Pinacoteca Comunale Carlo Contini per il 2018

MOSTRE 2018
 
 
La stagione espositiva della Pinacoteca Comunale Carlo Contini per il 2018 – che potrà essere arricchita da eventi non programmati e non programmabili al momento e per far fronte a eventuali esigenze dell’Amministrazione –, proporrà un pacchetto di mostre in linea con gli indirizzi degli anni precedenti, coniugando un originale approccio critico teso a contaminare forme e linguaggi artistici e uno sguardo rivolto al recupero, alla valorizzazione e alla divulgazione dell’opera di artisti isolani che hanno operato prevalentemente nel secolo scorso o che sono stati tra i principali protagonisti dell’apertura verso forme contemporanee e che, nonostante l’età avanzata, continuano a proporre una ricerca artista vitale e ricca di insegnamenti.
La Pinacoteca continuerà ad avvalersi di prestigiose collaborazioni esterne, di prestiti da parte di collezionisti privati e collezioni pubbliche, di critici d’arte e di associazioni culturali per meglio approfondire e arricchire l’offerta espositiva.
 

gennaio-marzo 2018

LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI …

Mostra d’arte contemporanea con gli artisti: Ettore Aldo Del Vigo, Jacopo Scassellati, Angelo Sciannella, Terrapintada, Elio Ticca
a cura di Anna Rita Punzo e Ivo Serafino Fenu
 
In occasione della Sartiglia, la più importante giostra equestre che da secoli caratterizza il carnevale oristanese, la Pinacoteca proporrà la mostra d’arte Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori … che, prendendo spunto dal Proemio dell’Orlando Furioso dell’Ariosto, rileggerà i temi che, sottotraccia, caratterizzano l’evento. Lo farà col linguaggio dell’arte contemporanea, obliquo e allusivo, talvolta ironico ma, allo stesso tempo, capace di evocarne la “sacralità” senza, tuttavia, rappresentarlo mai esplicitamente.
Ci saranno le dame, i cavalieri, le armi e, forse, gli amori evocati dalla pittura citazionista e visionaria di pittori quali lo svizzero Ettore Aldo Del Vigo, i sardi Jacopo Scassellati e Elio Ticca e maestri della ceramica giovani e meno giovani, quali la manifattura Terrapintada e Angelo Sciannella che tali temi hanno incrociato nel loro percorso artistico rileggendo capolavori e atmosfere del passato e confrontandosi col linguaggio più ardito della contemporaneità.
 

aprile–giugno 2018

MARCO PILI, FINIS TERRAE

Mostra antologica
a cura di Ivo Serafino Fenu
 
Vi sono territori che vanno percorsi con timore e reverenza, che bisogna attraversare «a passi tardi e lenti»: sono i territori del sogno, sono i luoghi nei quali la realtà diventa altro da sé, sono una conturbante metafora della vita.
Vi sono scrittori che questi territori li hanno raccontati in una dimensione sospesa tra mito e storia, ne hanno fatto il teatro dell’epopea del popolo sardo, un’epopea che narra di genti, i nostri antenati, che su quella terra dipanavano le loro umane fatiche e costruivano la loro leggenda: «Passavamo sulla terra leggeri come acqua […] come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta» (Sergio Atzeni).
Vi sono artisti che, infine, questi territori li raccontano visivamente con la potenza manipolativa e trasversale dell’arte contemporanea, al di là dello stereotipo della pittura di paesaggio e oltre i generi consolidati della tradizione.
Sono, per questo, “agrimensori di sogni” che superano la descrizione con la forza icastica dell’evocazione.
Marco Pili è tra questi e raggiunge risultati estetici sorprendentemente comparabili e di analoga pregnanza poetica, capace com’è di concretizzare e dare misura a quel sogno chiamato Sardegna.
 

luglio–settembre 2018

68/REVOLUTION

Mostra d’arte contemporanea in collaborazione con Dromos Festival, Askosarte e Antonio Manca

a cura di Ivo Serafino Fenu, Chiara Schirru, Walter Porcedda
 
Fu vera rivoluzione o fu, piuttosto, una catastrofe generazionale? A cinquant’anni dal ’68, anno “formidabile” e cruciale per alcuni dei suoi protagonisti, horribilis per altri – almeno per coloro che dalle barricate sono approdati a posizioni antitetiche rispetto agli ideali e alle utopie di allora –, il festival Dromos proporrà una meditazione e alcuni spunti di riflessione inserendosi in un dibattito che, giocoforza, caratterizzerà e accenderà gli animi per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario.
La mostra d’arte 68/REVOLUTION, curata da Ivo Serafino Fenu, Walter Porcedda e Chiara Schirru per Askosarte, in collaborazione con Dromos Festival, col collezionista Antonio Manca e con prestigiose gallerie d’arte, si porrà in continuità con la precedente e fortunata WILD IS THE WIND, l’immagine della musica, svoltasi presso la Pinacoteca comunale Carlo Contini di Oristano tra il 2016/2017.
Ma se quest’ultima nasceva come omaggio all’appena scomparso David Bowie, in 68/REVOLUTION conviveranno memorabilia di un passato prossimo oramai classificabile nell’archeologia del rock e dei primi movimenti di contestazione giovanile assieme alle più spericolate ricerche estetiche contemporanee, che si nutrono di ibridazioni crossmediali finalizzate a liberare i diversi ambiti artistici dai loro consueti recinti e dalle loro funzioni canoniche, i protagonisti di allora con i giovani artisti di oggi, che tale esaltante momento storico non hanno vissuto ma del quale, tuttavia, hanno subito l’innegabile fascinazione.
 

ottobre-dicembre 2018

PIETROLIO/PIETRO SEDDA, L’OPERA AL NERO
Mostra antologica in collaborazione con Dante Crobu Inc.

a cura di Francesca Alfano Miglietti e Ivo Serafino Fenu

 
Pietro Sedda nasce come artista mediante un’abile strategia di marketing e si impone da subito in un territorio quanto mai affollato: sceglie lo pseudonimo Pietrolio – il suo vero nome contaminato con funeree citazioni dell’ultimo Pasolini – e adotta una vera e propria strategia di mascheramento e di ambiguità (anche sessuale), tanto che lo scambio di identità diviene da subito l’elemento caratterizzante della sua ricerca e della sua stessa immagine.
Ne deriva uno spiazzamento sensoriale e culturale finalizzato a far cadere lo spettatore in un ambiguo e pericoloso vortice che frantuma le consuete polarità di “normalità”/“diversità” o, meglio, che fa emergere traumi profondi della coscienza collettiva e individuale.
Le opere che di volta in volta “espone” su di sé o colloca nelle sue installazioni sono acrilici di piccolo formato caratterizzati da uno stile pittorico raffinatissimo seppure, in apparenza, ingenuo, tra fumetto e certe atmosfere vicine alla Bad Painting: figure morbose quali possono essere quelle create da un “fanciullino” al contempo candido e perverso.
Sin dalle sue prime apparizioni in pubblico si pone, in tal senso, sulla stessa lunghezza del film Freaks del regista Tod Browning del 1932 – li stessi freaks che si riveleranno i padri nobili e deformi dei personaggi ibridi che, attualmente, popolano i suoi tatuaggi – e istilla dubbi sulle certezze morali e sessuali che fanno da corazza alla cosiddetta normalità ma, soprattutto, mette in discussione l’istinto morbosamente voyeuristico di cui è pregna la nostra quotidianità che ci porta, inesorabilmente, a essere contemporaneamente attori e compiaciuti spettatori. Un mondo, quello di Pietrolio/Pietro Sedda, in perenne mutazione, un’opera al nero che si nutre di una tradizione iconografica plurimillenaria eppure aperta a un futuro misterioso e per nulla rassicurante, con una prassi che rende il corpo protagonista assoluto e lo trasforma in un inquietante “carnaio di segni” (M. Foucault).

gennaio-Febbraio 2019

LUCIANO SECCI, FLUSSI DI COSCIENZA

Mostra antologica a cura di Ivo Serafino Fenu

 
Luciano Secci è stato una artista complesso e poliedrico difficile da definire e da inquadrare nelle consuete dinamiche dell’arte del Novecento. Nato a Nurri il 21 settembre del 1947 si forma presso l’Istituto d’Arte di Oristano seguendo il corso di ceramica e gli insegnamenti grafici e pittorici dell’artista Antonio Amore.
Nel turbolento 1968 si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Via Ripetta, subendo il fascino e formandosi nell’effervescente mondo artistico capitolino, tra rivoluzioni studentesche, le sperimentazioni artistiche della Scuola Romana, il clima festaiolo della Dolce Vita e ravvivato da molti artisti e intellettuali provenienti da tutto il mondo. Richiamato alle armi nel 1971 affronta un primo periodo di depressione e nel 1972 torna in Sardegna ritrovando serenità e nuovi stimoli artistici.
Dal 1975, in parallelo all’attività creativa si dedica all’insegnamento, fino al 1994, anno nel quale ottiene il pensionamento.
L’anno successivo un’altra grave e stavolta fatale, fase depressiva che ne mina il fisico e l’anima lo conduce alla morte appena quarantanovenne. Tuttavia la produzione di questo sorprendente artista è vastissima e, in gran parte inedita: disegni, incisioni, acquerelli, ceramiche e polimaterici ci restituiscono un percorso artistico eccentrico e in continuo divenire, un flusso di coscienza che si sviluppa attraverso un segno analitico e poetico allo stesso tempo che individua ogni frammento di vita, prima personale e poi comunitario.
 
e/o
 

LINO PES, ORIENTALE D’OCCIDENTE

Mostra antologica

a cura di Simona Campus e Ivo Serafino Fenu

 
Lino Pes può fregiarsi di una carriera ultradecennale nella quale non sono mancati momenti di adesione a tendenze estetiche differenti e tangenze con la cultura della Pop Art o con la poetica dell’object trouvé, sempre alla ricerca di detriti e materiali sia naturali sia artificiali da assemblare e restituire a nuova vita o, ancora, con la Land Art, seppur senza mai rinunciare a quella dimensione “pittorica” dell’opera, a prescindere dalle tecniche e dai materiali.
Ricerche supportate sempre da un personalissimo naturalismo, ma sarebbe più corretto dire, da un senso panico della natura che talvolta assume la valenza di una vera e propria denuncia sociale e politica, che sfugge a un ambientalismo di maniera mediante un rigoroso approccio concettuale.
Al nuovo Millennio l’artista si affaccia con una serie dei grandi pastelli dedicati a un ipotetico Viaggiatore orientale e nei quali una complessa simbologia evocante antiche culture e futuribili civiltà fluttua in un magma cromatico capace di fondere, in uno sfrangiato sincretismo segnico, Oriente e Occidente. Lino Pes, alter ego di quel viaggiatore, ama inquadrare quei segni come “astrazione improntale”, perché di impronte culturali ben identificabili, per quanto abilmente dissimulate, trattasi. Infine, nelle opere più recenti, a tecnica mista su base serigrafica, le stratificazioni divengono più complesse e sofferte, e i neri, profondi e insondabili, si relazionano visivamente ai versi dell’amato poeta Vicente Aleixandre, quell’«unico oceano» e quella coscienza storica in bilico tra presente e infinito, incombente tanto quanto «quella montagna che navigando occupa il fondo dei mari come cuore traboccante».
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