PER UN’ISOLA SOVRANA ARTISTICAMENTE

PER UN’ISOLA SOVRANA ARTISTICAMENTE 

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Le Fondazioni d’arte sono protesi di stato che non hanno nulla di privato, se non l’idea del bene pubblico.

Formalmente sembrano agire in autonomia riguardo alle sovvenzioni di arte e cultura, in realtà sono uno strumento di grande flessibilità , veloci e autonome finalizzati alla promozione di progetti ed acquisti da capitalizzare il  ai danni del pubblico, dentro lo stesso spazio pubblico, ridotto a vetrina, sempre più indebitato, meraviglioso.

 Quanti sanno realmente delle spese esotiche delle Fondazioni Private che poi diventano patrimonio culturale ed artistico pubblico da imporre?

A cosa è affidata la selezione del patrimonio di una Fondazione se non al gusto del privato?

Ci sono dei punti di contatto tra il sistema delle Fondazioni e visioni politiche che turbano, le Fondazioni entrano nel pubblico con il loro investimento privato ed attraverso il pubblico dopano il mercato e svuotano il pubblico della legittimità istituzionale.

Sul serio è quello delle Fondazioni a debito pubblico ed a bilancio attivo a carico del pubblico, il modello culturale ed artistico di un sistema funzionale e pubblico a dimensione artista residente nell’interesse culturale di una comunità ed un territorio nel 2016?

Molto bisogna fare per una progettazione politica di un sistema di divulgazione artistica e culturale nell’isola.

Arte e Cultura a Cagliari e nell’isola, sono ridotte a passerella per  l’inaugurazione di qualche mostra, eppure i requisiti essenziali adesso nell’isola ci sono:

– Vasta offerta di linguaggi e ricerche.

– Raggiungibilità e connettibilità.

– Pedagogia artistica e crescita culturale.

Nonostante questo, arte e cultura non sembra essere un tema al centro del dibattito politico Cagliaritano ed isolano, eppure lavorarci permetterebbe non di creare lavoro, ma di divulgare, riqualificare e rappresentare energie creative sommerse ed esistenti.

Arte e cultura non sono indice di reale attenzione mediatica pubblica e politica a Cagliari e nell’isola, basta sfogliare i due maggiori quotidiani isolani per constatarlo, scomparsi gli inserti culturali sugli artisti isolani e la critica d’arte è estinta, quella che arranca si misura con la sua stessa perdita di prestigio e reputazione.

La scomparsa dell’arte e della cultura dall’agenda politica Cagliaritana ed isolana è probabilmente da imputare ad una politica culturale, che ha ridotto e proposto arte e cultura sul modello di quel mainstream che già negli anni novanta tamponava una reale politica culturale ed artistica.

Artisti e politici isolani, sono arrivati in questo secolo con le strutture culturali e cognitive del secolo passato, non si è relazionato il concetto di “sovranità” al concetto di cultura, erroneamente si relaziona la crisi culturale ed artistica Cagliaritana ed isolana ad una crisi di finanziamenti, niente di più falso ed erroneo.

I problemi dell’arte nell’isola hanno origini più profonde ed il modo in cui si progettano ed organizzano le attività culturali pubbliche non sono all’altezza delle sfide di questo secolo.

Le strutture culturali comunali sono obsolete e gli spazi eccessivamente burocratizzati, eccessiva è la presenza politica ed amministrativa, i bilanci e le distribuzioni dei fondi estremamente rigidi, troppo poca apertura verso il pubblico, di autonomia neanche a parlarne, poco controllo e consapevolezza culturale sulle opere degli artisti che realmente vivono ed animano il dibattito nel territorio, poca consapevolezza di sé nella costruzione di relazioni con sponsor, collezionismo privato e mecenatismo.

Senza finanziamenti le attività artistiche e culturali si ritirano, seccano, implodono, continuano ad esistere ma in condizioni sempre più complicate.

Resiste soltanto la gestione dell’interesse culturale ed artistico esistente, la classe politica manifesta l’incapacità di promuovere e progettare un cambiamento, imbarcata nel mantenimento di strutture solide e durevoli dal bilancio sempre in calo.

Con queste basi come può un sistema culturale ed artistico pubblico competere con uno privato?

La vera questione è comprendere che si stanno distruggendo le strutture del pubblico per mantenere il valore “economico” del loro contenuto.

Le istituzioni culturali e l’amministrazione politica Cagliaritana ed isolana, si sono mostrate in questo secolo, prive di una visione, hanno affrontato problematiche culturali, sociali, economiche e politiche nuove con i mezzi del passato.

La critica d’arte e gli “addetti ai lavori” non sono riusciti ad andare oltre l’intesa tra persone colte, dove si voleva arrivare in questa maniera?

Le istituzioni culturali ed artistiche devono avere coscienza di sé, del loro ruolo e del loro mercato possibile, la politica deve allentare la morsa dalle istituzioni con il suo “abbraccio”.

Con la cultura si mangia ed hanno mangiato, ha tratto vantaggio fino ad ora dalle bolle e dalle balle che hanno alimentato l’economia di un’isola che ha alimentato le casse dello stato, ma la realtà è che arte e cultura isolana in questo secolo sono incappate nel capitalismo digitale e gli “addetti ai lavori” per quanto critici verso il capitalismo hanno ingannato lasciandosi ingannare.

L’arte che si afferma sul mercato è gioco forza asservita all’imposizione di gusto delle masse, questo è un errore che una pubblica amministrazione non può permettersi di fare, perché di fatto si promuove una ricerca “di mercato” non libera.

L’arte realmente libera e di ricerca, espressione culturale di una comunità ed un territorio, deve essere a statuto autonomo, non a caso la Costituzione prevede il principio critico e di libertà e ricerca dell’arte.

Erroneamente si associano l’idea del pubblico ad i contribuiti dello Stato che dovrebbe garantire, in maniera assistenzialista la libertà di ricerca, insomma tutti hanno ragion d’essere e lo stato deve farsi sentire con i contributi, questo determina aiuti a pioggia quasi indiscriminati che si traducono in assistenza “elettorale” all’arte ed alla cultura.

Ovvio che questo meccanismo porti in realtà ad una perdita di significato e di riconoscimento dell’arte e degli artisti che vivono territorio e comunità, sottopagati e ricattati dai contributi all’arte ed alla cultura, la stima di cui godono gli stessi artisti? 

Sotto zero.

L’espansione del concetto di cultura artistica e di linguaggi di “genere” hanno portato i linguaggi dell’arte ovunque ed estetizzato la vita, ma quanto questo ha portato l’osservatore a rinunciare allo scambio privato e significativo con l’opera?

L’arte “pubblica” che si muove con la logica del contributo non è processo estetico, emozionale e sociale, non scuote i limiti del sistema, non fa realmente riflettere, è un’insieme di segni figlia della pigrizia del burocrate e della sua incapacità di affrontare e determinare un mercato mutato.

L’arte e la cultura che passa per la distribuzione di fondi pubblici, tramite progetti di Associazioni, è salvaguardia del potere amministrativo, nulla a che vedere con la ricerca di cognizione di senso di una comunità.

Conservatorismo culturale con contratti a tempo determinato di artisti ridotti all’assistenzialismo.

Cinquant’anni di politica culturale isolana che ha nutrito la speranza, che la pubblica amministrazione avrebbe trovato la strada giusta per promuovere e divulgare didatticamente  e pedagogicamente le culture artistiche isolane.

In realtà l’approccio reale è stato quello di fare degli spazi culturali pubblici luoghi di svago per la borghesia isolana colta.

La partecipazione dialettica allo stato reale della cultura contemporanea artistica isolana, al punto da farne sistema culturale, una illusione, questo di pari passo con la crescente dispersione scolastica e l’incapacità crescente di connettere lo stato dell’arte dell’isola ad una consapevolezza e cognizione culturale difficile da espandere viste le problematiche economichecon cui l’arte deve misurarsi in questo territorio.

Un modello di riferimento possibile potrebbe essere quello Svizzero, la cultura e l’arte in Svizzera sono di competenza comunale e cantonale, questo impedisce che il mercato di acquisizione “pubblico” si gonfi molto.

La grande parte dell’offerta culturale ha una dimensione locale o regionale, quello che passa per “cultura alta” di mercato nelle istituzioni, passa per referendum periodici, perché l’aumento di sovvenzioni all’arte ed alla cultura deve passare per lo stesso pubblico, il popolo, la comunità.

Insomma una messa a bilancio controllata della propria offerta e produzione culturale.

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