Quando c’era Manu Chao, l’altra volta a Cagliari.

Quando c’era Manu Chao, l’altra volta, qui a Cagliari, io non c’avevo i soldi per andare a sentirlo.

Erano ventimila lire, mi pare, e io non ce le avevo.

Come la volta che era venuta la Marini, la Giovanna Marini, dico, e nel cartellone sembrava gratis, e poi invece non era gratis, e le diecimila lire me le aveva date mia sorella, oltre alla cena, mi aveva dato, e io ero andato in bus e non sapevo come tornare, che il concerto era a Quartu, e poi mi aveva accompagnato Gianni, ma io non lo sapevo che c’era Gianni, quando son partito.

Quando c’era Manu Chao, l’altra volta, il biglietto costava ventimila lire, mi pare, e io non ce le avevo.

Però c’avevo i capelli, lunghi, con la coda.

E c’ero andato lo stesso, fuori dal concerto, all’ingresso, quando c’era Manu Chao.

C’ero andato con certi amici e compagni, che alcuni manco li conoscevo, di nome.

C’ero andato con un mazzo di volantini e con uno striscione.

Nello striscione c’era scritto: VIA IL GOVERNO FASCISTA. NO AL TERRORISMO DI STATO.

E noi l’avevamo appeso alle transenne.

E a quelli che passavano gli davamo il volantino.

Uno passava, col biglietto, che io non ce l’avevo, il biglietto, e noi: scusa, vuoi un volantino?

E loro lo prendevano, quasi tutti, e quasi nessuno ti mandava affanculo, e nessuno diceva siete tutti uguali, come nei film di Alberto Sordi di Nanni Moretti.

Quando c’era Manu Chao, l’altra volta, a Cagliari, io il concerto lo avevo visto lo stesso, anche se le ventimila lire non ce le avevo.

All’ingresso c’erano anche amici del mio paese, che loro, il biglietto, che l’avevano, e mi avevano detto: anche tu al concerto di Manu Chao?

E io niente, che il biglietto non ce l’avevo e che ero li per dare i volantini.

Che poi, alla fine, alcuni compagni e amici che dovevano dare i volantini erano andati via e io e altri eravamo rimasti là, che dovevamo togliere lo striscione, e tornare a casa.

Che lì non era come al concerto di Giovanna Marini.

Quando c’era Manu Chao, io abitavo lì vicino, a Cagliari, l’altra volta.

Abitavo a Palazzo Vivanet, in via Roma.

Che uno lo legge così, se non lo sa, e pensa: cazzo, questo abitava a Palazzo Vivanet e non c’aveva ventimila lire per vedere Manu Chao?

Epperò Palazzo Vivanet, allora, quando c’era Manu Chao, l’altra volta, a Cagliari, era la Casa dello Studente.

E quindi ci stava, al quarto piano, nella terrazza, anche chi non aveva ventimila lire.

Quando c’era Manu Chao, l’altra volta a Cagliari, alla fine quando stava per incominciare il concerto, era venuto fuori un punk spagnolo, però di quelli dello staff di Manu Chao.

Era alto, grosso grosso e con i dred, come solo un punk spagnolo dell’organizzazione di Manu Chao sa essere, che io pensavo, all’inizio, ci volesse mandare via.

Il punk spagnolo grosso grosso dell’organizzazione di Manu Chao ci aveva visto, che davamo i volantini, e aveva visto lo striscione.

E io non lo so se l’ha capito, lo striscione, che io non lo so come si dice: VIA IL GOVERNO FASCISTA. NO AL TERRORISMO DI STATO in spagnolo, che uno si immagina che le due lingue son simili e poi non è proprio così.

Come la volta che da bambino avevo scritto una canzone convinto che fosse in spagnolo, e invece era in sardo.

Quando c’era Manu Chao, il punk grosso grosso era venuto fuori, all’ingresso, e ci aveva detto delle cose.

Io avevo capito solo compañeros e Manu Chao.

Ci aveva dato dei biglietti, uno a testa, per il concerto.

E io avevo pensato: domani glielo dico, ai compagni, agli altri che non c’avevano le ventimila lire per vedere Manu Chao, che ci hanno lasciato lì con lo striscione, che io sono entrato a vedere il concerto.

Che delle volte restare fino alla fine ti fa incazzare, delle volte no.

Delle volte ti fermano le guardie, se rimani, delle volte ti fermano se te ne vai, delle volte ti fermano e basta, anche se vai via in orario e senza lasciare lo striscione ad altri.

E comunque guardie non ce n’erano, o se c’erano non le vedevo.

E noi eravamo entrati a sentire il concerto, e io avevo lo striscione, e i volantini rimasti.

Quando c’era Manu Chao, l’altra volta, a Cagliari, i volantini erano finiti subito, che anche se il concerto era già iniziato, la gente li prendeva lo stesso, anche se non poteva leggerli.

Perché non c’era gruppo spalla, quando c’era Manu Chao, l’altra volta, e quindi nessuno poteva dire: mah, c’è ancora il gruppo spalla, sai che c’è, ora mi leggo il volantino.

Ma lo striscione era il vero problema.

Perché gli striscioni sono ingombranti e non puoi ballare, se vai a vedere Manu Chao e hai lo striscione.

E se cerchi ti tirarlo su la gente ti dice: levalo che non vedo niente! Anche se c’è scritto VIA IL GOVERNO FASCISTA. NO AL TERRORISMO DI STATO e sei a un concerto di Manu Chao.

E allora avevamo cercato di appenderlo al filo spinato, perché lì a fianco, dove c’era il concerto di Manu Chao, c’era una zona militare, limite invalicabile.

Che uno, se lo sente ora, che a fianco al concerto di Manu Chao, l’altra volta a Cagliari, c’era una zona militare, limite invalicabile, dice: è una balla, te lo sei inventato, come in un film brutto sugli anni Settanta, dove tutto torna, i compagni hanno tutti la barba, i baffi e fumano, i manifesti sono già rovinati e la fotografia è slavata come se fosse una pellicola vecchia.

Come nel film su Calabresi, per esempio.

Ma lì la zona militare, limite invalicabile, c’era davvero, quando c’era Manu Chao, e c’è ancora oggi, quando è tornato.

Quando c’era Manu Chao, lo striscione appeso al filo spinato non era durato molto, e dopo mi sa che l’ho perso.

E allora mi ero messo a ballare e guardare il concerto con gli amici del mio paese, che dal palco suonavano pinocchio, clandestino e altre cose belle. Che allora i figli, gli amici del mio paese e quelli di Cagliari, non ce li avevano ancora, e se dovevano andare al concerto, non dovevano lasciarli dai nonni o dagli zii, o chiamare la baby sitter, che poi la avrebbero dovuta pagare e magari non avrebbero avuto le ventimila lire per il concerto e sarebbero venuti con me a dare volantini all’ingresso e alla fine sarebbero entrati lo stesso, l’altra volta, al concerto di Manu Chao.

Quando c’era Manu Chao, l’altra volta, l’avevo visto saltare sul palco con una canottiera da basket e avevo pensato: ma guarda questo, ha la stessa canottiera di questo pomeriggio.

Che io mi cambio sempre prima di suonare e quello avrà anche la doccia in camerino e si è tenuto la stessa canottiera che aveva questo pomeriggio. Che poi, magari, Manu Chao ne aveva tante, di canottiere, tutte uguali, e si è cambiato per suonare.

Ma io, l’altra volta, quando c’era Manu Chao, a questa ipotesi non c’avevo pensato.

Avevo pensato solo che quel pomeriggio, prima del concerto, lo avevo visto al sit-in davanti alla Prefettura, che c’era un clima che non ho più visto, a Cagliari, dall’altra volta che è venuto Manu Chao.

Che c’era un sacco di gente, molta seduta in terra e c’erano solo due carabinieri davanti al portone e nessuno gridava slogan, nessuno sapeva cosa dire e non c’era megafono, fino a quando è arrivato Vincenzo.

E poi una ragazza aveva incominciato a parlare ma non si sentiva nulla, e un’altra, dopo, aveva detto qualcosa sulla non violenza e poi dei compagni avevano iniziato a urlare assassini, assassini, assassini, e quella si era messa a piangere.

E poi era arrivato Manu Chao, con la canottiera da basket, la stessa del concerto, anche se io non lo sapevo ancora che era la stessa.

Ricapitolando, quando c’era Manu Chao, l’altra volta, a Cagliari, molte cose erano diverse e molte uguali.

Io avevo i capelli e vivevo a Palazzo Vivanet, non avevo ventimila lire per andare a sentire Manu Chao e i miei amici non avevano figli, ho visto il concerto e stavolta no.

Poi, invece: c’era la zona militare, limite invalicabile, c’era un governo di merda.

E poi, quando c’era Manu Chao, a Cagliari, l’altra volta, avevano appena ammazzato Carlo Giuliani.

Francesco Bachis

 

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