Perché leggere il libro di Salvini

Perché leggere il libro di Salvini

In questi giorni ho letto, persino da parte di intellettuali affermati, lunghissimi post sul perché non bisogna leggere il libro intervista di Salvini. Non voglio tediarvi con infinite citazioni, quindi non quoterò nessuno in particolare e prenderò solo le argomentazioni per confutarle

1) Partiamo dalla cosa più ovvia: non si legge un libro perché ci piace l’autore o perché si concordano con le sue idee.

Si legge un libro per conoscerne il contenuto.

La lettura non è un atto di fede, ma un modo di conoscere.

2) In un libro (o in un’intervista) un politico giustifica a posteriori quanto compiuto e delinea più o meno quanto farà.

Leggerlo significa avere delle argomentazioni per attaccare quanto ha già fatto e riuscire a prevedere quanto farà per anticiparlo.

E’ come essere in guerra e avere la mappa degli spostamenti del nemico.

3) Nonostante quanto sostenuto da Machiavelli e i suoi discepoli un po’ scemi postmoderni, un politico non è un demone calcolatore ma un uomo.

Questo significa che agisce secondo pregiudizi di classe, valori, idiosincrasie personali, interessi materiali, ecc che tendono a essere stabili nel tempo.

Leggerlo significa comprenderne la struttura mentale e quindi sapere -perfino meglio di lui- cosa penserà e farà date determinate circostanze… e la politica è la bravura di sfruttare le circostanze, prima e contro gli avversari.

4) Più in generale, leggere qualcosa con cui non si concorda non contamina, non fa ammalare, non modifica il proprio DNA né il proprio pensiero.

La teoria tipica del politicamente corretto, secondo cui ogni rappresentazioni contiene una specie di carica magico sacrale che modifica la struttura dell’io nel profondo, non è solo antiscientifica, ma demenziale.

Persino l’io debole postmoderno mantiene strutture forti e costanti del tempo, che non sono delle immagini o delle parole (o dei meme) a spot a poter modificare.

5)

La politica non è tifoseria da stadio.

Il bisogno dei militanti di avere una fede incrollabile a cui aderire, un nemico-demone da abbattere, di pensarsi le truppe del Bene che combattono le milizie del Male è appunto il bisogno di una piccola frazione militarizzata dell’elettorato.

Il resto propende per una fazione o per l’altra a seconda delle proposte fatte, degli impegni programmatici, della consonanza simpatetica con il singolo leader.

Concepire la politica come tifoseria da stadio, o come fanno recenti teorici (tipo Lakoff) come la conferma di una struttura neurale innata, significa affermare che la democrazia non è altro che una perenne guerra civile dove due o più tribù si scontrano per regolare faide di sangue immaginarie.

Federico Leo Renzi

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