Perché di Castellani non ne nasceranno più

La morte, a 87 anni, di Enrico Castellani, mi ha fatto tornare in mente le parole di Alberto Moravia nell’orazione funebre per Piepaolo Pasolini: “Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo”. Parafrasando Moravia,  qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Castellani tra le sue file, perché abbiamo perso un artista, e artisti non ce ne sono tanti nel mondo. Gli artisti, come i poeti, sono rari, e Castellani rappresentava una rarità ancora più rara, lo aveva capito il Giappone, che, nel 2010, lo ha insignito del Praemium Imperiale, unico italiano.
Enrico Castellani era nato nel 1930 a Castelmassa, in provincia di Rovigo, e continuava a vivere in provincia, a Celleno, nel viterbese, un borgo colpito dall’ultimo, tragico terremoto nel centro Italia. Una vita monacale, fatta di tanta ricerca e lavoro e zero mondanità, di sostanza e non di apparenza, sempre grato, nelle parche parole e, mi piace crederlo, nei pensieri, a chi gli aveva aperto le porte di una nuova concezione dello spazio e della superficie: i suoi colleghi Piero Manzoni, Lucio Fontana e Alberto Burri.

Nella  foto che fa da copertina a questo articolo lo vediamo imbastire una sua tela, con le serie matematiche di chiodi pronti a spingere, estroflettendolo, il supporto monocromo.

Che resti ancora tra i nostri studenti, nei Licei Artistici e nelle Accademie, perché da oggi abbiamo il dovere di non dimenticarlo.

Concettina Ghisu

 

 

 

 

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