Preferisco un gioco a premi

Quando guardi documentari come “The Corporation”, “Inequality For All” o “The Pervert’s Guide to Ideology”; film come “The Big Short” o anche soltanto “Idiocracy”, alla fine ti senti sottosopra, furioso, pieno di dubbi, costretto ad approfondire, a discutere, a cercare di capire prima di tutto che cosa desideri, perché agisci come agisci.

È facile che alla fine ti accorga di non desiderare affatto quel che pensavi di desiderare, di non essere affatto chi pensavi di essere, di non vivere affatto nel mondo in cui credevi di vivere.
È un processo doloroso, faticoso, impegnativo.

Quando finisci di vederti un gioco a premi, una serie che ti impegna al livello cerebrale di un mollusco o un dibattito tra sordi che ripetono slogan e dati già diffusi a reti unificate, fai il ruttino da birra e vai a dormire sereno.

Tutto rimane dove stava prima, hai persino la sensazione di aver vissuto delle emozioni genuine, o di esserti informato.
Non è una sorpresa che quasi tutti lo preferiscano.

Stefano Re

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail