RAGAZZINA UN CA…

RAGAZZINA UN CA…

Ci sono le obiezioni più grezze, tipo che l’inquinamento prodotto dalle manifestazioni contro l’inquinamento (che hanno intrappolato molti automobilisti, non tutti informatissimi) sono un danno di fatto.
Lo stesso vale per chi si è spostato in treno o in aereo per andare le manifestazioni più imponenti e modaiole: ma è anche vero che varrebbe per ogni manifestazione, allora, e che riguarda anche l’imbrattamento che anche il corteo più educato si lascia dietro.
Meno ovvio è che le manifestazioni debbano svolgersi di venerdì, quindi in un giorno lavorativo, e tutto perché una ragazzetta ringhiante di 16 anni – che siamo liberissimi di criticare e sfottere, in quanto, benchè manovrata, è una leader adulta le cui parole determinano conseguenze adulte – ha deciso, questa ragazzetta, di saltare la scuola proprio al venerdì prima di prendersi un intero anno sabbatico.

La conseguenza è nota: il nuovo Toninelli, ossia il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, ha invitato tutti i presidi a considerare giustificate le assenze degli studenti che hanno aderito al «Global Strike For Future», e poi ha pure parlato della «necessità improrogabile di un cambiamento rapido dei modelli socio-economici imperanti».

Per i più anziani: ridateci Mario Capanna, che almeno non era ministro dell’Istruzione e, agli studenti, non additava a modello una ragazzetta che ha deciso di saltare la scuola ogni venerdì e in seguito di saltare un intero anno scolastico per dedicarsi all’ambiente, questo naturalmente all’interno di un’operazione di marketing mediatico e politico senza la quale sarebbero intervenuti gli assistenti sociali e sarebbe stata bocciata.

Chi manifesta ha sempre ragione e ha sempre torto, questa la banale verità legata alla nostra faziosità.

E’ importante, però, definire con precisione per che cosa si manifesta: il punto è qui, perché non stiamo parlando di generiche manifestazioni «per l’ambiente» alle quali potremmo anche aderire tutti mano nella mano.

Sono, queste, manifestazioni per Greta Thumberg e per il pensiero che ella esprime e ha scritto chiaramente in un libro, e che a nostro dire dovrebbe far incazzare chiunque si senta davvero ambientalista magari da una vita (l’ambientalismo è anzitutto un’etica personale) e vede d’improvviso milioni di lemuri, con la verità in tasca, che per scoprire improvvisamente la questione ambientale hanno avuto bisogno di una come lei, Greta, così carina, così intoccabile con la sua sindrome eccetera.

Ma qual è il messaggio?

E’ quello che divide in buoni e cattivi, senza sfumature, quello catastrofista della palingenesi imminente, della fine del mondo dietro l’angolo, soprattutto la certezza – assolutamente falsa, e smentita anche da scienziati che la Thumberg cita continuamente – che il Pianeta si sta surriscaldando solo per colpa nostra e che se domattina, per assurdo, l’umanità si estinguesse di colpo, tutto andrebbe a posto.

Ora: non è il caso di rispiegare daccapo l’abc delle ere geologiche e climatiche vissute da questo Pianeta – tema che, utilizzato da solo, è negazionismo – ma andrebbe spiegato ciò che ambientalisti e scienziati seri, da decenni, e senza un briciolo dello spazio concesso alla ragazzetta, si sforzano di capire e di dibattere:

che è indubbio che il riscaldamento globale sia causato anche dall’uomo, ma non è calcolabile con precisione quanto, e questo rende difficile capire anche quanto si possa realmente incidere nel contenerlo.

A fronte di questo, l’ultima cosa che serve è il clima elettrico che si respirava alle manifestazioni di questi giorni (noi bene, voi male) con Greta e gli altri a ripetere che l’abbiamo fregata e che le abbiamo ammazzato il futuro. Qualsiasi scelta si faccia il futuro, la Storia insegna che a far cambiare le cose è il riformismo, non le rivoluzioni emotive: non si riconverte un modello di sviluppo in venti minuti, posto che ci si metta d’accordo su quanto e come l’uomo aggravi la situazione ambientale.

E’ ridicolo pensare che le emissioni possano calare perché le nazioni «si impegnano» o perché il Papa o Greta Thunberg hanno fatto un’enciclica.

Abbassare la temperatura di 2 gradi comporterebbe un abbattimento del Pil mondiale da 2 al 6 per cento, e nessuno se lo sobbarcherà da solo.

Anche perché Cina, Russia, India e Brasile hanno posizioni rivendicative e cioè dicono: ma come, inquinate da 200 anni e volete fermarci ora che ci stiamo sviluppando?

Gli Usa invece sono protezionisti anche perché hanno scoperto che un americano inquina tre volte un cinese, mentre l’Europa è abituata a far la prima della classe ma poi le scoppiano i casi Wolkswagen.

L’ambientalismo stile Greta ci sta costringendo a involvere e a schiacciarci tra le posizioni ottuse dei negazionisti e quelle dei catastrofisti, coloro cioè che, in entrambi i casi, non perdono occasione per colpevolizzare i presunti responsabili.

Gli effetti comici poi ricadono anche sul nostro Paese: la sindaca Raggi citò il riscaldamento globale per giustificare le inefficienze romane di fronte a un giorno di pioggia, la neo-piddina Boldrini s’inventò 500 milioni di futuri rifugiati climatici, il Papa che ha citato esclusivamente «la colpa di tutti noi» come se gli umani fossero l’unica causa o soluzione del problema.

I buoni e i cattivi: è solo questa la lezione che i ragazzi manifestanti – saltando la scuola – pare stiano imparando sulla scia di una ragazzetta.

A scuola avrebbero potuto insegnargli che i cambiamenti climatici sono in massima parte dovuti a fattori naturali (si può fare l’esempio della Groenlandia che era verde, della mezzaluna fertile in Mesopotamia, di quando Annibale attraversò le Alpi con gli elefanti in periodi in cui faceva molto più caldo di ora) o ancora si può citare la «piccola glaciazione» tra il 1500 e il 1600.

Ci sono azioni naturali che fanno impallidire quelle dell’uomo (basti pensare a certe devastanti eruzioni vulcaniche) ma la difficoltà nel calcolare l’influenza dell’uomo sul riscaldamento non toglie che l’influenza ci sia, anche se per esempio uno come il premio Nobel Rubbia ha negato che le nazioni del mondo siano in grado di abbassare la produzione di anidride carbonica come invece dicono che potrebbero.

E allora che facciamo?

Certo non ce lo diranno i lobbisti-negazionisti dell’industria energetica e petrolifera, ma neppure Greta Thunberg.

Negli Stati Uniti si parla di riutilizzo di gas naturale a zero emissioni, l’Europa sta puntando sullo sviluppo delle energie rinnovabili (costose, con poca resa, perlopiù non trasportabili) e in Cina come negli Usa lo «shale gas» sta diventando regola: è il cosiddetto «gas di scisto» intrappolato nelle rocce a circa 2-3 chilometri di profondità, nelle rocce sedimentarie.

Poi ci sarebbero i clatrati – che Carlo Rubbia ha citato nella commissione ambiente del Senato, nel gennaio 2016, lasciando tutti interdetti – che sono disponibili nelle profondità degli oceani: in sostanza è metano in quantità infinita, ma anche questa soluzione non pare interessare alla comunità mondiale: che nega oppure si fustiga, si colpevolizza e soprattutto si crogiola nel proprio antropocentrismo: illusa che a salvare o distruggere la biosfera di un intero Pianeta possa essere una volontà politica e non – come capita da milioni di anni in tutto l’universo – la natura stessa.

Filippo Facci
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