Porti e approdi della Sardegna Nuragica: Neapolis (Guspini)

 Porti e approdi della Sardegna Nuragica: Neapolis (Guspini)

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Immagine: http://www.provincia.mediocampidano.it/resources/cms/images/20100127_neapolis_d0.jpg

L’approdo di Neapolis chiude a sud il Golfo di Oristano e dalle immagini satellitari offerte in rete si distinguono facilmente la laguna di Marceddì, la laguna di San Giovanni e la zona dove si trovavano gli stagni di Santa Maria. Fra i reperti trovati in prossimità dello scalo portuale ci sono le statuette ceramiche dei devoti sofferenti che chiedono la guarigione.

Gli archeologi ipotizzano che i numerosi insediamenti di età neolitica presenti in questo territorio, non vivevano in funzione delle lagune.

Erano comunità agricole che coltivavano nella fertile valle irrigata dal Rio Cixerri e dal Flumini Mannu, che scorrevano insieme.

La laguna si formò per sommersione della valle, e le ricerche hanno testimoniato che proprio nella zona degli stagni di Santa Maria si trovava l’approdo di Neapolis.

I depositi delle anfore greche, fenicie e cartaginesi sono stati trovati nel santuario che doveva sorgere in prossimità dello scalo.

In età romana (I d.C.) gli stagni erano già formati perché proprio nel cordone che divide lo stagno di San Giovanni dagli stagni di Santa Maria, si è trovata una buona quantità di anfore romane.

La città di Neapolis, quindi, non poteva più sfruttare il porto adiacente il villaggio perché l’apporto dei materiali trasportati dai fiumi formò il cordone e si dovettero spostare le infrastrutture dal bacino di Marceddì.

In età punica la città accolse il pregiato vasellame greco, e il nome stesso della città è di derivazione greca, ottenuto dalla trasformazione del vecchio nome dato da Cartagine: Macomadas, ossia luogo del mercato nuovo. Questo insediamento garantiva proficui scambi economici con diversi partners internazionali.

Anche nella costa orientale della Tunisia esiste una Neapolis, e dal V a.C. fu tra i maggiori porti cartaginesi, quindi abbiamo vari approdi con lo stesso nome, tutti amministrati da Cartagine.

Secondo Giovanni Garbini le Macomades puniche (ne sono note tre in Africa e cinque in Sardegna: Nigolosu, Tresnuraghes, Nureci, Genico e Nuoro) segnerebbero altrettanti “mercati nuovi” che si aprivano al commercio cartaginese.

Questo spiega, secondo Zucca, la loro dislocazione ai margini del dominio punico.

Centri di piccole dimensioni (nulla di paragonabile a Tharros, Sulci o Cagliari), articolati intorno a un nuraghe che ne costituiva il centro ideale e materiale, punto di pacifico incontro tra gli abitanti locali e i commercianti punici che risiedevano sul posto.

Le Macomadas riflettono dunque una realtà economico-sociale legata alla presenza cartaginese.

In Sardegna esisteva però anche un altro toponimo, formato con la parola maqom “mercato”: Macopsisa (oggi Macomer), un mercato che evidentemente non era nuovo e che pur tuttavia era stato abbastanza importante da aver dato il suo nome semitico a un centro sardo.

La storia di questa portualità continua nel medioevo perché nei portolani e nelle carte nautiche sono, a più riprese, menzionati i porti sardi.

A Neapolis il mutamento del paesaggio non ha conservato tracce visibili di quella portualità.

Oggi abbiamo uno scenario di stagni, mare e terra, un panorama che cambia di continuo per effetto della natura.

Alcuni porti dell’antichità, quindi non solo a Neapolis, sono finiti sott’acqua, altri si trovano sepolti sotto la sabbia e altri ancora sono stati spostati quando le condizioni di approdo non consentivano più lo sbarco dei mercantili e delle altre barche, come avvenne, ad esempio, a Cagliari pochi secoli prima di Cristo.

Purtroppo il preciso assetto della Neapolis punica non è stato ancora individuato a causa della sovrapposizione delle strutture di età romana, tuttavia ci sono le tracce della cinta muraria del IV secolo a.C., costruita con grandi blocchi poligonali in arenaria. 

L’area della necropoli punica dovrebbe trovarsi a ridosso del tratto nord-ovest della cinta muraria, dove sono stati individuati i resti di diverse tombe a fossa distrutte durante lavori agricoli.

Pierluigi Montalbano

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