Perché “Mario Pesce a Fore” evaporò?

Perché “Mario Pesce a Fore” evaporò?

 
 
Quella del “Mario Pesce a Fore”, negli anni Novanta a Napoli, è stata una rivoluzione artistica e creativa fallita!
Fallita nonostante contenesse contenuti di vecchie e Accademiche rivoluzioni, che come sfondo avevano la complicità del mercato; nella pratica è stato un flash di profondità nel piatto e folk panorama artistico Napoletano, un flash di giovani artisti senza fili di padrone, che altrimenti sarebbero restati invisibili, in fondo Accademie e gallerie d’arte per loro erano sbarrate, e di questo ne avevano profonda consapevolezza, non è un mistero che per loro fosse già fatalmente evidente, quali giovani portapennelli e portascalpelli sarebbero entrati a divulgare il verbo dell’arte nelle Accademie, e nessuno era tra di loro!
Affrontavano un sistema artistico e culturale, che faceva di tutto, per rubricare quell’autoformazione e quell’autodeterminazione, naturale e spontanea, all’insignificanza!
“Mario Pesce a Fore” è stata una falla, una crepa d’Alta Formazione, di giovani artisti e studenti evasi dai loro noiosi cattivi Maestri; una pasqua di rimossi e rimorsi interni, di consapevole incoscienza, di giovani e marginali creativi privi di guide e prospettive, di denuncia di un Rinascimento che non c’era, una libido d’eccitazione e fermentazione creativa; un movimento che si riversava in strade e vicoli.
L’idea era quella delle diverse identità individuali, che sapessero e potessero essere intelligenza collettiva; le identità singole per struttura e ambizione, rendevano ambigua la matrice di fondo, fondata sul rifiuto dell’intermediazione (che si traduceva in mercato e tratta d’artisti).
Nulla oggi è sostanzialmente mutato (anche localmente) dopo quell’esperienza; oggi l’intermediazione nel lavoro dell’artista, nel migliore dei casi, passa per Big data, applicazioni e social network; oggi si mercifica tutto, anche gli affetti, quella stessa esperienza e il suo capitale simbolico affettivo, l’atomizzazione dell’artista continua più e meglio di prima!
Chi nasce artisticamente in questo secolo, comunque si muova, sarà una cellula di un mega organismo che nutrirà l’economia di pochi prima che comunità e territori!
“Mario Pesce a Fore” è stato spazio critico e reale ispirazione a un altro sistema dell’arte; era libertario e comunitario; esistenziale e sociale; era pluralismo artistico sintetizzato nel fluire del linguaggio!
“Mario Pesce a Fore” era coscienza ego-logica, cultura della differenza, esperienza del sé tra gli altri, era comunità di vita artistica; coscienza di vita e cultura locale, che si sentiva minacciata da un pensiero d’artista omologante nel nome della specializzazione, anche se rispetto a quanto avviene oggi, l’omologazione d’allora era nulla!
“Mario Pesce a Fore” era rivendicazione dell’esistenza contro gli standard imposti dal mercato; era comunicazione alla comunità per tendere all’autonomia nel nome della libertà; era anche inquietudine e problematicità generazionale mai superata; ponevamo negli anni Novanta, domande senza risposta dagli anni sessanta; Regionalismo e cultura locale, storicamente di destra, con noi erano la sinistra di movimento nei Centri Sociali, Officina 99 e Laboratorio Okkupato S.K.A.
Eravamo giovani, la morte era per questo il nostro interlocutore.
Non esiste una giovane generazione d’artisti che non abbia sullo sfondo una relazione con la morte; ci sentivamo vivi, le nostre erano aspirazioni, interrogazioni e questioni che arrivavano dagli anni sessanta; non accettavamo le risposte di chi queste questioni le poneva prima di noi, troppo vaghe e impalpabili!
La crisi economica, culturale e artistica, era già viva e palpabile per noi, era nella Montagna di sale di Mimmo Paladino, era nella teoria della Transavanguardia di Bonito Oliva, era nelle pagine di Flash Art e dell’allora nascente ExibArt; volevamo aprire una breccia collettiva mentre in realtà ciascuno oggi vive la sua rotta individuale!
Eppure avevamo tutti la coscienza di quello che si stava, nostro malgrado realizzando!
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