruppai numerose ondine che dovevano dare luogo alla deformazione delle tre superfici e, dunque, a uno dei miei inganni.

Non deformarono percettivamente un bel nulla.

E così, niente deformazione, nessun pensiero sublime da portare dentro.

Pazienza: in futuro, mi dissi quando l’opera era ancora visibile, non mancherà chi ne porterà dentro uno che a me non è mai venuto in mente. Purtroppo, quell’opera non susciterà alcun pensiero.

Negli anni seguenti, fu spostata nelle grotte che si aprivano nel giardino, usate come magazzini. In quello spazio, qualcuno la mise in piedi, adagiandola su due delle tre punte, perché occupasse meno spazio.

In quella posizione, si sfiancò, lacerandosi nella parte centrale, impossibile restaurarla, da gettare nel cassonetto delle immondizie.”

Andrea Nurcis

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