POST TRAP

 DOPO IL TERREMOTO NESSUNA RICOSTRUZIONE E’ POSSIBILE?

Riassumo la conclusione del libro che sto scrivendo, che –come ogni tentativo di dare un indizio su cosa ci riserverà il futuro- è la più opinabile di tutto il mio pensiero.

Partiamo dall’ovvio: il post trap non è un genere definito, ma un miscuglio di generi che si fondono con l’unico comun denominatore di criticare la trap (come musica) e il movimento trap (come ideologia).

Sotto l’etichetta di post trap possiamo mettere tanto nuove formazioni come i Coma_Cose e i Tauro Boys, quanto l’ultima produzione di veterani della scena trap tricolore come Ghali e Achille Lauro.

I tratti comuni di questo neonato genere sono la critica al dominio dei social, al culto del successo e del denaro facile, il tentativo di ricucire il rapporto con le tradizioni musicali pre trap (dall’old skool rap, al cantautorato fino al rock), il recupero di una vena vagamente intimista e psicologista.

Questa svolta fra l’altro era già nell’aria da tempo, per motivi tanto commerciali quanto ideologici:

l’Instagram marketing non paga più come un tempo, Youtube taglia i compensi, la dimensione live -praticamente assente nella trap- è una fonte di introiti che nel prossimo futuro diventerà fondamentale per la sostenibilità economica degli artisti.

Dal punto di vista ideologico invece i cardini del pensiero trap, riassumibili come successo senza saper far nulla, supremazia dei social sulla vita “reale”, feticismo della marche, antipsicologismo, giovanilismo e anti-tradizionalismo, stanno mostrando la corda, per un motivo molto semplice: presuppongono chi vi aderisca giunga al successo sociale e monetario, punto d’arrivo a cui arrivano pochissimi, mentre dietro di loro si affolla una massa affamata di wannabe influencer e trapper che dilapidano le poche risorse a loro disposizione sperando di emergere.

Un ritorno al reale?

Da un certo punto di vista sì, ma è un ritorno profondamente infelice.

Il risveglio dal sogno trap non è indolore:

la crisi economica, la mancanza di prospettive lavorative, la sensazione di abbandono e smarrimento dei giovani, il disancoramento da qualsiasi tessuto comunitario che avevano generato il trap rimangono lì, irrisolti.

Per averne la prova basti ascoltare le basi: l’ariosità del primo Sfera Ebbasta (quello di “Figli di papà” o “Tran Tran”) o del Ghali di “Habibi”, è assente nella produzione dei Tauro Boys e dei Coma_Cose, la cui musica trasmette un senso di spaesamento e vaga malinconia.

Ancora più ambigua ed emblematica è la parabola dell’ultimo Achille Lauro: la ricerca di una connessione con la tradizione è diventata un accumulo confuso di riferimenti sociali e musicali, il cui unico comun denominatore è l’idea che la trap è finita e bisogna ripescare il passato, ma che passato e cosa del passato non si sa, o forse non importa.

Nel frattempo la trap si modifica: il recentissimo successo della drill (Massimo Pericolo, Speranza, Gallagher, ecc), esaspera ed incupisce il genere, la Dark Polo Gang e Sfera tentano di riflettere sul proprio successo e le sue conseguenze, con risultati altalenanti (per non dire imbarazzanti).
Un’epoca è finita per sfinimento, ma non ne è sorta un’altra.

Federico Leo Renzi

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