Perché nascondere la collezione Ugo in una grotta?

“Riuscii nell’impresa, facendo tutto da solo”, scrive Tonino con la modestia dei Grandi, ma è solo una frase di sette parole: c’è ben altro dietro.

Lo so perché da ragazzo ebbi modo di parlarne nei dettagli con Casula, il quale mi descrisse l’impresa quasi impossibile di realizzare quell’opera senza servirsi di aiutanti.

Dovette creare un sistema di tiranti ancorati alle pareti dello studio e alle varie parti dei fogli di masonite, e riuscire a controllare con abilità e estrema precisione le curvature delle tre facciate, con attenzione millimetrica alle superfici per evitare la frattura del materiale.

La curvatura, anzi le tre curvature, dovevano seguire una precisa parabola armonica e nessuna di loro doveva risultare asimmetrica o sbilanciata nel contesto della forma generale dell’opera; inoltre, incollare la parte centrale fu un’altra sfida pienamente riuscita grazie alla perizia, all’attenzione maniacale al dettaglio, alla velocità di azione e precisione della mano.

Uno sforzo per i muscoli e per il cervello in cui Tonino già si era cimentato per altre opere, riuscendo nell’impresa di creare strutture e volumi di dimensioni medio-grandi con un’esattezza strabiliante (per esempio: un grande parallelepipedo con meno di un millimetro di differenza tra le dimensioni delle facce: una cosa che nessun artigiano specializzato sarebbe riuscito a fare): si può dire che Casula anticipa, con le sue mani, la tecnologia delle macchine a controllo numerico quando ancora non erano nemmeno concepibili.

Ma sicuramente la “Transazione” della Galleria comunale è stata l’opera più impegnativa di tutte, per la dimensione e le complicazioni dovute all’originalità della forma.

E dopo che Tonino mi descrisse i problemi di realizzazione dell’opera, ricordo che feci un raffronto, fuor di qualsiasi ironia, con la travagliata fusione del Perseo di Benvenuto Cellini così come è descritta nell’autobiografia dello scultore fiorentino: Casula allora si mise a ridere ma convenne che in fondo non c’era tanta differenza in termini di impegno e “invenzione” estemporanea di strategie nuove e rischiose.

Personalmente ho sempre pensato che il lavoro di Casula avesse un’origine riconducibile più al Minimalismo concettuale che all’arte Optical in senso stretto: prima viene il concepimento del “volume assoluto”, della forma tridimensionale che infrange e ricostruisce su nuove basi il rapporto tra il quadro, lo spazio e lo spettatore, e solo dopo entra in campo l’applicazione della pittura.

E quando sopra i volumi compare la pittura, questa può avere o non avere riferimenti a certi stilemi “Op”, ruotando attorno ai problemi della percezione visiva e ai suoi inganni, ma non è questo il vero senso dell’innovazione di Casula: il grande merito di Tonino è invece quello di essersi sbarazzato, con la sua arte (volume +pittura), di ogni insistenza e compiacimento per le tradizioni popolari sarde, per il folklore, per l’insularità, per l’identità isolana, per proiettarsi invece in una dimensione di rinnovamento mentale e sociale che ha un grande precedente nell’arte di Piet Mondrian (leggete i meravigliosi e ispirati scritti di Mondrian sulla ricostituzione della Società a partire dai suoi quadri astratti [Mimesis editore]).

Ci terrei a precisare infine che l’opera “Transazione” della Galleria comunale è stata certamente il capolavoro del Tonino Casula degli anni ’60, all’indomani della nascita del gruppo Transazionale.

Quando nel giugno 2007 scrissi il mio primo articolo sulla collezione Ugo per L’Unione, denunciando la sparizione della raccolta e la distruzione di alcune opere, insistetti perché anche l’immagine di quell’opera fosse pubblicata, pur sapendo che non esisteva più.

Perché la sua perdita è da considerarsi una grave, gravissima colpa — e questa colpa non è imputabile solo agli operai che l’hanno maneggiata in modo improprio, perché sappiamo bene che per quanto possano essere “specializzati” gli operai ingaggiati da un museo, nel campo dell’arte contemporanea non esiste una specializzazione che vada bene per tutto, visto che i problemi legati alle forme e materiali sono innumerevoli e sempre nuovi.

Gli operai, per quanto specializzati, vanno sorvegliati continuamente nel loro approccio alle varie opere da un direttore o direttrice che, per la carica che ricopre e l’esperienza che si presume abbia, dovrebbe prevedere tutti i problemi che si possano porre (come giustamente ci ricorda Marco Peri, “il direttore/conservatore è responsabile della gestione e cura delle collezioni che del museo costituiscono il fondamento e la ragion d’essere”).

E quindi abbiamo visto come, quando l’opera di Casula e tutte le altre della collezione Ugo sono state smantellate per lasciar posto alle amenità della collezione Ingrao (busto di Mussolini incluso), ci sono stati i danni irreparabili che ben conosciamo.

Ma le opere di Casula, di Colombo, di De Vecchi, di Boriani, erano di proprietà di tutti noi, gente.

Erano mie, erano vostre, erano dei vostri figli.

Vi rendete conto che siete stati privati di un patrimonio?

Vi rendete conto che la “Transazione” di Casula era un capolavoro come lo sono le opere di Maria Lai, di Sciola… ma al di là di ogni considerazione, io soprattutto ricordo la meraviglia di quando, a quindici anni, vidi per la prima volta la “Transazione” esposta in Galleria comunale, quando persino l’ingresso in Galleria era gratuito.

Casula è una figura conosciuta e rispettata ovunque, ma perché aspettare sempre la morte dell’artista per valorizzarlo e celebrarlo?

E perché aspettare la morte di Ugo per dedicargli un targa???

Ma veramente c’è stato qualcuno che ha creduto ai deliri di Vittorio la capra (quello del “culimonio”, per intenderci) sulle frotte di turisti e esperti d’arte che si sarebbero riversati nell’Isola per ammirare la collezione Ingrao???

Ma veramente la collezione Ugo, che vale milioni di euro, andava smantellata e lasciata deteriorare in una grotta umida per tutti quegli anni???

Come diceva Johnny Rotten: “ever get the feeling you’ve been cheated?”.

Enrico Corte

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