Quanto vale il meme nell’arte?

Quanto vale il meme nell’arte?

 

Questo è il millennio del linguaggio dell’arte sublimato dai meme, il meme è in questo millennio, lo strumento primo di comunicazione di contenuti artistici, si riproduce all’infinito più rapido e istantaneo del Covid 19, arrivando in ogni dove, adattandosi a tutte le situazioni e contesti.

Il meme interagisce dall’esterno con la nostra realtà, s’insinua nella nostra rappresentazione sociale e culturale finendo col modificarla, rendendo in un attimo il sistema dell’arte novecentesco vecchio.

A cosa servono oggi galleristi, curatori, critici e storici dell’arte?

Basta un meme a veicolare un contenuto artistico e introdurlo dovunque. Una decina d’anni fa, analizzavo il fenomeno in un laboratorio di una classe prima del Liceo, tentavo (con la malizia di chi proviene dal millennio passato) di fare riflettere i miei studenti d’allora, su quali messaggi e contenuti veicolassero i meme, non era ancora il tempo, non mi comprendevano, per i miei studenti d’allora i meme erano soltanto funzionali alla condivisione di un sorriso.

Oggi, nel 2021, anche il mio gallerista (fortemente in difficoltà nel conservare il suo ruolo e la sua professione sociale) utilizza i meme per promuovere il mio (e anche il suo) lavoro e la mia (e anche sua) ricerca artistica via social network. Banksy si muove proprio come un meme, producendo icone, che come i meme, si possono adattare a qualsiasi situazione e contesto (sociale, politico ed economico).

Meme si potrebbe anche definire la produzione di certi artisti contemporanei come Jago, Jorit o Clapis, artefatti che si adattano e riproducono in qualsiasi contesto, originate non nel mondo della ricerca artistica, ma attraverso la logica della loro riproducibilità e del consenso on line, ricerche e linguaggi che nascono nel mondo piatto e bidimensionale del web.

Più un lavoro artistico si riproduce e condivide on line, più assume valore di mercato senza avere nulla d’artistico, dichiarandolo nella sua stessa logica di riproducibilità.

Il meme condiviso si muove come fosse un’azione in borsa, condividerlo vuole dire investire e quotare l’azione artistica di qualcuno, azione che diventa quotazione economica reale.

Provate a fare riflettere i sostenitori di Banksy sul suo profilo social su quanta poca ricerca ci sia nel suo lavoro, provate a discutere il valore di Jorit, di Jago o di Federico Clapis armati della vostra cultura e formazione.

Scoprirete che le avanguardie storiche sembrano non esserci mai state, parrebbe che dal Neoclassicismo l’arte sia arrivata nei big data a raccontare soltanto un mutato concetto di spazio, tempo e stili di vita.

In questi giorni un meme virale globale è Bernie Sanders, seduto con guanti di lana all’insediamento di Joe Biden.

Chi non ha visto l’immagine decontestualizzata on line?

Il mio gallerista l’ha usata, ponendola tra i miei lavori che tratta nella sua galleria, ma c’è stato un artista ben più acuto del mio gallerista.

Tobey King, 46 anni, artista americana, ha venduto quell’immagine tradotta in bambola di lana, come i guanti, per 20mila dollari al termine di un’asta benefica, muovendosi come Banksy, non ha fatto altro che pubblicare le foto della bambola sul suo account Instagram, migliaia i “mi piace” e commenti.

Il passo successivo per capitalizzare quel valore potenziale e farlo diventare reale è stato eBay, capite?

Non le principali case d’asta Londinesi, il mercato dell’arte si è ridotto a questo, la quotazione di una artista e il valore economico di un opera d’arte può essere legittimato da eBay come da Sotheby’s. Tobey King sul suo account Instagram, ha annunciato: “L’asta è finita! Questo ragazzo ha raccolto 20.300 dollari per Meals on Wheels America”.

Il ragazzo è la scultura meme cucita in lana, i fondi andranno all’associazione che offre pasti a persone indigenti negli Usa e l’artista incassa una quotazione di mercato un tantinello gonfiata.

Attenzione, lo stesso Sanders ha utilizzato il meme per raccogliere fondi per “Meals on Wheels America”, vendendo felpe con la sua immagine, raccogliendo 1,8 milioni di dollari per la stessa organizzazione.

Cosa voglio dire con questo ragionamento?

Un intero mondo novecentesco sta finendo completamente fagocitato dai social network, su Instagram spopola un gruppo di hater di Renoir che chiedono la rimozione delle sue opere, Jago sostiene d’essere il nuovo Michelangelo, Banksy con i suoi follower su instagram, passa per essere uno scomodo per il sistema (ma è battuto dalle principali case d’asta internazionali), Clapis quando ha deciso come spendersi la sua viralità on line ha cominciato a proporsi come artista figurativo, Jorit racconta la razza umana in una modalità fotografica che poco ha a che vedere con tutti gli interrogativi di genere che le arti figurative ci hanno posto (e si sono poste) nel novecento; uno dei maggiori collezionisti d’arte contemporanea nell’isola, Ruggero Mameli, sceglie gli artisti sardi da acquistare e su cui investire osservandone il lavoro su Instagram; Pastorello e Boscani, i due maggiori artisti isolani viventi, stanno lavorando con delle applicazioni con i loro smartphone come fossero tele con dei software che riproducono effetti pittorici e schizzo grafici.

Chiaro che l’arte tradotta e compresa, solo attraverso il mercato, le mode e le sue dinamiche, stia prendendo le distanze dalla sua storia e memoria processuale.

A questo punto come sfuggire all’incredibile forza del meme e della sua riproducibilità digitale?

Comprendendone le dinamiche che stanno traghettando tutto e tutti verso il pensiero unico, verso il Trumpismo e la politica dei tweet, verso movimenti politici che invece d’essere di destra o di sinistra sono algoritmici nella gestazione e conservazione del potere, verso la scuola tradotta in didattica a distanza con docenti e studenti ridotti ad avatar di se stessi.

Per comprendere le immagini ed esorcizzarle c’è soltanto uno strumento, comprenderne la grammatica processuale e progettuale, mai come oggi il futuro è nelle mani dell’alta formazione artistica, degli artisti che verranno che dovranno fare riflettere esorcizzando criticamente ed eticamente tutto questo.

Come dite? Cagliari è l’unica città metropolitana occidentale priva d’Alta Formazione Artistica?

Senza Alta Formazione Artistica, e comprendendo le dinamiche della pratica dell’arte soltanto attraverso i social network, mi sa che devo tessere le lodi di Federico Clapis.

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