Palermo, 6 novembre 2018.

Palermo, 6 novembre 2018.

Il campanone della cattedrale scandisce funerei rintocchi.
Nove umani, fra i quali alcuni non avevano ancora iniziato a vivere, pagano l’ultimo tributo a quella società di cui facevano parte, incapace, anche nei momenti estremi, di uscire da quella superficialità che ha scandito anche la loro vita propiziando la loro stessa morte.
Una signora in ghingheri compresa nel suo ruolo, reale o supposto non si sa, informa il famelico cronista che no, ai proprietari della villa abusiva ha consigliato di non intervenire ai funerali.
Intanto fioccano gli applausi all’indirizzo della salma del bimbo quindicenne che ha cercato fino all’ultimo di salvare la sorellina. Il padre, unico superstite della famiglia, inebetito dall’enormità dell’accaduto è appeso ossessivamente a quest’ultimo ricordo.
Intorno occhi lucidi solidali, di chi non ha capito che, in fondo con questa strage la natura non c’entra nulla.


Una casa abusiva si costruisce mattone dopo mattone ed è inconcepibile che, mentre si individua assiduamente il proprietario sporcaccione del cane che la fa sul marciapiede, nessuno, ma proprio nessuno si senta in dovere di denunciare lo scempio edilizio prima che esso sia giunto a compimento.


Certamente al funerale non saranno mancati uomini politici e o di legge. Fra questi, certamente con livelli di responsabilità diverse, anche quelli che con la loro inazione, o peggio, hanno reso possibile la strage.

Ma il cittadino per l’occasione in gramaglie se ne sarà accorto, oppure si è limitato al meno impegnativo “per chi suona la campana”?
Tutto fa supporre che sia valida la seconda ipotesi, conferma l’io non c’entro collettivo e permette di rincasare senza pesi sulla coscienza.

G Angelo Billia

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